Archive for category Cose di paese

Bombe

Tra la bomba atomica che li fa morire e la pillola che non li fa nascere, meglio la pillola.

Diverte di più. E fa meno rumore

(M. Marchesi)

Non lo sapevo, ma a trenta chilometri da casa mia sono stivate una ventina di bombe atomiche. È il cosiddetto nuclear sharing: testate atomiche americane ospitate anche in paesi Nato che hanno rinunciato a produrre o acquistare armi nucleari. Dovrebbero avere finalità difensive, in ogni caso possono essere utilizzate da bombardieri italiani appositamente parcheggiati presso la stessa struttura.

Ci sono ovviamente rischi legati alla sicurezza, all’ambiente, alla salute, per un territorio già abbondantemente vessato da discariche, inquinamento e degrado industriale. Esiste anche un grosso interrogativo sui costi di manutenzione, che riguardano l’aggiornamento periodico delle bombe e dei sistemi di protezione e stoccaggio, la manutenzione di quaranta Tornado dedicati, l’addestramento dei piloti appositi, le spese per strutture, equipaggiamenti e protezione del personale statunitense addetto. Le stime totali vanno dai venti ai cento milioni annui.

Come per molte altre grane delicate, anche in questo caso governanti e amministratori sono rimasti volontariamente fuori. Ufficialmente a Ghedi le bombe non esistono ed ogni classe politica, d’ogni grado e colore, se ne è sempre guardata bene dal parlarne. Un po’ per non intaccare i rapporti con gli Stati Uniti, un po’ per non generare allarmi e dissenso tra la popolazione.

Un vero Governo del cambiamento dovrebbe appunto cambiare atteggiamento rispetto a quelli che l’hanno preceduto. Dovrebbe occuparsi anche di questi argomenti spinosi, che non generano consenso ma che riguardano da vicino le risorse e i rischi che impattano sulla popolazione.

Vorrei anche che gli amministratori locali, vicini e lontani, s’informassero e informassero a loro volta i cittadini. Alcuni comuni hanno sottoscritto un trattato Onu per la messa la bando delle armi nucleari. Si tratta di un’adesione dimostrativa, che se però fosse massiccia potrebbe pesare sulle scelte del Governo.

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Un aspro declino

Tutti i declini sono qui con me, per sostenermi

(E. Cioran, Lacrime e santi)

Per la Vigilia di Natale sono andato a trovare mia zia Carla alla casa di riposo. Per un’ora intera ho fissato un’altra anziana donna sulla carrozzina. Era immobile e reggeva tra le braccia amorevoli un bambolotto. Ho immaginato che la sua mente, inferma almeno quanto il suo corpo, fosse tornata indietro ad uno degli eventi più felici della sua lunga vita: la nascita di un figlio, oppure l’arrivo di un nipote… cose del genere. Un cervello simile ad una pellicola fotografica, impressionato solo da un unico e significativo momento gioioso. Un episodio capace di restare indelebile per l’eternità, e in grado di cancellare al contempo ogni altro riferimento spazio temporale della sua intera esistenza. Se non fosse apparsa così drammatica e amara, quell’immagine avrebbe potuto paradossalmente trasmettere serenità e sorriso.

È stato tuttavia inevitabile pormi una domanda la cui risposta, almeno all’apparenza, potrebbe sembrare scontata, o forse no. Può una condizione così stonata ed indigente essere preferibile alla morte? L’oblio della lucidità, l’illusione di un’esistenza felice, possono compensare una sopravvivenza così difficile?

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Farsa Lucia

La tradizione non si può ereditare; e chi la vuole deve conquistarla con grande fatica

(T.S. Eliot, Tradizione e talento individuale)

12 dicembre: alla Suola dell’Infanzia di Volta fa il suo ingresso Santa Lucia. In carne ed ossa, in barba all’epica tradizione che la vorrebbe enigmatica e sfuggente, misteriosa ed imperscrutabile, invisibile per definizione. Vedo una nonna uscire dalla scuola, tiene la nipotina in una mano ed il sacchetto del cambio nell’altra: “era terrorizzata, si è fatta la pipì addosso”. Ed in effetti, a guardarla bene, la Santa sembra uscire più da film di Carpenter che da un racconto natalizio della memoria cristiana.

Ormai, negli ultimi anni, Santa Lucia scorrazza per le vie del paese col suo carretto, mostrando le sue fattezze ai bimbi d’ogni età ed apparendo più “vera” dell’asino che la guida.

Un tentativo maldestro di scuotere e forzare la tradizione, per la gioia dei grandi, per portare l’intimo allo spettacolo, per esibire e fotografare quello che per sua natura non si può rappresentare, ma solo raccontare.

Anziché consolidare e trasmettere la magica ed affascinante fiaba di Santa Lucia, la si svigorisce spaventando i piccini e togliendo ai meno piccoli l’illusione di sognare.

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Una dedica speciale

Dedicato a tutti quelli che rimangono dei sognatori

(E. Ramazzotti, Se bastasse una canzone)

Per la prima volta nella mia vita mi è stato dedicato un libro. Cioè… non è stato scritto un romanzo su di me, non esageriamo. Però una persona ha scritto un libro ed ha pensato a me nella dedica della prima pagina. Non rivelerò il suo nome, né il titolo del libro, nemmeno sotto tortura. In fondo mantenere un alone di mistero rende sempre tutto più affascinante.

Nella dedica si parla di un portico. Un giorno l’autore del libro mi chiese che significato avesse per me la vecchiaia, che senso avesse attendere la vecchiaia dopo aver vissuto una vita intera. Risposi che sognavo semplicemente di ritrovarmi un giorno vecchio e sereno, seduto sotto un portico (come quelli all’ingresso delle case americane) con un figlio, o una moglie o un vecchio amico a parlare. Ricordare con gli affetti più cari e con serafica serenità le esperienze vissute, i momenti felici. Ripensare, rivivere, condividere con appagata tranquillità il bello di quanto vissuto insieme. Niente altro.

Quel portico altro non è che la metafora di una gioia appagante e conquistata.

Grazie.

dav

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Lele… Il vecchio nome familiare

Per me il Lele è soprattutto la bellezza di un ricordo solido ed indelebile. Questa poesia riassume perfettamente il mio pensiero.

La morte non è niente

La morte non è niente. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu
e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!

Henry Scott Holland, Maggio 1910

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Caccia al tesoro, in palio uno sciroppo

“Il crimine contiene l’enigma, così profondo come la salvezza medesima“
(H. Miller)

Un venerdì sera, dopo le 18.30, mi è capitato di dover raggiungere urgentemente una farmacia e che la stessa fosse chiusa. Un biglietto perentorio recitava senza appello: “Non suonare, telefonare”. La virgola tra i verbi l’ho messa io, ipotizzando, con la saggezza di cui sono dotato, che il senso dell’avviso fosse quello di non suonare il campanello, ma di contattare la farmacia tramite cellulare.

In realtà, per come era scritto (“Non suonare …… telefonare”), il biglietto poteva anche esprimere un divieto multiplo sia di suonare che di telefonare, oppure una generica interdizione ai rumori (non fare baccano suonando la tromba o ascoltando telefonate ad alto volume).

Lasciamo perdere questi superflui cavilli interpretativi, e badiamo alla sostanza. Benché il farmacista abitasse sopra l’esercizio commerciale, dopo la chiusura l’invito era esplicitamente quello di non usare il campanello, ma di telefonare. Mancava tuttavia il numero da contattare e la copertura internet in quella zona era molto scarsa. Difficile dunque avere tutte le informazioni per obbedire all’ordine. Il chiaro significato del biglietto era dunque “Chiuso, ciao. Buona fortuna” .

Più in basso, un altro cartello mostrava gli orari della farmacia sostitutiva di turno. “Farmacia di turno XXX, aperta dalle 8 di venerdì, alle ore 8 del venerdì successivo”. Senza date e senza riferimenti a precise settimane di calendario, per me il senso letterale era “farmacia di turno aperta 24 ore”.

Impossibile, avrebbero scritto “sempre aperta”, o “aperta h.24”. Cerco dunque info su internet e trovo le medesime indicazioni, urlando al complotto.

Non mi resta che farmi mezzora di auto per recarmi alla sopra citata farmacia di turno XXX e scoprire che al venerdì sera anche questa era chiusa. Tuttavia un nuovo cartello, stavolta scritto meglio, rimandava ad una nuova farmacia di turno, come in un succulento enigma da risolvere.

Alla fine, dopo lotte con i draghi e sfide ai mostri alati, sono riuscito a trovare il mio sciroppo.

dav

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Luce su Lucia

Santa Lucia bella

dei bimbi sei la stella

pel mondo vieni e vai

e non ti fermi mai

(Filastrocca popolare)

 

Oggi Gabriele festeggia la sua prima vera Santa Lucia “consapevole”.  Non è il primo anno che allestiamo l’arrivo di Lucy e del suo asinello, ma è certamente la prima volta che ciò avviene nella piena e vigile cognizione del nostro bimbo, che ora di fronte all’evento inizia a capire, desiderare, attendere, fremere, gioire.

Abbiamo rispettato i dettami del rituale classico, o almeno… di quel rituale che si inscenava a casa mia e che mi persuado essere il più fedele alla tradizione.

Scampanellate e piccoli doni nelle sere precedenti, giusto per accrescere l’attesa e plasmare il mito. La sera del 12 dicembre, allestimento di libagioni per l’asinello (carote, pane, biscotti), per trasmettere bontà e magnanimità nei confronti del regno animale sempre vessato e servizievole. Pressioni psicologiche in stile Guantanamo per guadagnare presto il letto e addormentarsi nella trepidante attesa di un mondo nuovo all’indomani.

Una liturgia che si consuma pressoché uguale in tutte le famiglie di Volta, di Mantova, di Verona, poiché questo è quello che si conosce di Santa Lucia e della sua generosa folata di regali. Pochi invece conoscono l’origine della tradizione, che affonda i piedi un po’ nella storia e molto nella leggenda.

Siamo a Verona, in un inverno qualunque alla fine del XIII° secolo. Una grave epidemia colpisce gli occhi di molti bambini. La città, impotente di fronte agli insuccessi della medicina, chiede una grazia con un pellegrinaggio a piedi scalzi alla chiesa di Santa Lucia, protettrice degli occhi. Data la rigida temperatura, i bambini inizialmente si lamentano e rifiutano. I genitori promettono allora giochi e dolci, come ricompensa tangibile per il duro pellegrinaggio da compiere. La leggenda vuole che a processione conclusa, l’epidemia venga sbaragliata. Da allora inizia la tradizione di portare ogni anno i bimbi in chiesa il 13 dicembre, per ricevere una benedizione agli occhi. La sera prima rimane l’usanza di aspettare la Santa e, con essa, i doni che si portò appresso.

Santa Lucia in Svezia

Santa Lucia in Svezia

Dal ‘700 in Svezia si festeggia il giorno di Santa Lucia, come  passaggio delle ultime due settimane di Avvento. La mattina del 13 dicembre, la primogenita femmina si veste di bianco con una corona di rami e candele e porta  la colazione a letto ai genitori.

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Questione di dettagli

“A volte un dettaglio può distruggere una poesia”

(E. Ruggeri, Il futuro è un’ipotesi)

Quando ti dicono che basta poco per fare le cose fatte bene. Un piccolo, banale particolare per decretare la perfezione o il fastidio perenne. Da un insignificante gesto conclusivo, a volte può dipendere la gloria o la dannazione di un lungo lavoro. Puoi sforzarti di eseguire un’opera d’arte, un semplice lavoretto, un’imponente manufatto o un futile bricolage, ma quel che conta è il tassello conclusivo. Alla fin fine, quel che conta è proprio la fine. Ecco, io non potrei mai fare quello che chiude i tombini.

Dall’album” Fastidio”, tutte scattate tutte a Volta Mantovana

Dall’album” Fastidio”, tutte scattate a Volta Mantovana

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Ferragosto mantovano

Il folklore, nelle sue varie forme,

non deve essere concepito come una bizzaria,

una stravaganza o un elemento pittoresco,

ma come un’espressione spirituale da prendersi sul serio

(G. Gozzi, Superstizioni? Credenze, Ubbie, Incantesimi, Magie)

 

Ieri mi trovavo in piscina e non ho potuto fare a meno di ignorare la conversazione tra alcuni ragazzini vicini. Un gruppetto di quindicenni  stava organizzando l’imminente giornata di Ferragosto. Ad un certo punto il più loquace della schiera lancia, con claudicante cadenza mantovana, un’imbarazzante domanda: “Oh ragàs, ma che festa è Ferragosto? Seriamente, dai… che festa è? Cosa si festeggia?” Le ragazze ridono, i ragazzi rispondono oscenità prive di senso, ma nessuno azzarda la minima risposta. Anche l’artefice del dibattito desiste dal cercare argomentazioni pertinenti. Tabula rasa: il quesito rimane sospeso, astruso, irrisolto. Vien voglia di alzarsi ed improvvisare una sintesi, dall’Editto di Costantino ai giorni nostri. Ma fa troppo caldo, è quasi Ferragosto dicono.

Invece per i mantovani più colti, Ferragosto significa soprattutto “Fiera delle Grazie”. Oltre al celebre Santuario Mariano, il mantovano ruspante medio è legato alla tradizione del cotechino, che qui si degusta anche con trentacinque gradi.

Il Santuario della Madonna delle Grazie è celebre soprattutto per il suo coccodrillo imbalsamato, appeso al soffitto. Al di là delle tante e suggestive leggende, si tratta di un’offerta ex voto, probabilmente proveniente da qualche viaggio in Africa. Il coccodrillo, alla stregua di un serpente o di un drago, era simbolo del demonio ed il fatto di appenderlo al soffitto di una chiesa rappresenta inevitabilmente la vittoria di Dio su Satana, del bene sul male. Tuttavia, quello che mi ha sempre affascinato molto di questa chiesa non è tanto il suo coccodrillo, spauracchio affascinante di ogni bambino, quanto piuttosto i numerosi manichini che ne riempiono i lati. Fantocci di cartapesta, gesso, legno e altri stravaganti materiali dell’epoca, costruiti come preghiere ex voto, per ringraziare la Madonna delle svariate grazie ricevute. Ogni statua riporta un’iscrizione, la metopa, che ne chiarisce la ragione d’essere. Sotto l’impiccato, ad esempio, è scritto: “io veggo e temo ancor lo stretto laccio, ma quando penso che tu l’hai disciolto, ribenedico il tuo prezioso braccio”. Ogni manichino ha evidentemente una storia, ogni storia una suggestione. È il fantastico mondo di superstizioni, credenze, ubbie, incantesimi, magie e… religione.

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Notte priva degli esami

Eravamo trentaquattro e adesso non ci siamo più e seduto in questo banco ci sei tu

(A. Venditti, Giulio Cesare)

È da questa canzone pubblicata su Facebook che è nato tutto. Un post di un’amica con un semplice tag è stata la scintilla iniziale. Poi la caccia serrata tra tutti contatti, la ricerca in rete di chi occupava l’ultimo banco, i giri di domande tra i conoscenti per scovare anche la secchiona della prima fila.

In pochi giorni ci siamo riusciti: dopo vent’anni abbiamo ricostruito buona parte del gruppo della Terza A. Insegnanti, bancari, consulenti e funzionari d’ogni risma e foggia, accanto a chi non ha ancora capito cosa fa nella vita. Il bello del Liceo Classico è anche questo… non sai mai come va a finire davvero.

È stato fantastico ritrovarsi. Una serata in bilico tra aneddoti e memorie, tra risate e malinconia, tra passato ignorante e senno di poi.

Personalmente porto nel cuore un ottimo ricordo di quegli anni, tra i più belli e spensierati della mia vita. Riviverli insieme è stato meraviglioso. Bravi ragazzi.

Beato tra le donne

Beato tra le donne

Gruppone

Gruppone

Maschi di mischia

Maschi di mischia

La lettura del Bestiario

La lettura del Bestiario

La Trinità

La Trinità

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