Una dedica speciale

Dedicato a tutti quelli che rimangono dei sognatori

(E. Ramazzotti, Se bastasse una canzone)

Per la prima volta nella mia vita mi è stato dedicato un libro. Cioè… non è stato scritto un romanzo su di me, non esageriamo. Però una persona ha scritto un libro ed ha pensato a me nella dedica della prima pagina. Non rivelerò il suo nome, né il titolo del libro, nemmeno sotto tortura. In fondo mantenere un alone di mistero rende sempre tutto più affascinante.

Nella dedica si parla di un portico. Un giorno l’autore del libro mi chiese che significato avesse per me la vecchiaia, che senso avesse attendere la vecchiaia dopo aver vissuto una vita intera. Risposi che sognavo semplicemente di ritrovarmi un giorno vecchio e sereno, seduto sotto un portico (come quelli all’ingresso delle case americane) con un figlio, o una moglie o un vecchio amico a parlare. Ricordare con gli affetti più cari e con serafica serenità le esperienze vissute, i momenti felici. Ripensare, rivivere, condividere con appagata tranquillità il bello di quanto vissuto insieme. Niente altro.

Quel portico altro non è che la metafora di una gioia appagante e conquistata.

Grazie.

dav

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Piuttosto che…

Di questo passo, saranno gli omosessuali, piuttosto che i poveri, piuttosto che i neri, piuttosto che gli zingari, ad essere perseguitati

(G. Strada, al Tg3)

È come quando a Natale rivedi la vecchia zia che incontri solo nelle occasioni speciali. Ti accorgi subito di quanto è cambiata, più vecchia, più logorroica dell’anno prima. Il tempo trascorso in sua assenza ha congelato l’immagine passata che avevi di lei e, confrontandola con la nuova, sono subito evidenti i cambiamenti intercorsi.

Per me tornare al lavoro è stato così. Anche se non è trascorso molto tempo, ho notato subito chi era ingrassato o chi aveva perso chili. Mi sono accorto di quanto le rughe del tempo abbiano cambiato alcune espressioni, o di come i capelli più grigi abbiano invecchiato i colleghi.

Ma la cosa che più mi ha sconvolto è stato il proliferare in tutti i contesti, dalle riunioni alle email, dalle conversazioni informali alle presentazioni ufficiali, di un’espressione particolarmente indigesta. Sempre la stessa locuzione, abusata e snaturata, utilizzata in maniera impropria e dunque errata.

Ad ogni livello, ordine e grado spopola la perifrasi “piuttosto che…” con il significato di “oppure”. “Puoi usare tutto dell’ufficio: il computer piuttosto che il telefono, piuttosto che la stampante”; “potete tradurre in tutte le lingue: in inglese piuttosto che in francese, piuttosto che in tedesco”.

Chiariamoci. “Piuttosto che” significa “anziché”, non “oppure”. Indica una preferenza per un elemento rispetto a un altro, non una comparazione tra alternative equivalenti. “Preferisco andare in bicicletta piuttosto che usare l’automobile”; “scelgo l’ombrina al forno piuttosto che la pizza”. Invece viene sempre pronunciato per elencare alternative possibili ed equipollenti.

I linguisti meno intransigenti definiscono questo utilizzo “deprecabile”, mentre i puristi impallidiscono perché genera ambiguità, suggerendo ad un significato opposto a quello reale.

A volte è meglio stare zitti, piuttosto che parlare.

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Lele… Il vecchio nome familiare

Per me il Lele è soprattutto la bellezza di un ricordo solido ed indelebile. Questa poesia riassume perfettamente il mio pensiero.

La morte non è niente

La morte non è niente. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu
e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.
È la stessa di prima,
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!

Henry Scott Holland, Maggio 1910

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Ignoro, dunque esisto

“Tutto ciò di cui hai bisogno in questa vita è ignoranza e fiducia, poi il successo è assicurato”
(M. Twain)

Poiché la legionella è la malattia tipica dei legionari dell’Africa, Mariani, consigliere della Lega, chiede più controlli e accertamenti tra gli immigrati africani. Lo zittiscono subito in Consiglio Regionale, perché in realtà la legionella deve il suo nome all’epidemia che colpì un gruppo di veterani dell’American Legion riuniti in un albergo di Philadelphia nel 1976. Il batterio era annidato nell’impianto di condizionamento dove si era tenuta la convention.

Di Maio chiede al Governatore della Puglia cosa stia facendo per l’alluvione di Matera. Nulla, perché Matera si trova in Basilicata. Sempre Di Maio lancia un monito in tv sul rilancio di Taranto: “Qui manca un museo sulla Magna Grecia”. La direttrice del  MarTa lo smentisce immediatamente:  abbiamo uno dei musei archeologici più importanti al mondo.

La controfigura del Premier, Conte, parla dell’8 settembre come fosse il 25 aprile. La gaffe non è esplicita come le precedenti, ma basta aver fatto le elementari per rendersi conto che sta confondendo l’armistizio con la liberazione. Il 1943 con il 1945.

Non possiamo essere tutti tuttologi, è evidente. Non possiamo conoscere tutto, è palese. Però possiamo prepararci un po’ su quello che diremo o sui temi che saremo chiamati a discutere. Non mi sconvolge l’ignoranza di questa classe politica, ma piuttosto la sua approssimazione, la sua superficialità, la leggerezza con cui affronta le questioni. “Chissenefrega”, sembrano dire.

Che scelte può fare una politica che comunica solo con gli slogan, ma che ignora gli argomenti di cui dibatte? Che provvedimenti può prendere chi si rifiuta di studiare e disconosce le realtà che pretende di cambiare?

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Sangue austriaco

“Per noi, che ci troviamo sulla soglia di nuovi imperi, la vecchia Austria è come un fossile,

dai cui reperti ossei si può indovinare la struttura di un mondo d’altro genere:

un mondo che è alle spalle della modernità ma che forse ritroveremo ancora al di là di essa”

(E. Jünger)

Baù potrebbe derivare da una modificazione dialettale dell’aferesi di nomi germanici contenenti la radice bald modificata in baud. A Montemerlo, in provincia di Padova, in un atto del 1289 si legge che un certo “Nicola figlio del fu Oberto Baudus, del fu Naso di Cane, è teste in una controversia” e a Gallio, in provincia di Vicenza, un’ambasceria al Cardinale Gregorio Barbarigo del 1669 sentenzia “…Domenico e Bartolomeo Baù di Stocharedo, colonnelli di Gallio, zelosi della maggior gloria di Dio et propria salute…“.

Non c’è dubbio che Baù affondi le proprie radici nel Veneto. A me però hanno sempre raccontato che l’origine autentica del cognome giungesse dall’Austria. La leggenda che si tramanda in famiglia è che alcuni Bauer (lett. contadino) austriaci si fossero stanziati nella notte dei tempi sull’altopiano di Asiago. Nei secoli il nome venne troncato dall’accento: Bauer, Bau’, Baù.

Sarà per questo, ma ho sempre preferito l’Austria alla Germania. Nei paesaggi, nella cucina, nelle competizioni sportive.

Quest’estate siamo stati nell’austriaca Nauders, appena dopo il Passo Resia. Luogo calmo e tranquillo, lontano dalla frenesia estiva delle montagne italiane. Luogo paesaggisticamente affascinante, ricco di posti da vivere e anche da visitare. La fortezza Altfinstermünz sul fiume Inn, che fungeva da dogana tra Austria e Svizzera, il castello al centro del paese, i laghi Nero e Verde ed il cippo dei tre confini, il parco Goldwasser. Per non parlare della vicina Val Venosta col lago di Resia, l’abbazia di Monte Maria ed il parco Watles, il gioiello della piccola Glorenza. Bei posti.

In centro a Nauders si mangia ottimamente da Lowen. Almeno qua, hanno imparato anche loro a cucinare.

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Impelagarsi al bar

Le osterie sono un bene universale

(Mons. E. Tonini)

Un’amica mi ha segnalato un articolo di Wittgenstein, che dibatte su come e perché stiamo volgendo all’azzeramento della ragione, sui motivi che spingono gli istinti animaleschi dell’egoismo a prevalere sulle regole della civiltà. Una riflessione sull’attuale deriva politica e sociale di cui siamo vittime più o meno consapevoli. Un articolo dal registro impegnativo e forse un po’ pesante, che parte da premesse lontane e retoriche, ma che tuttavia condivido appieno. Ma aldilà della sostanza globale, che potete leggere integralmente sotto, mi ha incuriosito la circostanza dell’incipit: “abbiamo ordinato da bere delle cose in un bar di Milano, vedendosi tra amici al ritorno delle vacanze, ci siamo impelagati in una riflessione universale sulla piega che stanno prendendo le cose”.

Situazione invidiabile quella di impelagarsi con gli amici al bar, in una riflessione universale sulla piega delle cose. Mi è capitato talvolta di provarci, ma è difficile. Occorre trovare amici che la pensino diversamente, che abbiano un punto di vista alternativo e che siano al contempo interessati, informati e animati da passione. Improbo anche mantenere queste discussioni sempre al di fuori della superficialità e della retorica. La politica più autentica e gustosa dovrebbe sedersi ai tavoli del bar, ma troppo spesso preferiamo parlare d’altro.

Il secolo dello spegnimento dei lumi

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You‘ll never walk alone

Innanzitutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione

(P. Gauguin)

Quando ho detto agli amici che sarei andato a Liverpool, le reazioni sono state di due tipi. Quella più timida ed educata è stata: “Ma dai, davvero? E cosa c’è da vedere?”. Quella meno forbita, ma assai più diretta, è stata invece: “A Liverpoooool? Che cazzo c’è a Liverpool?”

 “Nulla di particolare” è la scontata risposta. A volte per viaggiare non è necessario inseguire un luogo meraviglioso, un celebre museo o un monumento importante, un’attività o un evento a cui partecipare. A volte è sufficiente rincorrere delle sensazioni. Avevo semplicemente voglia di respirare l’atmosfera delle città inglesi, di bere birra in un pub, di osservare gente che mangia hamburger ad ogni ora o che trascorre le mattinate da Starbucks. Avevo voglia di vedere i taxi neri bombati con la guida a destra, di mangiare salse all’aglio e di respirare l’inconfondibile fetore british dei marciapiedi della perfida albione.

Una passeggiata nello splendido Albert Dock, antico porto riesumato e divenuto patrimonio Unesco, un giro tra i pub vicini al Cavern (locale di debutto dei Beatles) e la visita obbligata al tempio del calcio di Anfield. Poi un veloce assaggio della vicinissima Manchester, col suo condensato centro storico ed il mitologico Old Trafford. Tutto qua, e per me è stato bellissimo.

dav

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Una doccia fredda?

“Le canzoni evolvono anche dopo che sono state scritte.

Si può cambiare il loro significato anche solo cambiando il volume”

(B. Harper)

Qualche giorno fa mi trovavo a Liverpool. Stavo facendo la doccia e, come spesso mi accade sotto il getto d’acqua, cantavo a caso le prime canzoni che mi capitavano per la testa. Funziona così: si passa da un genere all’altro senza terminare la canzone e ovviamente senza rispettare i testi. Dai Beatles a Gazzé, da Al Bano ai Depeche Mode, da Springsteen a Renato dei Profeti. Mi piace anche trovare i parallelismi tra le melodie pop e i canti di chiesa. Per esempio “Io amo” di Leali si può sovrapporre senza difficoltà a “Il tuo popolo in cammino”.

Cantavo, dicevo, e mi è tornato alla mente un vecchio brano di Zucchero, Madre dolcissima. Lo conosco da anni, ma all’improvviso mi sono accorto che l’interpretazione che ne ho sempre dato poteva essere perfettamente ribaltata.

La frase “Ti amo perché ne ho bisogno, non perché ho bisogno di te” ho sempre pensato che avesse un significato ostile: “ti amo perché devo pur amare qualcuno. Non ho affatto bisogno ti te, ma mi serve qualcuno da amare e ora ci sei tu, quindi prendo te. Ma se ci fosse un’altra persona, amerei lei. In pratica ti sfrutto per soddisfare il bisogno d’amore”. Invece la stessa frase potrebbe essere letta in maniera opposta e decisamente più amorevole: “ti amo e questo desiderio va oltre il bisogno materiale che posso avere di te. Ti amo perché è inevitabile amarti, non perché mi servi”.

Poi non ho dormito chiedendomi se questo dualismo interpretativo era voluto da Zucchero, oppure se necessito di psicofarmaci.

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Caccia al tesoro, in palio uno sciroppo

“Il crimine contiene l’enigma, così profondo come la salvezza medesima“
(H. Miller)

Un venerdì sera, dopo le 18.30, mi è capitato di dover raggiungere urgentemente una farmacia e che la stessa fosse chiusa. Un biglietto perentorio recitava senza appello: “Non suonare, telefonare”. La virgola tra i verbi l’ho messa io, ipotizzando, con la saggezza di cui sono dotato, che il senso dell’avviso fosse quello di non suonare il campanello, ma di contattare la farmacia tramite cellulare.

In realtà, per come era scritto (“Non suonare …… telefonare”), il biglietto poteva anche esprimere un divieto multiplo sia di suonare che di telefonare, oppure una generica interdizione ai rumori (non fare baccano suonando la tromba o ascoltando telefonate ad alto volume).

Lasciamo perdere questi superflui cavilli interpretativi, e badiamo alla sostanza. Benché il farmacista abitasse sopra l’esercizio commerciale, dopo la chiusura l’invito era esplicitamente quello di non usare il campanello, ma di telefonare. Mancava tuttavia il numero da contattare e la copertura internet in quella zona era molto scarsa. Difficile dunque avere tutte le informazioni per obbedire all’ordine. Il chiaro significato del biglietto era dunque “Chiuso, ciao. Buona fortuna” .

Più in basso, un altro cartello mostrava gli orari della farmacia sostitutiva di turno. “Farmacia di turno XXX, aperta dalle 8 di venerdì, alle ore 8 del venerdì successivo”. Senza date e senza riferimenti a precise settimane di calendario, per me il senso letterale era “farmacia di turno aperta 24 ore”.

Impossibile, avrebbero scritto “sempre aperta”, o “aperta h.24”. Cerco dunque info su internet e trovo le medesime indicazioni, urlando al complotto.

Non mi resta che farmi mezzora di auto per recarmi alla sopra citata farmacia di turno XXX e scoprire che al venerdì sera anche questa era chiusa. Tuttavia un nuovo cartello, stavolta scritto meglio, rimandava ad una nuova farmacia di turno, come in un succulento enigma da risolvere.

Alla fine, dopo lotte con i draghi e sfide ai mostri alati, sono riuscito a trovare il mio sciroppo.

dav

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Toscana, non solo mare

“La Toscana è paesaggio magico dove tutto è gentile intorno, tutto è antico e nuovo”
(C. Malaparte)

Una rapida vacanza in Toscana, tra mare e qualche borgo. Cecina, Bolgheri e Volterra.

Allego qualche scatto di questo piacevole e tranquillo soggiorno.

dav

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