Archive for category Uomini Forty

Uomini forty – Ai confini dell’Impero

Ben pochi realizzano se stessi prima di morire:

e ho giudicato con maggior pietà le loro opere interrotte

(M. Yourcenar, Memorie di Adriano)

Il Vallo di Adriano è una fortificazione in pietra costruita nel II° secolo d.C., che segnava il confine tra la provincia romana della Britannia (Inghilterra) e la Caledonia (Scozia). Costituiva l’estremo confine settentrionale dell’Impero Romano, tagliando in due l’isola.

L’impresa è di quelle leggendarie, da osannare coi figli e da raccontare ai nipoti. A piedi lungo il Vallo di Adriano, per centoquaranta  chilometri, da soli con lo zaino in spalla. Laddove le maestranze dell’Impero costruirono un’opera straordinaria, laddove centurie e militi guerreggiavano a ferro e fuoco, laddove i Pitti e le tribù del nord combattevano indomiti per qualche metro di terra. Un “coast to coast” stravagante, da Carlisle sul lato occidentale a Wallsend sulla costa orientale. Attraversare l’Inghilterra a piedi non è un affare per tutti.

Dopo una tappa trascorsa tra pascoli sconfinati e pecore alle stato brado, il percorso entra subito nel vivo mostrando nella parte centrale il suo tratto più bello. La fortificazione segue la dorsale delle colline, in un saliscendi continuo. Della lunga muraglia che corre sul crinale non si riesce ad individuare la fine. Le tracce di qualche roccaforte ci ricordano che qui si è lottato, combattuto, perso la vita. Attorno a noi il silenzio della brughiera e qualche lontano belato. Ci siamo noi e il vento, nessun altro. Qui il tempo si è fermato e se ti appoggi al muro guardando l’orizzonte verso nord, ti sembra che da un momento all’altro possano spuntare le orde barbare, tra nuvole di polvere e grida indemoniate. Invece regna la quiete più assoluta. La stanchezza del cammino (mediamente sette-otto ore al giorno) è compensata dalla serenità ispirata da questi luoghi. La seconda parte del cammino diventa più monotona, costeggiando spesso la strada romana a ridosso del Vallo.

Un’esperienza unica, a tratti mistica ed esaltante. Grazie ai miei compagni di viaggio, che hanno reso il cammino indimenticabile.

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Uomini Forty – L’osteria tour

“Ma c’ho l’alibi, a quell’ora sono sempre all’osteria”
(E. Jannacci, L’Armando)

Per il furto di opere d’arte di qualche giorno fa a Castelvecchio, l’alibi è veramente di ferro. A quell’ora, come diceva Jannacci, eravamo davvero all’osteria.
Primo “osteria tour” nel centro di Verona, che significa vagare tra i diversi localini tipici della città, possibilmente nei meandri più reconditi e pittoreschi del centro storico. Tra un calice di garganega e un’ombra di valpolicella si scoprono così le piazzette più nascoste, i portici più misteriosi, gli angoli più silenziosi. Inutile appuntare voti ai locali o giudizi sui vini. Lo spirito è altro e quel che conta è solo l’emozione dell’istante, la suggestione dell’attimo o l’eccitazione del momento. Per ogni tappa ho annotato la sensazione che vino, luoghi e persone mi hanno trasmesso.

1 Locanda Cappello e prosecco brut – L’euforia della partenza
2 Osteria Le Vecete e spumante rosè – Esoso lupanare di plastica
3 Osteria Del Bugiardo e vino spudorato – Viandanti sulla strada
4 Osteria Monte Baldo e Campofiorìn – Nectar angelorum hominibus e sincerità
5 Osteria A la Carega e vinasso bio greco– Belle sedie e lucean le stelle
6 Vini Zampieri e amarone – La staffa, siamo a cavallo

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L’idea è del Nicholas, le foto sono del Wolf.

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Uomini Forty – A piedi sulla Via Francigena

“Un pane dura cento miglia, e cento pani non durano un miglio”
(Proverbio popolare)

La via Francigena collegava il nord della Francia a Roma. In realtà l’itinerario originale partiva addirittura da Caterbury e giungeva sino a Gerusalemme.
La nostra piccola impresa è stata quella di percorrere cento chilometri del tratto centrale, lambendo le lande che da San Miniato arrivano a Siena. A piedi, zaino in spalla, peregrinando su dolci colline, crinali sconfinati, boschi di querce e borghi fantastici. Esperienza mistica, sia per la fatica che cento chilometri in quattro giorni inevitabilmente comportano, sia per la suggestione ancestrale dei luoghi. In alcuni tratti il percorso sembra veramente fuori dal mondo, regalando scorci che obbligano a meditare e a gustare la bellezza di un ambiente spettacolarmente unico. Sul tragitto pochissimi avventori, giusto qualche francese e qualche indomito tedesco inevitabilmente superati.
Una delle vacanze più intense che abbia mai fatto.

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Uomini Forty – L’esperienza Expo

“L’equilibrio tranquillizza, ma la pazzia è molto più interessante”
(B. Russel)

Oggi come oggi, per misurare la grandezza morale di una persona, occorre conoscere innanzitutto come si pone il suo spirito di fronte alle tre questioni esistenziali principali. Occorre cioè sapere se quella persona crede nella teoria gender, se tifa ancora per Valentino Rossi e se ha visitato il padiglione del Giappone.
Nella mia vita le prime due questioni ricoprono la stessa importanza che ha il cumino nel coniglio alla cacciatora. Per la terza disputa filofosica, forse la più trascendentale delle tre, scanso subito qualsiasi dubbio: non sono riuscito a visitare il padiglione Expo dedicato al Giappone. Che ciò faccia di me un uomo peggiore è dolorosamente ovvio, ma tant’è.
Recarsi all’Expo nell’ultima settimana di apertura è una prova di vita che andrebbe istituzionalizzata, il vero test d’ingresso per stabilire se le persone possono accedere o meno all’età adulta. Gente che bivacca per essere in vantaggio all’apertura dei cancelli, individui adulti che minacciano le vie legali di fronte al superamento nella coda ai tornelli, anziani rispettabili che spingono come la mischia degli all blacks per guadagnare un metro nella fila. Il trionfo della follia, l’elogio della demenza. E come simbolo di questa diserzione di raziocinio rimane la foto kitsch che ci hanno scattato al padiglione della Repubblica Ceca. Immortalati sul Ponte Carlo, con il sole in faccia e il tramonto alle spalle. Astronomicamente impossibile, stilisticamente discutibile.
Nonostante tutto ciò, Expo rimane un luogo stupefacente e bellissimo da visitare.

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I miei primi quarant’anni

“Quaranta anni non vuol dire vecchio. Se sei un albero”
(Anonimo)

I quarant’anni arrivano una volta sola nella vita. Esattamente come i trentanove e i quarantuno. Da più parti mi è stato suggerito di postare qualcosa su questo epico traguardo. In realtà ci avevo già pensato in autonomia, ma non avevo trovato nulla di memorabile, nulla di interessante da raccontare in un post. Ed in effetti, non sono riuscito a trovare neppure un titolo originale.
Il fatto è che ripensando a questo fantomatico traguardo, ritengo di non aver raggiunto alcun risultato eclatante o degno di particolar menzione. Se penso ai miei coscritti, trovo David Beckham e Tiger Woods, Michael Bublé e Jamie Olivier, Jonah Lomu e Matteo Renzi (vabbè… l’ultimo lasciatelo perdere). Credo di aver raggiunto il minimo sindacale: un diploma, una laurea, un lavoro, un matrimonio, un figlio, qualche bel viaggio. Però qualche anno fa ho sognato di morire in un incidente stradale e ricordo che nella sincerità dell’inconscio, quella tipica del sogno, il mio ultimo pensiero fu che potevo dirmi soddisfatto per quanto combinato nella vita. Nella razionalità tipica del conscio, mi sento di confermare.
Ringrazio la Pili per la foto verità

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Uomini Forty – Baldo nelle tenebre

Nell’anno delle mie quaranta primavere ho deciso di intraprendere una serie di sfide personali che possano rendere in qualche modo originale il mio 2015. Non sono imprese sportive, non sono fioretti quaresimali, non sono opere d’ingegno, né imprese titaniche. Non si tratta di mettersi alla prova, né di stabilire dei record. Si tratta di fare qualcosa un po’ fuori dall’ordinario, dal proprio ordinario, e di superare il limite personale delle abitudini.

“Uomini Forty” è la sezione che le conterrà tutte, giusto per non perderle. A volte servirà la forma fisica che sto ormai perdendo, altre volte basterà l’impegno della mente o la disponibilità degli amici. L’obiettivo è di compiere almeno dieci esperienze “forty”.

L’unica regola che mi son dato è quella di fare cose che non ho mai fatto e che meritano, nel loro piccolo, di essere raccontate ad un figlio, ad un familiare, ad un amico.

Si comincia con la salita invernale notturna alla cima del Monte Baldo.

La montagna più alta rimane sempre dentro di noi

(W. Bonatti)

Luna piena che illumina a giorno i crinali innevati. Il vento forte dei giorni scorsi ha spazzato via ogni foschia ed ogni nuvola. Le condizioni ci sono tutte per compiere l’assalto notturno alla cima del Baldo. Non l’avevo mai fatto prima d’ora.

Partiamo alle 19.00, poco sopra i 1200 mt. In un silenzio abissale, la neve scricchiola sotto gli scarponi in uno dei rumori più belli del mondo. Mi ricorda la passeggiata nel surreale cimitero Skogskyrkogården di Stoccolma. Anche lì, ora come allora, ero con Gianluca. La luna sale lentamente e ci accompagna già nel primo tratto di bosco. Non servono pile, neppure ramponi. Qua e là si perde aderenza, ma è poca cosa. Poco dopo arriviamo sulla splendida cresta. Da un parte l’immenso Garda, dall’altro le lontane luci di Verona. La sola visuale vale l’impresa. Il vento si fa sempre più forte e punge sulla faccia. Volano via discorsi sui massimi sistemi della vita, sulla genesi dei sentimenti, sulla mutevolezza della natura umana. Roba da ubriachi.

Dopo due ore di salita approdiamo al rifugio Chierego, mt. 1911. Fa quasi più freddo dentro che fuori. A scaldarci solo i bicchieri colmi di corvina. Il menu non è all’altezza (è il caso di dirlo) dello sforzo, ma con la fame che abbiamo azzanneremmo anche i ceppi di legno accanto alla stufa. Penne al curry (piatto tipico di montagna) e spezzatino della mutua. Ma ci basta per riprendere le giubbe, scendere di buona lena e tornare a casa con una piccola gioia da raccontare.

Chierego

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