Archive for ottobre 2019

Onda anomala

Gli effetti di un’alluvione sono devastanti, non per quello che l’acqua sradica con la sua forza,

ma per tutto il dolore che si poteva risparmiare con una giusta prevenzione.

La miglior politica del risparmio, è la politica della prevenzione responsabile

(S. Littleword, Aforismi)

Tempi di magra per i tuttologi. Non è periodo di Mondiali e neppure di Europei di calcio, l’allenatore che sta dentro ognuno di noi dorme in annoso letargo. Destini e dinamiche del Governo sembrano in fase di relativo stallo ed i politologi nostrani non hanno più nulla da dire. Niente Brexit, almeno per ora: anche per gli economisti improvvisati si prospettano lunghi silenzi.

Ecco allora che passata l’ondata di piena, mi permetto una banale riflessione su quanto accaduto nei giorni scorsi a Cereta. Una vasca di laminazione costruita a monte, in località Montagnoli, ha ceduto durante un test di collaudo allagando la frazione a valle. Per capirsi: si tratta di un’opera idrica in cemento armato, volta a raccogliere ondate eccezionali e far defluire le acque di piena in modalità programmata e controllata.

Al di là degli errori, delle responsabilità, dei disagi che l’evento specifico ha sversato sull’altare delle polemiche, la mia riflessione è di altra natura. Da sempre la zona ai piedi della collina, dove cominciano i campi che conducono a Cereta e dove ha inizio la landa Padana, è territorio vocato all’inondazione. Rivoli e fossi scaricano storicamente dalle colline in un avvallamento naturale all’inizio della piana. Lo sanno bene gli avi che da tempo immemore chiamano la zona Ciaegòt (dal dialettale “ciàega”, ovvero chiusa, chiavica, cloaca). Perché dunque costruire, costruire e costruire ancora in questa zona? Perché costruire e poi cercare protezione spendendo più di un milione di euro per una vasca di laminazione che difenda ciò che naturalmente è indifendibile? Non bastava il buonsenso, lasciando libero da gravami edilizi un territorio naturalmente non vocato ad accogliere abitazioni?

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Cristogramma

Prima di raccontare, osserva.

Prima di comunicare qualcosa agli altri con immagini e parole, fai in modo che quelle immagini e quelle parole ti suonino familiari.

Prima di muovere la fantasia, afferra le cose che hai intorno

(G. Amelio, Il vizio del cinema)

Una mattina, mentre mi trovavo in coda sul percorso verso il lavoro, mi sono trovato davanti un’automobile con un adesivo molto particolare, simile a questo:

icxc_nika

Mi sono annotato la curiosità con l’intenzione di approfondire in separata sede. Come immagino facciano tutti, spesso appunto le cose che mi vengono in mente e poi con calma indago.

Le coppie IC XC rappresentano le prime e le ultime lettere delle due parole greche Gesù e Cristo (IesoS e XristoS). Le S finali vengono scritta come C.

NI KA invece significa “vince”, sempre in greco. Quindi il messaggio dell’adesivo è “Gesù Cristo vince”, attinto dalla tradizione greco-ortodossa. Sostanzialmente il guidatore che mi precedeva era un fervente ed estroverso ortodosso.

Ho scoperto che si chiamano Cristogrammi e riproducono combinazioni di lettere dell’alfabeto greco o latino per rappresentare qualche messaggio legato al nome di Cristo. Sono simboli usati in passato soprattutto nella decorazione di edifici. Uno dei più noti è la targa INRI della croce. Ma il significato di questo o sapete tutti…

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La legge del taglione: favorevoli tutti

Un filosofo che non poteva camminare perché si pestava la barba, si tagliò i piedi

(A. Jodorowsky)

Oggi io avrei dato il Premio Nobel per la Pace a mia madre. Per due ragioni. La prima è che, se è in vena, fa dei capunsèi che sono la fine (meglio dire… l’inizio) del mondo. Potrebbero mettere d’accordo Americani e Coreani, Ebrei e Palestinesi, Juventini e resto del mondo. La seconda ragione è che mia madre non è mai stata ad Oslo, quindi potrebbe corredare la cerimonia di premiazione con un’inattesa vacanza.

Ma sulla sua candidatura mi trovo certamente schiacciato in una scomoda minoranza. Ne è la riprova il fatto che  nessuno da Oslo ha mai pensato di telefonarle.

Mi capita spesso di essere nella posizione inferiore, controcorrente verso la piena del fiume, quasi da salmone incompreso. Martedì il Parlamento ha licenziato definitivamente il taglio dei parlamentari: favorevoli tutti i partiti, o quasi. Capre che inseguono lo slogan populista “meno poltrone”. Chi per convinzione, altri per ovvia convenienza d’immagine.

Ebbi già modo di motivare il mio rifiuto con ragioni che hanno a che fare con la logica e con la storia.

La logica vuole che tagliare i rappresentanti significhi ridurre la rappresentanza: meno eletti rappresentano meno potenziali istanze da rappresentare. Tant’è che tra i grandi paesi europei l’Italia si prospetta a diventare il Parlamento più piccolo in proporzione alla popolazione. Va da sé che gruppi parlamentari più piccoli sarebbero meglio controllabili dai vari capibastone. Ma è anche questo l’obiettivo della riforma: tagliare le persone per avere meno impedimenti e leggi più rapide nella loro approvazione. Seguendo questo ragionamento capzioso, la dittatura dovrebbe essere la migliore delle opportunità, perché per definizione non ammette distrazioni parlamentari.

La storia poi, attraverso la Costituzione, dovrebbe ricordarci che il Parlamento era stato pensato come organo di dibattito aperto, di confronto, di rappresentanza delle molteplici posizioni dell’elettorato. Ridurre i parlamentari significa ridurre questo ruolo di discussione e confronto, significa solo rafforzare l’esecutivo.

Ora arriveranno i cavoli amari, perché dovranno per forza di cose essere modificate la legge elettorale ed anche la Costituzione. Rimane la vaneggiante speranza di un referendum confermativo (simil Renzi 2016) in grado di ribaltare il verso della corrente e di salvare capra, cavoli e salmone.

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