Archive for category Politica

Un referendum superfluo

Sì o No è una scelta troppo secca per gli italiani. Aggiungiamo: sì però, no ma, vedremo, forse e ripeta la domanda
(Altan)

Notizia di oggi: l’Italia affronterà  la Svezia negli spareggi per Russia 2018. È evidente che l’accesso alla competizione dipende esclusivamente dal superamento di questa sfida. Potremmo chiedere agli italiani se vogliono che la nazionale partecipi ai Mondiali, ma la loro risposta sarebbe irrilevante, visto che ogni responso arriverà unicamente dall’esito degli spareggi.

Il referendum consultivo del 22 ottobre avrà più o meno lo stesso effetto della domanda agli italiani sulla volontà di andare in Russia. Il referendum non deciderà assolutamente nulla. Non porterà alla Lombardia alcuno statuto speciale, per il quale sarebbe necessario modificare la Costituzione. Probabilmente spingerà la Giunta Regionale, che tuttavia potrebbe già farlo in autonomia domattina, ad aprire un tavolo con lo Stato per  il decentramento di alcune competenze e delle conseguenti risorse. Quante e quali è impossibile saperlo, giacché nella migliore delle ipotesi saranno frutto di lunghe e complesse trattative. Ammesso poi che le prossime giunte regionali abbiano il medesimo obiettivo.

Il referendum consultivo è un istituto previsto per sondare il parere dei cittadini ed intraprendere le eventuali e coerenti azioni politiche conseguenti. Si chiede ai lombardi se vogliono che la loro Regione richieda allo Stato maggiore autonomia, tramite una procedura prevista dalla Costituzione. Ci mancherebbe. Nessun lombardo dotato di senno e di buona fede può opporsi a questo principio logico e sacrosanto. La Lega però dovrebbe spiegare perché cerca dagli elettori questo mandato. L’elezione stessa della Lega, partito autonomista per antonomasia, non è di per se già un mandato per perseguire maggiore autonomia? O si sta affermando che la maggioranza dei cittadini ha eletto la Lega, ma non vuole avere più autonomia da Roma? La risposta a queste domande retoriche non può che essere che il referendum è strumentale e propagandistico. Ne è la riprova che le stesse procedure per accrescere l’autonomia (terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione che prevede che le regioni con i bilanci in ordine possano chiedere di vedersi assegnate maggiori competenze rispetto a quelle previste) sono già state intraprese da altre regioni. L’Emilia Romagna ha già avviato lo stesso percorso, senza indire un referendum.

Non mi soffermo sui costi di questa inutile operazione di marketing, solo per non cadere nell’ordinario qualunquismo.

Nonostante le premesse, andrò a votare. Fondamentalmente perché sono d’accordo con il quesito, anche se trovo la consultazione perfettamente vana.

refe

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Il broglio elettorale

“Il problema con libere elezioni è che non si sa mai come andranno a finire”

(V.M. Molotov)

A quanto pare riusciranno ad approvare un’altra legge elettorale nefanda.

Ancora una volta una legge illogica, contradditoria, arrogante, truffaldina. Di nuovo una legge che nega le preferenze ai cittadini, che lascia ai partiti la scelta dei candidati eletti col proporzionale, che consente le candidature di una stessa persona in più collegi per “attirare” voti che andranno ad altri, che esclude le liste civetta dal Parlamento, ma le ammette nel computo dei voti di coalizione, che non permette il voto disgiunto, che contiene commi ad personam.

Potremmo continuare a lungo, addentrandoci nei dettagli tecnici della sua struttura e nelle storture ormai notate da chiunque.

Professori e costituzionalisti del calibro di Zagrebelsky, Carlassare, Villone, Pace e Calvano hanno sollevato nuovamente pesanti dubbi di incostituzionalità. I soliti gufi, si dirà, anche se finora c’hanno preso.

Intellettualmente è una legge insostenibile, perché è impossibile non accorgersi dell’evidente broglio per escludere il Movimento Cinque Stelle. Questa non è democrazia, è un’altra cosa.

E poi non sopporto l’ennesimo voto di fiducia per approvare le regole del gioco comune. L’ennesimo colpo di mano lanciato da chi ha sempre sostenuto il primato della condivisione delle regole collettive.

Matteo Renzi - FOTO DI REPERTORIO

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Plebiscito democratico

L’ultimo passo della ragione è di riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano
(B. Pascal)

Talvolta in natura scopriamo fenomeni apparentemente incomprensibili ed incredibili che la ragione, nonché le leggi della fisica e della chimica, faticano a spiegarsi. Capita con l’aurora boreale, con la bioluminescenza dell’Oceano Pacifico, col lago rosa dell’Australia. Cose che non t’aspetti, che quando pensavi di averle viste tutte… arrivano loro.

Dopo le ultime primarie del PD, pensavo di avere visto il livello massimo di farsa, invece le votazioni per eleggere il candidato premier del Movimento Cinque Stelle hanno incredibilmente superato quell’assurdo limite. Anche qui la ragione, le leggi della fisica e quelle della chimica, faticano a spiegarsi la logica. Sette candidati sconosciuti e poi Di Maio: suspense fino alla fine per sapere chi vincerà.

Aggiungo di più. La giustificazione di questa carnevalata, secondi cui “chiunque può concorrere a quel ruolo, perché la democrazia assoluta offre a tutti le stesse chance”, non regge per sua stessa ammissione. Non c’è bisogno di argomentare, si capisce subito che si tratta di una sciocchezza. Nessuno degli altri magnifici sette avrà mai le stesse chance di Di Maio. E meno male, perché sarebbe assurdo che tutti potessero concorrere a tutto. Che chiunque possa aspirare a qualunque carica è un’idiozia indicibile. Trovo inoltre offensivo dell’intelligenza degli elettori proporre una votazione basata su questi termini. Già… intelligenza degli elettori. Siamo sicuri che chi voterà seriamente e scientemente Di Maio, convinto che sia l’unico modo per farlo vincere, meriti davvero il suffragio universale?

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Scheda per l’elezione “democratica” del Cancelliere tedesco (dal gruppo fb “Fotografie segnanti”)

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Aiutiamoli a casa loro

La demagogia è la più fraudolenta delle seduzioni
(R. Gervaso, Il grillo parlante)

Anche se un po’ in ritardo, seppur mi renda conto di quanto questa cosa sia ormai passata in sordina, qualcuno dovrebbe  spiegarmi che senso hanno le parole di Renzi “Aiutiamoli a casa loro”. Cioè, il significato lo comprendo bene, ma vorrei che qualcuno mi spiegasse:

  • con quali strani algoritmi questo slogan possa agevolmente ammogliarsi con una qualche idea di “sinistra”. Come si possa sposare e fare proprio uno slogan storico della destra e al contempo professarsi accoglienti e integranti di sinistra. Vorrei capire come stanno i due piedi nella stessa scarpa. Non dico Berlinguer o Occhetto, ma penso che nemmeno Letta (Enrico) si sarebbe mai sognato di noleggiare un motto simile;
  • cosa significa “Aiutiamoli a casa loro”? Chiamiamo al telefono tutta l’Africa per dare supporto psicologico? Facciamo sei anni ininterrotti di Telethon? Diamo ottanta euro ad un miliardo e mezzo di persone, purché non escano dal continente? Bonus bebè a chi non fa i bebè? Mandiamo scatoloni di Nutella e pasta Voiello? Oppure significa eliminare l’esportazione di armi, o incentivare e finanziare le missioni umanitarie di peace building e peace keeping? Come si aiutano a casa loro? Posso anche concordare sul principio, ma mi devi spiegare cosa ci sta dentro quella frase;
  • perché la parte politica che storicamente ha sempre rivendicato il primato dei contenuti e della sostanza scivola nel più becero dei populismi e nella più ebete demagogia? “Aiutiamoli a casa loro” non significa nulla. Significa imbonirsi l’elettorato della parte avversa, avvicinare i voti lontani, tendere la mano a chi sta sull’altra riva del fiume (il rivale, appunto).

Intendiamoci, non sono per l’accoglienza indiscriminata, né per l’integrazione forzata. Fosse per me, chiederei la cittadinanza in Islanda. Penso però che l’immigrazione rientri tra quei fenomeni mondiali inevitabili e inarrestabili. Da milioni di anni l’uomo migra dove si sta meglio. Compito della politica è quello di governare, gestire, regolare questi fenomeni. È quello di proporre soluzioni efficaci, non slogan vuoti.

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Alla tedesca

In fondo a un problema trovi sempre un tedesco

(Voltaire)

Dopo mesi in cui pareva impossibile trovare la quadra, dopo annosi dibattiti portatori di istanze ed esigenze diametralmente opposte, dopo lunghe settimane di stallo e di liti, in pochi giorni è arrivata l’intesa sulla legge elettorale. Di fronte all’enigma indecifrabile della scelta, ci hanno fatto credere che servisse scomodare la Consulta e i politologi di tutto il mondo. Poi in quarantott’ore hanno partorito una soluzione fetida, che non puzza di vecchio, ma di putrido.

Sarò sibillino: è una porcata. E il fatto di alludere al sistema tedesco palesa la frode che ci sta dietro. I diversamente giovani ricorderanno quando da piccoli si giocava alla tedesca, calciando il pallone in porta al volo e sperando di segnare. Il gioco fu inventato in Olanda, poi diffuso in Europa e chiamato impropriamente “alla tedesca”, probabilmente per rimandare alla sua origine straniera.

Anche in questo sistema elettorale di tedesco non c’è nulla, tranne una dolosa suggestione a qualcosa che per sua natura dovrebbe essere lineare, puntuale, chiaro, perfetto… diciamo “tedesco”.

Ricorda tanto le cravatte dei cinesi a “5 eulo”, con scritto dietro “vera seta”. Oppure il “Parmisan” americano, con la bandierina italiana sulla confezione.

In Germania il numero dei seggi è variabile e l’elettore ha due schede: con una sceglie il candidato al collegio uninominale (assegnato col maggioritario), con l’altra vota il partito che otterrà i seggi in funzione dei voti proporzionalmente ottenuti.

Con questo sistema l’elettore decide la sorte del candidato al collegio uninominale: chi si candida e non vince nel collegio, non viene eletto. Non ci sono ripescaggi di sorta. È altresì rispettato il criterio di proporzionalità, perché una parte dei seggi è assegnata sulla base delle preferenze accumulate su base nazionale. I tedeschi hanno anche l’istituto della cosiddetta “sfiducia costruttiva”, che impedendo di sfiduciare una Maggioranza senza indicarne una sostitutiva, garantisce lunga stabilità al sistema. Insomma, proporzionale, ma buono.

Quello che si prospetta in Italia, col placet praticamente unanime, è un proporzionale puro, come trent’anni fa: vengono eletti i vincenti dei collegi uninominali e ripescati anche i migliori sconfitti. Se un partito deve ricevere più seggi di quelli che ha già conquistato nei collegi uninominali, si passa alla nomina attraverso i listini bloccati delle circoscrizioni, dove i candidati sono scelti unicamente sulla base del loro numero di lista pre-stabilito dai segretari di partito. Va da sé che qui sono i partiti a decidere i parlamentari e all’elettore non spetta alcuna preferenza. Non c’è neppure la possibilità di voto disgiunto: con un voto solo si sceglie contemporaneamente il partito, il candidato uninominale e il listino. Saranno poi gli algoritmi a decidere la composizione delle Camere.

Non serve assaggiare il Parmisan per capire che fa schifo.

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La democrazia dei gazebo

Non mi toccare il gazebo chiaro? È una libidine mia e la inauguro io… chiaro?

(dal film Panarea)

Ho sempre conservato un’idea distorta della democrazia, ritenendo che raramente i “più” fossero in grado di decidere il bene per conto dei “tutti”. Ciononostante, nell’ambito del rapporto tra il potere ed il suo esercizio, il principio della consultazione democratica rimane la conquista più evoluta delle società contemporanee. Se è vero che la democrazia non equivale automaticamente al “buon governo”, è altresì vero che rimane l’istituto più illuminato, più legittimo e più libero che abbiamo a disposizione. Impossibile immaginare di farne a meno.

Detto ciò, mi chiedo se la stortura, o la finzione di democrazia siano effettivamente meglio della sua palese negazione. È meglio sconfessare apertamente la democrazia, ad esempio con la dittatura o con la tirannia, oppure offrirne una versione finta, manipolata, fraudolenta?

Renzi, leader uscente del maggior partito italiano, ha chiesto al popolo una legittimazione a tornare. Lo ha fatto inscenando una competizione simulata e dall’epilogo già scritto, dove avversari sconosciuti e impopolari hanno prestato il fianco alla convalida di un’elezione democratica e bulgara allo stesso tempo.

Non parlo delle qualità del leader, né dell’opportunità o meno di rivederlo a capo di un Governo. Ne faccio piuttosto una contestazione di merito sul metodo, sul sistema utilizzato per garantirsi un democratico rientro. Il capo finge di abbassarsi al livello della base, organizza la corsa contro due cavalli barzotti e si fregia di averli abbondantemente doppiati. Serviva davvero passare da questo finto voto popolare? Chi, onestamente, ipotizzava un risultato diverso dai gazebo?

Almeno Berlusconi ha sempre avuto, forse troppo, l’onestà spirituale di autoproclamarsi leader maximo, senza ricorrere a finte cerimonie di legittimazione, senza usare il raggiro di un’elezione simulata o di una consultazione di cartone: il capo sono io, e lo era veramente, a che serve chiederlo alla gente? E anche Grillo predica da messia autoreferenziale, fin dalla sua nascita. Non che siano modelli a cui tendere, per carità, ma non mi si venga a dire che Renzi lo ha scelto il popolo.

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Dilettanti allo sbaraglio

Dilettante: pubblica calamità che scambia il gusto con il talento e confonde la sua ambizione con le sue capacità effettive

(A.G. Bierce)

L’orizzonte estero di un soggetto politico, la sua weltanschauung internazionale, dovrebbe essere pressoché immutabile nel tempo. Uno dei pilastri fondamentali, granitici ed inossidabili, imposti dal “fare politica”, è rappresentato dalla chiarezza e soprattutto dalla certezza della visione in politica estera. Non lo richiede il bon ton delle istituzioni o dei rapporti internazionali, né il decalogo del perfetto politicante. Lo prescrive il buonsenso e lo conferma la storia. La politica estera di un soggetto rappresenta la sua identità: il modo di rapportarsi alle dinamiche internazionali individua i tratti distintivi di una partito, di un governo, di un movimento.

Quanto è accaduto nei giorni scorsi al Movimento Cinque Stelle sarebbe semplicemente paradossale, se non fosse indicativo di un vizio genetico molto più grave: la mancanza di un’identità precisa e profonda. Passare in ventiquattrore da euroscettici ad europeisti convinti non è esattamente un mutamento di visione politica. Significa sconfessare, rinnegare, abiurare il proprio genoma. Significa non averne uno.

Il programma dei liberali europeisti dell’Alde è agli antipodi di quello antieuropeista di Grillo. Nell’Alde ci sta Mario Monti, per capirsi. E su questa scelta, demandata irresponsabilmente e superficialmente alla rete, non ci sono giustificazioni di opportunità politica che reggano. “Dilettanti allo sbaraglio”, potremmo speditamente sentenziare. Ma il dramma è ben più grave. Che affidabilità può avere un movimento che non sa dire se crede o non crede nell’Europa, che chiede agli iscritti se bisogna stare da una parte o dall’altra della barricata fondamentale? Ve lo dico io: nessuna.

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Paludellum

Non preoccuparti, non scomparirò nella palude

(dal film The Danish girl)

Proprio non capisco lo stupore di fronte all’ordinario maturare degli eventi, la meraviglia davanti allo sviluppo naturale delle cose, all’ovvio rapporto che intercorre tra causa ed effetto. Urlare al golpe fa parte dell’indole miserabile di chi necessita sempre di un colpevole, ma stupirsi davanti al neonato governo Gentiloni mi pare eccessivo. Non entusiasma e forse non piace a nessuno, ma all’indomani dello schiacciante esito negativo del referendum, che cosa si aspettavano gli innovatori e rottamatori del sistema? Un generale sudamericano che con la divisa arringasse le folle? Un manipolo di proviri del traffico che legiferasse in nome del popolo? L’annessione alla Norvegia? Abbiamo rifiutato di riformare la Costituzione, ma pretendiamo, all’indomani, che quella stessa Costituzione non venga applicata. Si fa presto a dire: “andiamo a votare subito”.

Attualmente è in vigore l’Italicum (per lo più maggioritario), ma solo alla Camera e non al Senato. Questo perché nei disegni utopistici di Renzi il Senato si sarebbe dovuto dissolvere il 5 dicembre. Per il Senato è in vigore il Consultellum (per lo più proporzionale), ovvero un’evoluzione del Porcellum scaturita da sentenze della Corte Costituzionale. Italicum e Consultellum sono fondati su principi opposti. Più semplice chiedere stabilità governativa al mago Othelma, che all’esito elettorale di questi due sistemi in combinata. C’è di più: l’Italicum è al vaglio della Corte Costituzionale, per l’ipotesi d’incostituzionalità. Va bene, si dirà, usiamo il Mattarellum. Peccato che non sia più in vigore dal 2005 e che per tirarlo fuori dall’armadio occorra rispolverarlo, magari aggiungendo un premio di maggioranza, e soprattutto approvarlo in Parlamento. Già in Parlamento… ma se vogliamo sciogliere le camere e andare a votare subito?

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Tartufo costituzionale, sì o no?

In Italia si può cambiare soltanto la Costituzione. Il resto rimane com’è

(I. Montanelli, su Frankfurter Allgemeine Zeitung)

 

Le qualità migliori del mio amico Augusto sono che abita in una zona di produzione di tartufi, che se ne intende e che spesso li porta in dote con se quando si sposta. Adorabile (il tartufo).

E galeotta fu la cena. Perché ieri tra un crostino ed una tagliatella all’uovo, la  taglierina ha sfavillato. Lo champagne vellutato ha ammorbidito gli animi ed il referendum costituzionale alle porte è stato oggetto di acceso dibattito. Augusto, accanito sostenitore del “sì”, mi ha dato dieci buoni motivi per approvare la riforma. Il sottoscritto, fervido difensore del “no”, ne ha suggeriti altrettanti per cassarla.

In assoluto, probabilmente nessuno dei due ha ragione. Di seguito riepilogo il nostro contributo al dibattito di riforma costituzionale. Ciascuno potrà attingere dove e come vuole.

Ah…ringrazio ovviamente Augusto per il tartufo e la padrona di casa per le ottime tagliatelle.

 

Voterò Sì

  1. perché non voglio più 315 senatori, lautamente pagati, per fare lo stesso lavoro di 630 deputati, lautamente pagati;
  2. perché non voglio più che i consiglieri regionali prendano somme scandalosamente alte. Lo stipendio del sindaco capoluogo di regione basta e avanza. Va bene anche che i gruppi regionali non abbiano più il finanziamento pubblico;
  3. perché si abolisce il CNEL, che nessuno sa cosa fa, compresi i membri del CNEL. Costa 20 milioni di euro all’anno e, in totale, è costato un miliardo alla finanza pubblica;
  4. perché le province saranno finalmente abolite, togliendo la parolina dalla Costituzione;
  5. perché non ne posso più delle materie “concorrenti” tra stato e regioni. Dopo 15 anni nessuno ha capito cosa fa uno e cosa deve fare l’altro;
  6. perché il Parlamento avrà, finalmente, l’obbligo di discutere e deliberare sui disegni di legge di iniziativa popolare proposti da 150mila elettori;
  7. perché saranno introdotti i referendum propositivi e d’indirizzo. Si abbassa il quorum per la validità dei referendum abrogativi. Se richiesti da 800mila elettori, non sarà più necessario il voto del 50% degli aventi diritto, ma sarà sufficiente la metà più uno dei votanti alle precedenti elezioni politiche;
  8. perché TUTTE LE FORZE POLITICHE, nessuna esclusa, nella campagna elettorale del 2013, promisero che avrebbero fatto  le riforme costituzionali;
  9. perché se non passa questo Referendum nessuno parlerà più di riforma costituzionale per i prossimi 20 anni, con grande gioia dei senatori e consiglieri regionali;
  10. perché votano NO: D’Alema, Fassina, Civati e i 3.000 gruppi della sinistra dura e pura che, nel totale, hanno 2.500 voti. Perché votano no: Brunetta, Berlusconi, Grillo, Casaleggio & Associati, Fini, Salvini, Meloni e Schifani. Se votassero no anche Bersani & C. – che hanno approvato, per tre volte, la riforma in Parlamento – sarebbe un mondo perfetto.

Voterò No

  1. Tanto fumo. Perché il Senato non viene eliminato, viene modificato. Sarà eletto dai Consiglieri regionali, non dai cittadini. Non rappresenterà i territori, ma i partiti sul territorio. Manterrà competenza legislativa ma farà anche altro, anche se non si è capito bene cosa. Di certo, il bicameralismo rimane;
  2. Servitori di due padroni. Perché nel Senato i ventuno Sindaci saranno eletti dai Consiglieri Regionali. Godranno dell’immunità parlamentare. Rappresenteranno i cittadini dei Comuni o i Consigli Regionali? Faranno i Sindaci o i Senatori? Nessuna nazione al mondo annovera Sindaci in Parlamento;
  3. Che confusione, sarà perché votiamo. Perché è inaccettabile che i rappresentanti eletti, e delegati dal popolo, deleghino a loro volta il popolo per fare le leggi. La riforma prevede referendum propositivi e d’indirizzo, quorum ridotti per i referendum abrogativi. Insomma, chi è senza legge scagli il primo referendum. Con buona pace del risparmio e della classe politica efficace ed efficiente;
  4. Ripicca. Perché il Premier aveva legato le sorti del suo Governo a questo voto. Poi, di fronte ai  primi sondaggi negativi, ha imboccato contromano la direzione opposta. Non sarà la più nobile delle motivazioni, ma qualcuno dovrà pur rispondere di quello che dice. Cominciamo dall’alto;
  5. Provincialismo. Perché le Province saranno eliminate dalla Costituzione, ma possono tranquillamente rimanere come enti non costituzionali. Fuori dalla porta, dentro dalla finestra;
  6. Perché voterà “No” Zagrebelsky, non proprio l’ultimo degli imbonitori. Questa riforma mira unicamente a rafforzare l’esecutivo, che di fatto deciderà l’agenda del Parlamento. E se ci aggiungiamo il pastrocchio dell’Italicum, l’autoritarismo è servito. Finché governa chi ci piace tutto bene, altrimenti…;
  7. Ciocapiàt. Perché la sbandierata riduzione del numero dei parlamentari in realtà riduce solo una parte del Senato, cioè la Camera già più ristretta e più efficiente. Rimangono i 630 deputati, che evidentemente servono tutti quanti. La riduzione degli emolumenti dei parlamentari non dipende dalla Costituzione, eventualmente dovrebbe avvenire con Legge dello Stato. La riforma si limita invece a togliere le indennità per i senatori, ma tutto il resto, rimborsi erga omnes, rimane;
  8. Saggezza. Perché per dirimere le materie “concorrenti” tra Stato e Regioni si punta nella direzione sbagliata. Anziché decentrare le competenze verso un moderno federalismo, la riforma centralizza. A breve anche la riesumazione di Giolitti e Cavour;
  9. Circonvenzione d’incapace. Perché il quesito della scheda è scritto in modo truffaldino e spinge l’elettore sprovveduto giocoforza a concordare. Se la riforma è così bella, c’era bisogno di questo bizzarro espediente?
  10. Regole del gioco. Perché per cambiare la Costituzione dovremmo essere d’accordo in tanti, non solo Renzi e la Boschi. Qua cambia più di un terzo della Carta: 47 articoli su 139. La Costituzione, lo dice la parola stessa, “costituisce” la base della società civile di una nazione e come tale andrebbe scritta, emendata, rafforzata con un consenso amplissimo. E il consenso amplissimo non è una corrente di governo, né una maggioranza di un referendum senza quorum.

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Raggi X

Ho letto quella mail ma ho capito male

(L. Di Maio)

Doveva capitare ed è capitato. Le polemiche intorno alla vicenda Raggi hanno evidenziato le goffe contraddizioni di un Movimento che, come tanti prima e peggio di lui, assurge per sua natura alla trasparenza totale e all’infallibilità intellettuale. Additare chiunque di disonestà, e autoproclamarsi paladini unici della purezza e dell’integrità, rischia di essere controproducente. Soprattutto all’atto del “fare”. Perché prima o poi a certi livelli, direttamente o indirettamente, per colpa o per dolo, si viene inevitabilmente ripagati con la stessa moneta. La storia è piena di scivoloni negli stessi anfratti che poco prima si voleva esorcizzare. Predicare è una cosa, razzolare un’altra.

Non capisco lo stupore di fronte ai riflettori puntati, però. È vero che le accuse, per fatti veri o presunti, sono tutto sommato blande. È vero anche che altrove è successo e succede di peggio, senza troppi clamori della cronaca. Ma è anche vero che nessuno come i Cinque Stelle si è mai proclamato così integerrimo e al di sopra delle parti. E le accuse di complotto… le abbiamo già sentite per trent’anni.

Il Movimento, che è stato abilissimo ad intercettare il malcontento popolare ed a fornire un’alternativa, dovrebbe prendere atto che governare è ben diverso dal fare opposizione. Dovrebbe rispondere meno alle polemiche dei giornali e più alle domande dei cittadini. Meno video messaggi e più concretezza. Perché oltre alle perplessità sulla sua incoerenza, non si instauri anche il dubbio della mediocre incapacità.

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