Archive for category Varie

Apprendista nell’arte di conversare

Nelle conversazioni parla con gli altri, non solo agli altri

(Kriyananda)

 

Non sono un tipo che parla molto, almeno finché non conosco fino in fondo il mio interlocutore. Non sono neppure uno con l’eloquio scorrevole, perché le parole giuste mi vengono solo se ci penso un po’ sopra.

È per questo che ho sempre invidiato due categorie di persone: quelle con l’attitudine naturale a parlare con tutti di tutto e quelle che sanno sempre trovare alla svelta le parole corrette, le frasi chiare, le nozioni pertinenti da citare.

Un articolo sulla rivista Internazionale dice che “conversare dovrebbe essere una capacità che tutti abbiamo, e ci si dovrebbe addestrare già da ragazzini”. Ma se si approfondisce l’argomento in rete, si scopre presto un mondo fatto di tutorial, decaloghi, trucchi e segreti per una conversazione efficace. Consigli come “ascoltare l’interlocutore”, o “evitare di autocelebrarsi”, che dovrebbero già rientrare nel forziere del buonsenso in dotazione a ciascuno. Paradosso dei paradossi: nell’era della socialità globale, abbiamo difficoltà a conversare e ci serve un ausilio per riuscire a farlo. Osservazione banale, lo so.

Se esiste ancora la consuetudine di fare propositi positivi per l’anno che viene, io metto in lista quello di conversare di più. Più quantità e più qualità.

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Dove cade la pioggia

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane

(G. D’Annunzio, La pioggia nel pineto)

La consueta pioggia autunnale mi infonde sempre un sentimento di piacevole malinconia. Adoro trascorrere qualche attimo guardando dalla finestra l’acquazzone impetuoso, o anche il leggero ed ingenuo piovasco. Alberi e case che si bagnano adagio e poi s’inzuppano, animali e insetti che si riparano, gocce che martellano le superfici come infallibili metronomi. Ogni volta che la pioggia dura più di un giorno, si crea nella mia testa quella consueta atmosfera di amabile tedio e automaticamente ripenso a La pioggia nel pineto.

Come succede in tutte le assurde fatalità della vita, La pioggia nel pineto è proprio la lirica che mi fu chiesta all’esame di maturità. Sapevo praticamente tutto. Il commissario mi fece però una domanda alla quale non riuscii a rispondere. “Perché mai D’Annunzio usa la parola Pineto e non Pineta? Sarebbe più naturale parlare di pineta, invece…” Mi aggrappai, scivolai, caddi, tacqui. Insomma non seppi replicare in modo chiaro ed esaustivo a questo interrogativo apparentemente banale, ma per me incomprensibile.  E lui mi inferse il colpo più duro, celandomi la soluzione dell’enigma e destinandomi all’eterno oblio. Forse pensava al castigo peggiore per un ignorante: la condanna perenne a non conoscere.

Nei giorni scorsi ho cercato sull’antologia e anche in internet, ma non ho trovato risposta a questa domanda.

E niente… se qualcuno potesse aiutarmi, mi eviterebbe altre notti insonni. In fin dei conti sento di aver scontato la mia pena.

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Piuttosto che…

Di questo passo, saranno gli omosessuali, piuttosto che i poveri, piuttosto che i neri, piuttosto che gli zingari, ad essere perseguitati

(G. Strada, al Tg3)

È come quando a Natale rivedi la vecchia zia che incontri solo nelle occasioni speciali. Ti accorgi subito di quanto è cambiata, più vecchia, più logorroica dell’anno prima. Il tempo trascorso in sua assenza ha congelato l’immagine passata che avevi di lei e, confrontandola con la nuova, sono subito evidenti i cambiamenti intercorsi.

Per me tornare al lavoro è stato così. Anche se non è trascorso molto tempo, ho notato subito chi era ingrassato o chi aveva perso chili. Mi sono accorto di quanto le rughe del tempo abbiano cambiato alcune espressioni, o di come i capelli più grigi abbiano invecchiato i colleghi.

Ma la cosa che più mi ha sconvolto è stato il proliferare in tutti i contesti, dalle riunioni alle email, dalle conversazioni informali alle presentazioni ufficiali, di un’espressione particolarmente indigesta. Sempre la stessa locuzione, abusata e snaturata, utilizzata in maniera impropria e dunque errata.

Ad ogni livello, ordine e grado spopola la perifrasi “piuttosto che…” con il significato di “oppure”. “Puoi usare tutto dell’ufficio: il computer piuttosto che il telefono, piuttosto che la stampante”; “potete tradurre in tutte le lingue: in inglese piuttosto che in francese, piuttosto che in tedesco”.

Chiariamoci. “Piuttosto che” significa “anziché”, non “oppure”. Indica una preferenza per un elemento rispetto a un altro, non una comparazione tra alternative equivalenti. “Preferisco andare in bicicletta piuttosto che usare l’automobile”; “scelgo l’ombrina al forno piuttosto che la pizza”. Invece viene sempre pronunciato per elencare alternative possibili ed equipollenti.

I linguisti meno intransigenti definiscono questo utilizzo “deprecabile”, mentre i puristi impallidiscono perché genera ambiguità, suggerendo ad un significato opposto a quello reale.

A volte è meglio stare zitti, piuttosto che parlare.

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Lele… Il vecchio nome familiare

Per me il Lele è soprattutto la bellezza di un ricordo solido ed indelebile. Questa poesia riassume perfettamente il mio pensiero.

La morte non è niente

La morte non è niente. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu
e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!

Henry Scott Holland, Maggio 1910

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Una doccia fredda?

“Le canzoni evolvono anche dopo che sono state scritte.

Si può cambiare il loro significato anche solo cambiando il volume”

(B. Harper)

Qualche giorno fa mi trovavo a Liverpool. Stavo facendo la doccia e, come spesso mi accade sotto il getto d’acqua, cantavo a caso le prime canzoni che mi capitavano per la testa. Funziona così: si passa da un genere all’altro senza terminare la canzone e ovviamente senza rispettare i testi. Dai Beatles a Gazzé, da Al Bano ai Depeche Mode, da Springsteen a Renato dei Profeti. Mi piace anche trovare i parallelismi tra le melodie pop e i canti di chiesa. Per esempio “Io amo” di Leali si può sovrapporre senza difficoltà a “Il tuo popolo in cammino”.

Cantavo, dicevo, e mi è tornato alla mente un vecchio brano di Zucchero, Madre dolcissima. Lo conosco da anni, ma all’improvviso mi sono accorto che l’interpretazione che ne ho sempre dato poteva essere perfettamente ribaltata.

La frase “Ti amo perché ne ho bisogno, non perché ho bisogno di te” ho sempre pensato che avesse un significato ostile: “ti amo perché devo pur amare qualcuno. Non ho affatto bisogno ti te, ma mi serve qualcuno da amare e ora ci sei tu, quindi prendo te. Ma se ci fosse un’altra persona, amerei lei. In pratica ti sfrutto per soddisfare il bisogno d’amore”. Invece la stessa frase potrebbe essere letta in maniera opposta e decisamente più amorevole: “ti amo e questo desiderio va oltre il bisogno materiale che posso avere di te. Ti amo perché è inevitabile amarti, non perché mi servi”.

Poi non ho dormito chiedendomi se questo dualismo interpretativo era voluto da Zucchero, oppure se necessito di psicofarmaci.

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Due Bale

È il mio corpo che cambia nella forma e nel colore è in trasformazione

(Litfiba, Il mio corpo che cambia)

Uno dei miei attori preferiti è Christian Bale. Al di là dei film e delle sue capacità interpretative, mi intriga essenzialmente per due motivi.

Il primo è che rientra tra quelle persone alle quali mi piacerebbe assomigliare se potessi scegliere il mio aspetto fisico. È un gioco stupido, ma spesso mi ritrovo a ad osservare la gente, personaggi famosi o individui qualunque, e mi chiedo se farei un cambio nell’aspetto fisico. Ecco, con Christian Bale farei volentieri il cambio.

Il secondo è che ha una dota particolarissima, spaventosa e senza eguali. È in grado di ingrassare e dimagrire a comando in maniera impressionante. Lo fa per esigenze di scena, per interpretare i vari ruoli, ma fa davvero paura.

Eccolo in tre immagini assolutamente vere: com’è solitamente, da magro e da grasso.
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Che la fine di un giorno

Non sapevo che oltre ad essere un’esilarante artista comica, l’attrice Anna Marchesini si dilettava anche nella scrittura di poesie. Così, per caso, ho trovato questi versi che fanno riflettere sul concetto della morte. Boh, la poesia mi è piaciuta e mi ha ricordato una amico che non c’è più.

…Che la fine di un giorno

è l’unica possibilità di vita

dell’altro;

Che il buio e la luce non sono che

due diverse condizioni

del sole

…Che la notte conserva

sotto la coltre tutto

lo splendore

dei bianchi e dei gialli

e

…Che la luce copre la notte,

senza dimenticarla:

come una bestia,

la sua preda

e solo…

se la magia del giorno

è un breve furto di tempo

perpetrato mille volte mille

al traguardo finale,

Credo che tutto ciò che di

assoluto, e di sovrumano

ha

la vita,

è una breve concessione della Morte.

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Foto copia

Una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo, è più potente di pagine e pagine scritte

(I. Allende)

Mi ha sempre affascinato la fantasia di prendere delle fotografie vecchie e rifarle uguali, a distanza di anni, esattamente con le stesse inquadrature e le stesse circostanze del passato. Non c’è una ragione. Mi intriga l’idea di assistere esattamente a come sono cambiati i luoghi, la curiosità di sorridere rivedendo in che modo sono invecchiate le persone. Un modo come un altro per partecipare all’inesorabile ed incantevole spettacolo del tempo che scorre.

Inutile dire che non l’ho mai fatto seriamente, limitandomi ad andare nel tal via o nella tal piazza con una vecchia foto tra le mani, riposizionandomi più o meno dove stava il fotografo dell’epoca.

Come dice Gianluca, però, “qualcuno ha sempre la tua stessa idea, di solito prima di te”. Girando in internet si trovano decine di iniziative di questo tipo. E se da un lato soffro per l’orgoglio ferito di non esserci riuscito, dall’altro mi gusto avidamente queste foto, che trovo molto divertenti.

Padre e figlio 1949-2009

Padre e figlio 1949-2009

Altre foto qua: http://www.videonews24.it/top/8364/30-foto-dinfanzia-ricreate-anni-dopo

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Il coraggio di vivere

Talvolta ci vuole coraggio anche a vivere

(Seneca, Lettere a Lucilio)

Leggendo il libro Wondy di Francesca Del Rosso, mi è saltata agli occhi questa citazione di Seneca. La prima cosa che ho pensato è che al liceo c’avrei scritto sopra un poema. E come sempre, avrei anche preso un bel voto. Con lode alla profondità d’analisi ed alla pertinenza delle argomentazioni. Menare il can per l’aia era la mia specialità e ne vado fiero.

Mi è saltata agli occhi, dicevo, leggendo un libro prima del sonno. Ho perso metà della nottata a meditarci sopra e a capirne il significato. Alle 2.30 ero ancora fermo su “talvolta”. Però è impossibile fare come al liceo. È impossibile commentarla, scomporla, confutarla o contestualizzarla: troppo intima e soggettiva, troppo personale e riferibile alle vite di ciascuno.

Mi limito a dire che la trovo vera, potente, bella.

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Giano bifronte

La struttura profonda della mia personalità è sempre bicefala: sono bicefalo e doppio

(S. Dalì)

Si sa. Il mese di gennaio eredita il nome dalla divinità romana Giano.

Giano, dio bifronte, è sempre raffigurato con la doppia testa. Le sue statue venivano poste in prossimità di porte e ponti, poiché rappresentava l’entrata e l’uscita, il passaggio da una parte all’altra. Vigilava sugli ingressi e contemporaneamente sulle uscite, custodiva i passaggi dentro e fuori. Custode della transizione.

Non a caso Giano è collocato nel mese di gennaio. Perché, come in un ponte, guarda da entrambe le parti del guado. Gennaio, un varco obbligato tra passato e futuro. Guardando con fiducia al futuro che avanza, ma anche con memoria al passato che scorre.

janus

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