Archive for category Cose di paese

La bomboniera tra le colline

Non lo può certo sapere
questa foglia dell’ulivo
il nome di quel vento
che la vuole far cadere.
Ma io so sarà lo stesso
che soffierà il mio cuore
in quel luogo dietro i luoghi
dove non basterà il mare

(D. Van De Sfroos, Dove non basta il mare)

In una delle solite scorribande tra le colline moreniche, ho scoperto l’ennesimo e sorprendente luogo sconosciuto. Una di quelle scenografie create centinaia d’anni fa, poco fuori dall’uscio di casa, rimaste per me inesplorate ed ignote fino ad oggi. Con grande sorpresa, sto scoprendo che nei dintorni ci sono molti luoghi ignoti o semplicemente dimenticati, che meritano almeno l’onore di una visita. Parlo di piccole borgate, di edicole votive, di pievi, di carrarecce panoramiche.

A qualche chilometro da casa, sulla cima di una collina chiamata Monte Oliveto e di fianco ad un maestoso palazzo, c’è una piccola pieve denominata Oratorio San Giuseppe. Le prime notizie risalgono al 1713. Un’edilizia semplice: un piccolo portico a colonne, un tabernacolo in marmo rosso di Verona, una tela della Sacra Famiglia. Una piccola bomboniera tra i silenzi dei bagolari secolari, che sorprende piacevolmente l’ignaro viandante.

Nessun commento

Civetteria

E c’era quel pianto di morte…

chiù…

(G. Pascoli, L’assiuolo)

 

Da qualche notte, nei pressi di casa mia si sente l’insistente squittio di una civetta. Nei momenti che precedono il sonno, sentire la cadenza ritmata del suo verso mi riconduce ad una dimensione quasi ancestrale. Mi porta immediatamente al ricordo di mio nonno, che la reputava severamente annunciatrice di morte. Nella tradizione o superstizione contadina, la civetta è considerata infatti ambasciatrice di sventura: sentirne il verso nei pressi della propria abitazione equivale al presagio di un imminente lutto in famiglia.

Una reputazione che arriva da lontano e che affonda le proprie origini centinaia di anni fa. Con il Cristianesimo si diffusero le prime veglie notturne per i defunti. Durante le veglie, le luci delle candele o delle lanterne attiravano gli insetti notturni e con essi i rispettivi rapaci a caccia di cibo. L’associazione tra il defunto e lo squittio di gufi e civette fu automatica: laddove cantava una civetta doveva per forza esserci un morto, una sventura.

Una nomea che è resistita più o meno fino ai giorni nostri.

Nessun commento

La fama che precede

Un buon nome, come la buona volontà, si ottiene con molte azioni e si perde con una
(L.F. Jeffrey)

La fama di chi mi precede, mi precede. In questo periodo mi sento un po’ come agli inizi si sentirono probabilmente Paolo Maldini, Alberto Angela, o Alexandre Dumas figlio. Senza identità propria, derivate immagini di chi li anticipava per genealogia e ingombro scenico.

Ho fatto alcuni ordini telefonici per la spesa a domicilio, specificando nome e recapiti personali. Niente da fare… Per tutti il mio tratto identificativo rimane “il figlio della Luciana”. Ecco cosa ho trovato sui biglietti dentro la spesa.

Nessun commento

La sfida nella sfiga

Le sfide nella vita ti aiutano a scoprire chi sei

(B. J. Reagon)

Una volta eravamo un popolo di allenatori di calcio. Poi col tempo ci siamo evoluti, passando da sismologi e costituzionalisti a virologi ed economisti, con una velocità impressionante. La vicenda degli arresti domiciliari imposti dal Covid-19, infine, ci ha trasformato tutti quanti in esperti sociologi. Sappiamo esattamente come funziona il mondo e prevediamo alla perfezione la direzione che prenderà la società negli anni futuri. È unanime la sentenza secondo cui “questa esperienza cambierà per sempre la nostra esistenza”.

La sfida della quarantena, o comunque del virus in generale, racchiude in sé una miriade di altre sfide intrinseche. L’arrivo di difficoltà economiche, il cambiamento di abitudini, la trasformazione dei nostri rapporti sociali e… molto altro ancora. Sfide nella sfida, o sfide nella sfiga, a seconda dei punti di vista.

Pensando al nostro piccolo paesello di provincia, mi incuriosisce scommettere sulla crescita delle consegne a domicilio. Settemila anime abituate da sempre a recarsi nei negozi, senza nessuno esercizio che effettui recapiti a casa. La prima ed unica pizzeria con consegna espressa a Volta Mantovana ha giusto un paio d’anni. Prima di essa, il nulla assoluto.

In questi giorni abbiamo giocoforza assistito all’evoluzione delle specie “negozio”: per necessità i ristoranti e gli alimentari si sono reinventati fattorini e pony express. Ma si tratta di un fuoco di paglia, necessario a tamponare l’emergenza di qualche mese, o di una vera e propria riorganizzazione dei servizi? La risposta sta evidentemente nella durata dell’isolamento.

Per il nostro paese rimane comunque un duello intrigante, tra l’evoluzione di un intero settore commerciale e la sua definitiva condanna al provincialismo.

Nessun commento

La brasadèla

Se piöf sö l’ulièla, gh’è ‘l sul sö la brasadèla

(Proverbio popolare voltese)

La saggezza popolare voltese, che affonda ovviamente le proprie radici nella tradizione contadina, è zeppa e foriera di riferimenti meteorologici legati ai mesi e alle stagioni.

Se piöf sö l’ulièla, gh’è ‘l sul sö la brasadèla” significa che se piove la domenica delle Palme (ulièla, cioè domenica degli ulivi), ci sarà il sole a Pasqua. La brasadèla è la metonimia che indica la domenica di Pasqua. Si tratta infatti della tipica ciambella pasquale, diffusa in tutta l’Italia settentrionale soprattutto in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. La brasadèla o braşadèla è una semplice torta col buco, che veniva preparata con pochi ingredienti durante la Pasqua, quando erano terminate le scorte di mele, noci e castagne stivate per l’inverno. A dispetto del motto, in questo periodo di quarantena solare, anche la domenica delle Palme è stata meteorologicamente soleggiata.

A proposito di quarantena e tradizione locale, mi è sembrato divertente il tentativo culinario di questo zelante aspirante cuoco, che ha proposto la sua versione naif di brasadèla.

Brasadela

Nessun commento

Il ballo in maschera

Il ballo in maschera… finisce qui

(C. Caselli, Il carnevale)

Sono arrivate le mascherine anche a me, ringrazio pubblicamente” è la frase cool della settimana. Sarà sostituita a breve (ma non ne sono sicuro) da “Auguri, Buona Pasqua!” – “Grazie, altrettanto!”.

È giusto. Una comunità che in un periodo di emergenza riesce ad autorganizzarsi e a reperire risorse, creare, distribuire aiuti a sé stessa, rappresenta il valore più alto per un paese in difficoltà. È giusto concedere il meritato plauso a chi ha offerto i materiali, a chi ha realizzato le mascherine, a chi le ha distribuite e a chi dall’alto ha coordinato l’intera ed efficiente operazione. Centinaia di messaggi social tutti uguali testimoniano questo desiderio di riconoscenza, forse esagerato, forse sproporzionato, certamente sincero.

Nelle ultime ore sobbolle una piccola polemica tra un’azienda, che rivendica o millanta un’esclusività sul confezionamento delle suddette maschere e definisce “fuori norma” quelle distribuite dal Comune, e l’Amministrazione che accusa la stessa azienda di aver ricevuto materiale gratis senza realizzare alcun prodotto in cambio.

Non oso entrare nel merito di questioni che ignoro e che intendo ignorare a lungo. Sarebbe solo utile sapere se effettivamente le mascherine distribuite rispettano le disposizioni normative. Aggiungo che se l’ordinanza di Fontana consente in alternativa anche l’utilizzo di sciarpe e foulard, la certificazione delle mascherine lascia il tempo che trova. Auguri a tutti, Buona Pasqua!

 Font

Nessun commento

Lo staffolo della Colombara

Il viandante che, percorrendo la zona, avesse osservato questi suoi visitatori,

si sarebbe sentito in diretta comunicazione con regioni ignote all’uomo

(T. Hardy, La brughiera)

Recentemente è stata ristrutturata la chiesetta che segna la fine di Viale Risorgimento e l’inizio della Strada Volta Valeggio. Si tratta di uno dei tanti staffoli, che segnano le principali direttrici d’entrata al nostro paese.

Gli staffoli (dal longobardo “staffil” o “staffa“) erano piccole ed elementari costruzioni che fungevano da palo di confine, o da segnale d’incrocio di strade. Col tempo vennero sostituite da edicole votive, tempietti o piccole chiesette. Nelle costruzioni più complesse, per viandanti e cavalieri era consentito fare sosta durante il viaggio. Talvolta era possibile sostituire il cavallo, effettuando il cambio della staffa.

La chiesetta in questione risale alla seconda metà dell’800. In una vecchia mappa del territorio voltese è chiamata Cappella Fojada ed è collocata nella località Colombara. Non è dedicata ad alcun santo in particolare e contiene un’unica e generica iscrizione: “Ave Maria”.

Le poche informazioni su questo staffolo sono raccolte nel libro di Romana Franzini “Volta Mantovana. Storia, arte, natura e tradizione”.

Nessun commento

L’inattesa occasione dell’ozio

È impossibile godere la pigrizia fino in fondo se non si ha parecchio lavoro da compiere.

Non è affatto divertente non far nulla quando non si ha nulla da fare.

Perdere il tempo diventa una mera occupazione, allora, e un’occupazione tra le più affaticanti.

L’ozio, come i baci, per esser dolce deve essere rubato

(I. A. Gončarov, Oblomov)

È unanime il velato sentimento di costrizione, di limitazione della libertà personale, di obbligo agli arresti domiciliari. L’imposizione di rimanere a casa sine die, incalzantemente sollecitata dai decreti del CoronaVirus, ha sconvolto e terrorizzato le vite di molte persone. Più o meno apertamente si percepisce il panico di sprofondare nella noia, nella letale indolenza, nella pigrizia e nell’irrimediabile apatia.

E allora piovono copiosamente i consigli per trascorrere il tempo. Paradossalmente chi non sa come arrivare a fine giornata suggerisce agli altri come occupare le ore tra le mura domestiche (al netto di uxoricidi e torture corporali).

Sì, si piò leggere, guardare la tv, dormire, cucinare, dedicarsi al bricolage e agli hobby di una vita… La verità è che occorre essere soprattutto predisposti ad affrontare serenamente il duello col tempo che passa, o che non passa mai. È più che altro una propensione dell’animo.

Per quel che mi riguarda ho riscoperto la passione per la geografia spiccia dei nostri territori rurali. Se la giornata e la condizione fisica lo permettono, in solitaria mi spingo a camminare tra le bellissime colline. Carrarecce, lunghi filari di viti, fossi presidiati da platani o vasti campi delimitati da gelsi antichi. Il piacere è tutto nel percorrere queste cavedagne (dal latino capitianea, striscia all’estremità di un campo), studiando e realizzando impensati percorsi. Ho “ri-scoperto”, dicevo, luoghi che già conoscevo, ma che avevo perso di vista. Nell’adolescenza adoravo perdermi nella campagna in bicicletta, in Vespa, oppure nelle brevi sessioni di corsa. Ora vedo questi spazi da una prospettiva diversa, più contemplatrice e rilassata.

Un’occasione per far fruttare questa inaspettata opportunità dell’ozio. Nella concezione antica l’otium, cioè la cura di se stessi, si opponeva al negotium, ossia ai doveri e agli affari commerciali. Orazio considerava addirittura l’ozio come l’unica vera strada per arrivare alla felicità.

sdr

2 Commenti

Onda anomala

Gli effetti di un’alluvione sono devastanti, non per quello che l’acqua sradica con la sua forza,

ma per tutto il dolore che si poteva risparmiare con una giusta prevenzione.

La miglior politica del risparmio, è la politica della prevenzione responsabile

(S. Littleword, Aforismi)

Tempi di magra per i tuttologi. Non è periodo di Mondiali e neppure di Europei di calcio, l’allenatore che sta dentro ognuno di noi dorme in annoso letargo. Destini e dinamiche del Governo sembrano in fase di relativo stallo ed i politologi nostrani non hanno più nulla da dire. Niente Brexit, almeno per ora: anche per gli economisti improvvisati si prospettano lunghi silenzi.

Ecco allora che passata l’ondata di piena, mi permetto una banale riflessione su quanto accaduto nei giorni scorsi a Cereta. Una vasca di laminazione costruita a monte, in località Montagnoli, ha ceduto durante un test di collaudo allagando la frazione a valle. Per capirsi: si tratta di un’opera idrica in cemento armato, volta a raccogliere ondate eccezionali e far defluire le acque di piena in modalità programmata e controllata.

Al di là degli errori, delle responsabilità, dei disagi che l’evento specifico ha sversato sull’altare delle polemiche, la mia riflessione è di altra natura. Da sempre la zona ai piedi della collina, dove cominciano i campi che conducono a Cereta e dove ha inizio la landa Padana, è territorio vocato all’inondazione. Rivoli e fossi scaricano storicamente dalle colline in un avvallamento naturale all’inizio della piana. Lo sanno bene gli avi che da tempo immemore chiamano la zona Ciaegòt (dal dialettale “ciàega”, ovvero chiusa, chiavica, cloaca). Perché dunque costruire, costruire e costruire ancora in questa zona? Perché costruire e poi cercare protezione spendendo più di un milione di euro per una vasca di laminazione che difenda ciò che naturalmente è indifendibile? Non bastava il buonsenso, lasciando libero da gravami edilizi un territorio naturalmente non vocato ad accogliere abitazioni?

1 commento

Non si dimentica

Ah, da quando Baggio non gioca più
Oh no, no… da quando mi hai lasciato pure tu…

non è più domenica… e non si dimentica

(C. Cremonini, Marmellata #25)

 

Come ogni settembre che si rispetti, anche quest’anno è giunto il tempo di muovere i primi passi nella stagione del Fantacalcio. È forse l’unico sport (sic) che associo indissolubilmente al Lele ed ogni settembre mi ritrovo a fare i conti con questa strana riflessione.

I primi Fantacalcio erano con lui. Eravamo in quattro, sbarbatelli e ignari del mondo. Non esisteva internet, c’erano Baggio e Batistuta, le rose erano bellissime e romantiche, le squadre giocavano tutte di domenica, le formazioni si scrivevano a penna dopo aver visto il televideo e i calcoli si facevano a mano di lunedì, davanti alla Gazzetta. Di solito era lui a fare i conti per tutti, perché aveva più tempo e forse anche più pazienza di noi.

Ricordo benissimo i suoi foglietti con la formazione scritta in biro blu. Stampatello leggermente inclinato, ordinato e pulito. Aveva una bella scrittura e io ho sempre invidiato le belle scritture. Il termine per lo scambio delle formazioni era le ore 12 della domenica. Immancabilmente, quando giocavamo contro, suonava il mio telefono di casa alle 11.58. “Silvio, c’è il Lele per te” era la litania di mia madre intenta a preparare il pranzo. “Devo invertire il quinto e il sesto panchinaro, rispetto alla formazione che ti ho dato”, mi diceva preoccupato mentre lo deridevo per questa sua meticolosità inutilmente estenuante.

Era fantastico esserci in quegli anni.

2 Commenti