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Maglia nera
Una volta, durante una partita che arbitravo in seconda categoria, capitò che un tifoso locale si rivolse con tono impetuoso al difensore centrale della sua squadra, reo, a suo dire, di scarso rendimento. Mi pare fossi dalle parti di Quistello e l’apostrofe fu più o meno così: “Sat gh’è mia oia ‘d sugàr, sta a casa a magnàr i turtèi ala domenica”. Il difensore uscì dal terreno di gioco e rincorse l’anziano tifoso, che nel frattempo s’era dato alla macchia. Espulso il primo, ancora latitante il secondo.
Non capisco perché domenica a Genova i cellerini non abbiano preso a manganellate sulle ginocchia quei quattro tifosi che hanno interrotto per un’ora la partita, pretendendo che la squadra locale si togliesse la maglia. Mistero della fede. D’altro canto la dice lunga il celebre striscione degli anni sessanta, esposto in occasione di un Mantova-Genoa: “Mantua me genuit: Mantua l’è mèi ca Genua”
Marmoleda
Il nome Marmolada potrebbe derivare dal greco “marmairo”, che significa “risplendo”, “brillo”. Gli abitanti della Val di Fassa, però, parlano il ladino, lingua nobilissima che meriterebbe una digressione a parte, ed il ghiacciaio lo chiamano “Marmoleda”. Probabilmente anche quelli di Modena lo chiamano allo stesso modo, Marmoleda, anche se non sanno cosa sia il ladino.
La leggenda narra di una vecchietta, che sfidò le usanze e osò raccogliere il fieno nel giorno dedicato alla festa della “Madonna della Neve”, il 5 agosto. La notte seguente nevicò a tal punto da formare un ghiacciaio perenne, sotto il quale giacerebbe tuttora l’irrispettosa vecchietta col suo carico di fieno.
Etimologia e fiaba, per raccontare un luogo indiscutibilmente unico. La Marmolada è la cima più alta delle Dolomiti, il ghiacciaio per eccellenza. Tra qualche anno non esisterà più, perché il surriscaldamento del pianeta ne riduce quotidianamente i confini. È quindi indispensabile visitarla prima che sia troppo tardi.
Ci si accede coi ramponi, camminando lentamente fino alla vetta di Punta Penia, a 3343 mt. Un’esperienza stupenda. Per eccesso di zelo, siamo saliti in rigorosa cordata. Una salita faticosa, ma non estrema, anche se a tremila e passa metri la respirazione diventa un po’ più complicata. Lo sforzo per trovare nuovo ossigeno è però ripagato dal panorama della cima: di fronte il Sasso Lungo e il Piz Boè, più là il Catinaccio e dall’altra parte le Tofane e il Pelmo. Vale la pena salirci.
Cima Presena
(don Daniele Corridori, 1996)
La prima volta che sono salito sul ghiacciaio Presena è stato ai tempi del Camposcuola a Ponte di Legno, con don Daniele. Credo fosse il 1990 o giù di lì. Non ci giurerei, ma la copertina del libro “Una strada per la montagna” mi pare che riporti un’istantanea di quell’escursione.
Ci sono ritornato ieri, più vecchio, più saggio e decisamente più attrezzato. Non ho potuto fare a meno di confrontare quella salita a questa.
Al di là del fatto che all’età di quindici anni non sai neppure dove ti trovi, ho costatato che l’elemento di maggior differenza è stata l’attenzione per il paesaggio, attenzione che vent’anni fa era inesistente, perché riservata alle cazzate dei miei coetanei. Mentre scrivo, ricerco il libro che ho citato sopra e mi rivedo nelle ultime posizioni della fila, intento a soppesare una palla di neve sicuramente destinata a qualche capoccione degli avamposti. Chiudono la coda il Lele, con gli inseparabili jeans, e il Paio col panama alla Venditti.
Quella di ieri è stata un’esperienza più matura, più legata alla montagna e alle sue meditazioni. Faceva freddissimo in vetta, e il vento ci ha messo parecchio in difficoltà. Bello questo ghiacciaio d’estate, non me ne ero mai accorto.
Esperienza Stravolta
21 km di Stravolta. Nonostante il testamento olografo, opportunamente redatto alla partenza, sono degnamente sopravvissuto all’evento. In verità qualche segno di cedimento lungo la scalata al monte dell’acquedotto ce l’ho avuto, eccome! Mi è parso il Pordoi e non capirò mai se la Madonna in cima era vera o se l’ho vista solo io. Però già al 13°-14° km mi sono ripreso. Le gambe oggi stanno molto bene, la schiena un po’ meno. Se guardo il cronometro rilevo un tempo infame, ma l’importante era mantenere sempre la corsa costante, no?
È d’obbligo un pubblico ringraziamento agli organizzatori e alla Protezione Civile, perché la corsa è stata magnifica. Potrei sintetizzare “complimenti ai fratelli Tedeschi” (beninteso: Aldo e Bruno, non Hans e Wolfgang).
Bellissimo tragitto, con tanta ombra, poco asfalto, boschi e saliscendi. È la conferma che chi disegna i percorsi nel nostro circondario dovrebbe essere di Volta o avvalersi della consulenza dei Voltesi. Qualcuno lo dica a chi organizza i raduni delle vespe, visto che nell’ultima edizione il tragitto faceva pena e chiunque, improvvisando quella mattina, avrebbe scelto strade migliori.
Ferrata dell’Amicizia
Partenza di buon mattino. E come al solito dimentico qualcosa. È la volta degli scarponcini, ma me ne accorgo subito, appena vedo quelli di Gianluca nel baule della sua auto: pericolo scampato. Due giorni prima, stanco di vedere il mio compare con quelle improbabili bottiglie di plastica al seguito, gli ho regalato una bellissima borraccia d’alluminio. Per dimostrare quanto ha gradito il regalo, il Nostro si ripresenta con le solite bottiglie: sono soddisfazioni, non c’è che dire.
Nel nostro programma doveva esserci la ferrata Ottorino Marangoni di Mori. Percorso complesso, ma relativamente breve (2 ore circa). Arrivati all’attacco della via, e dopo aver appurato che comunque avevo dimenticato a casa la relazione della ferrata, ci imbattiamo in un simpatico cartello che decreta la chiusura del percorso ferrato, causa manutenzione. L’ordinanza del Comune vieta perentoriamente l’accesso. Pensiamo per un attimo di trasgredire la regola e di proseguire con cautela. Rimango tuttavia molto dubbioso per il pericolo che potrebbe attenderci (ne vale la davvero pena?). Il timore di Gianluca è invece un altro, più veniale: è preoccupato dell’eventuale multa, nel caso ci sorprendessero all’interno di un percorso vietato.
Decidiamo per motivi diversi di rinunciare e per non perdere la giornata, scatta il “piano B”. Il “piano B” è quello che ognuno dovrebbe avere in caso d’imprevisto. È la seconda scelta, il programma d’emergenza, l’alternativa da attuare in caso di impraticabilità del “piano A”. Come molte altre cose, noi il piano B non ce l’abbiamo.
Inizia un tour di telefonate per chiedere informazioni agli amici esperti di montagna o a quelli pratici di siti internet. Dopo una mezzora di trattative e di “aiuti da casa”, riusciamo ad accordarci sul fatidico “piano B”. L’alternativa è la Ferrata dell’Amicizia che parte da Riva del Garda.
Il percorso ha una durata totale di 6 ore e nel complesso appare molto pesante e poco avvincente. I 1200 metri di dislivello totale sono distribuiti in un interminabile sentiero faticoso e in lunghi scaloni di ferro. Ottimo per le esercitazioni dei pompieri o per gli amanti delle scale antincendio. Ci mettiamo un’infinità anche perché davanti a noi c’è un tedescone rapido come un panzer e agile come un vagone della transiberiana. Ha il fisico di Helmut Koll, ma è più giovane: decidiamo per convenzione di chiamarlo Herald. Herald sale, ma è lento da morire e il suo culone ci fa ombra.
Arriviamo sulla Cima Sat e nella sosta per il pranzo rompiamo il Patto d’Acciaio con Herald. Dopo l’interminabile discesa, ci rimane il conforto della solita birretta fresca. Tedesca naturalmente, per non tradire il leitmotiv della giornata.
Lucy a San Siro
“Lucy in the sky with diamonds”
(Beatles)
Non solo bandiere, caroselli e brindisi confusi. Quest’anno lo scudetto è stato festeggiato con una torta della Lucy, appositamente condivisa con i colleghi veronesi. Tra le due tifoserie, quella mia e quella dei colleghi, storicamente non corre buon sangue. È per questo che sfoggiare con solennità la crostata rossonera non ha prezzo.
Dunque un ringraziamento pubblico alla Lucy e alla sua consueta disponibilità. Ci ha regalato proprio un bel momento.
In moto, perpetuo
Ieri, in uno spaventoso incidente trasmesso da tutti i tg, ha perso la vita il giovanissimo Tomizawa. E ovunque serpeggia la stessa domanda: “Si può morire in moto a 19 anni?” Certo che si può. Se di mestiere scegli di fare il pilota, se ogni giorno corri a 300 all’ora a cavallo di pochi chilogrammi di ferro, allora si può eccome.
Dispiace certo. Ma non facciamo troppa ipocrisia. Chi decide (o meglio, chi può permettersi di decidere) di correre in moto, deve mettere in preventivo qualche serio rischio. In cambio di questa “scommessa” il sistema offre soldi, fama e divertimento. È una scelta. Che ognuno dovrebbe fare in maniera libera e consapevole.
Insomma, sarebbe più sconcertante se una morte simile accadesse ad un impiegato del catasto o un archivista dell’Inps, no?
Pallone gonfiato
Calciomercato pazzo. L’Inter che ha vinto lo scudetto e ha incassato il premio Champions, non ha praticamente sborsato un euro. Ha anzi fatto cassa, liberando crazy horse Balotelli. Se l’immobilismo nerazzurro è dettato dal tanto acclamato fair play finanziario, perché il Milan, al contrario, può fare spese folli? Perché ha promesso a Barcellona o City la vendita dei gioielli di famiglia (Pato e Thiago Silva) l’anno prossimo? Perché ci sono imminenti elezioni e il presidente necessità di una buona immagine? Un giocatore (Ibra) venduto l’anno scorso per 70 milioni, ora ne vale solo 24? Robinho pagato 32 milioni due anni fa, vale oggi “solo” 15? Borriello non accetta il prestito alla Juve per 3 milioni e mezzo annui perché dice di volerne 4 e poi va alla Roma per 2 e mezzo?
Il popolo dei giornalisti sportivi ricorda gli ignavi danteschi, che correvano da una parte all’altra inseguendo una bandiera senza insegna. La stampa sportiva è sempre pronta a seguire la notizia sensazionale, a schierarsi senza ideale da una riva all’altra… purché si faccia clamore.
Perché questi cronisti e questi direttori non ci spiegano cosa sta succedendo? Perché non può esistere un giornalismo sportivo d’inchiesta? Credono davvero si possa considerare tutto questo normale?
Nel marasma di questo calciomercato pazzo, fa sorridere la reazione stizzita dei napoletani alla cessione di Quaglierella (napoletano d.o.c.g.) alla Juve. In parecchi a Napoli hanno azzeccato l’ambo uscito nei giorni scorsi: 27 e 71. Dicono che il “27” è il numero di maglia dell’attaccante; “71”, invece, è “l’omm ‘e mmerda”.
Ferrata Rio secco e ferrata Burrone Giovanelli
Due ferrate in una. Partiti alla volta di San Michele all’Adige, per percorrere la via attrezzata che si sviluppa a cavallo del Rio Secco, abbiamo deciso di raddoppiare, concedendoci anche la Burrone Giovanelli a qualche chilometro di distanza.
Già dal parcheggio vediamo tre tedeschi che ci anticipano nel percorso di avvicinamento alla parete. Io odio avere qualcuno nelle immediate vicinanze, sia davanti al mio cammino che dietro alle calcagna. Pazienza.
A pochi metri dall’attacco vedo un culo enorme, nudo, prono. Avverto il mio compare: “Gianluca, c’è uno che sta cagando”. La “signorina” tedesca, giusto sul sentiero, a due passi dai propri compagni, ha deciso di “alleggerire” il fisico prima della partenza: iniziamo bene.
Passiamo al fianco dei tedeschi, ci prepariamo e riusciamo a partire prima di loro, che tra imbragature a mille fibbie e carta igienica da riporre, appaiono lentissimi.
La ferrata del Rio Secco non risulta particolarmente difficile, ma qualche bel passaggio vale il viaggio d’andata in auto. Arriviamo in cima in anticipo rispetto ai tempi ufficiali di percorrenza. Dei tedeschi nessuna traccia (organica).
Non domi, ipotizziamo di aggiungere anche la ferrata Giovanelli, a Mezzocorona. Gianluca contatta una segretaria al telefono per farsi leggere la relazione su internet, ed io ravviso gli estremi per l’abuso d’ufficio. Ferrata facile, in ambiente splendido. Un canyon lunghissimo da risalire tra cascate d’acqua (una di cento metri), lunghe scale di ferro e pareti a tratti vertiginose.
Ferrata delle Taccole
Un’escursione nata all’improvviso, solo per non accettare l’invito del Cesco ad un sabato di canyoning con l’incubo di dover viaggiare con due macchine in tre (occorre lasciare un auto al ritorno e andare con un’altra alla partenza).
Io, il Cesco e Gianluca… parecchie imprese comuni alle spalle. Con loro la montagna è una bellezza; innanzitutto perché hanno un senso dell’orientamento e una conoscenza geografica migliori dei miei, e poi perché con loro condivido da sempre esperienze, viaggi e aneddoti piacevolissimi.
Partenza alle ore 7, ma dopo qualche chilometro mi accorgo di aver dimenticato i calzini. Qualche rimprovero e timida ramanzina (“sei sempre il solito”), poi inversione di marcia… Vabbè.
Per la prima volta nella vita, con loro due ho scelto io l’itinerario: cima Telegrafo e ferrata delle Taccole.
Inizia il tormentone: un sole cocente, che brucia le spalle e che ogni quarto d’ora fa sbottare il Cesco: “E pensare che potevamo essere al fresco, nell’acqua”.
La ferrata è dritta, fa quasi impressione e si snoda seguendo una fessura verticale della parete, da cui esce una gradevolissma aria fresca.
Il Cesco sta davanti; Gianluca chiede di stare in mezzo, ma la sua è più una paranoia psicologica: continua a blaterare “guardate che non riesco”, “attenzione che io non sono allenato”, “ ma io non sono capace”, “ecco, adesso dove vado?”. Poi sale come tutti quanti, da perfetto finto piagnone.
La via è impegnativa e abbastanza tecnica, ma tutto sommato piuttosto breve: in un’oretta siamo fuori.
Un leggero pasto al Telegrafo e subito la proposta del Cesco di raggiungere Cima Valdritta, vetta del Baldo. Serve un’altra ora di cammino, ma le nostre perplessità sono legate al fatto che la nuova metà ci porterà lontano dal sentiero di ritorno. Riusciamo a malapena ad obiettare che lui è già partito. Lo seguiamo e dopo un’ora raggiungiamo la cima, che il sottoscritto conquista per primo.
Il tempo di una foto e ci muoviamo velocemente per la discesa, attraverso un ripido sentiero che spacca le ginocchia. Siamo costretti a “tagliare” per i prati che costeggiano la strada, improvvisando un percorso di fortuna.
Alla fine, dopo sei ore e mezza di cammino, una birra in compagnia suggella la magnifica giornata.











