Cristogramma

Prima di raccontare, osserva.

Prima di comunicare qualcosa agli altri con immagini e parole, fai in modo che quelle immagini e quelle parole ti suonino familiari.

Prima di muovere la fantasia, afferra le cose che hai intorno

(G. Amelio, Il vizio del cinema)

Una mattina, mentre mi trovavo in coda sul percorso verso il lavoro, mi sono trovato davanti un’automobile con un adesivo molto particolare, simile a questo:

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Mi sono annotato la curiosità con l’intenzione di approfondire in separata sede. Come immagino facciano tutti, spesso appunto le cose che mi vengono in mente e poi con calma indago.

Le coppie IC XC rappresentano le prime e le ultime lettere delle due parole greche Gesù e Cristo (IesoS e XristoS). Le S finali vengono scritta come C.

NI KA invece significa “vince”, sempre in greco. Quindi il messaggio dell’adesivo è “Gesù Cristo vince”, attinto dalla tradizione greco-ortodossa. Sostanzialmente il guidatore che mi precedeva era un fervente ed estroverso ortodosso.

Ho scoperto che si chiamano Cristogrammi e riproducono combinazioni di lettere dell’alfabeto greco o latino per rappresentare qualche messaggio legato al nome di Cristo. Sono simboli usati in passato soprattutto nella decorazione di edifici. Uno dei più noti è la targa INRI della croce. Ma il significato di questo o sapete tutti…

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La legge del taglione: favorevoli tutti

Un filosofo che non poteva camminare perché si pestava la barba, si tagliò i piedi

(A. Jodorowsky)

Oggi io avrei dato il Premio Nobel per la Pace a mia madre. Per due ragioni. La prima è che, se è in vena, fa dei capunsèi che sono la fine (meglio dire… l’inizio) del mondo. Potrebbero mettere d’accordo Americani e Coreani, Ebrei e Palestinesi, Juventini e resto del mondo. La seconda ragione è che mia madre non è mai stata ad Oslo, quindi potrebbe corredare la cerimonia di premiazione con un’inattesa vacanza.

Ma sulla sua candidatura mi trovo certamente schiacciato in una scomoda minoranza. Ne è la riprova il fatto che  nessuno da Oslo ha mai pensato di telefonarle.

Mi capita spesso di essere nella posizione inferiore, controcorrente verso la piena del fiume, quasi da salmone incompreso. Martedì il Parlamento ha licenziato definitivamente il taglio dei parlamentari: favorevoli tutti i partiti, o quasi. Capre che inseguono lo slogan populista “meno poltrone”. Chi per convinzione, altri per ovvia convenienza d’immagine.

Ebbi già modo di motivare il mio rifiuto con ragioni che hanno a che fare con la logica e con la storia.

La logica vuole che tagliare i rappresentanti significhi ridurre la rappresentanza: meno eletti rappresentano meno potenziali istanze da rappresentare. Tant’è che tra i grandi paesi europei l’Italia si prospetta a diventare il Parlamento più piccolo in proporzione alla popolazione. Va da sé che gruppi parlamentari più piccoli sarebbero meglio controllabili dai vari capibastone. Ma è anche questo l’obiettivo della riforma: tagliare le persone per avere meno impedimenti e leggi più rapide nella loro approvazione. Seguendo questo ragionamento capzioso, la dittatura dovrebbe essere la migliore delle opportunità, perché per definizione non ammette distrazioni parlamentari.

La storia poi, attraverso la Costituzione, dovrebbe ricordarci che il Parlamento era stato pensato come organo di dibattito aperto, di confronto, di rappresentanza delle molteplici posizioni dell’elettorato. Ridurre i parlamentari significa ridurre questo ruolo di discussione e confronto, significa solo rafforzare l’esecutivo.

Ora arriveranno i cavoli amari, perché dovranno per forza di cose essere modificate la legge elettorale ed anche la Costituzione. Rimane la vaneggiante speranza di un referendum confermativo (simil Renzi 2016) in grado di ribaltare il verso della corrente e di salvare capra, cavoli e salmone.

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Non si dimentica

Ah, da quando Baggio non gioca più
Oh no, no… da quando mi hai lasciato pure tu…

non è più domenica… e non si dimentica

(C. Cremonini, Marmellata #25)

 

Come ogni settembre che si rispetti, anche quest’anno è giunto il tempo di muovere i primi passi nella stagione del Fantacalcio. È forse l’unico sport (sic) che associo indissolubilmente al Lele ed ogni settembre mi ritrovo a fare i conti con questa strana riflessione.

I primi Fantacalcio erano con lui. Eravamo in quattro, sbarbatelli e ignari del mondo. Non esisteva internet, c’erano Baggio e Batistuta, le rose erano bellissime e romantiche, le squadre giocavano tutte di domenica, le formazioni si scrivevano a penna dopo aver visto il televideo e i calcoli si facevano a mano di lunedì, davanti alla Gazzetta. Di solito era lui a fare i conti per tutti, perché aveva più tempo e forse anche più pazienza di noi.

Ricordo benissimo i suoi foglietti con la formazione scritta in biro blu. Stampatello leggermente inclinato, ordinato e pulito. Aveva una bella scrittura e io ho sempre invidiato le belle scritture. Il termine per lo scambio delle formazioni era le ore 12 della domenica. Immancabilmente, quando giocavamo contro, suonava il mio telefono di casa alle 11.58. “Silvio, c’è il Lele per te” era la litania di mia madre intenta a preparare il pranzo. “Devo invertire il quinto e il sesto panchinaro, rispetto alla formazione che ti ho dato”, mi diceva preoccupato mentre lo deridevo per questa sua meticolosità inutilmente estenuante.

Era fantastico esserci in quegli anni.

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Tra vento e mare

La costa della Cornovaglia gareggia in bellezza con la Costa Azzurra.

Manifestai questa convinzione all’amico Hercule Poirot, e mi sentii rispondere:

«Le tue asserzioni sono poco originali, caro Hastings»”

(A.Christie)

 

Abbiamo trascorso due settimane di agosto in una parte d’Inghilterra generalmente poco nota. Devon, Dorset, Cornovaglia… insomma tutti posti dove il trambusto delle grandi città è sconosciuto, dove sono le maree a scandire i ritmi del tempo, dove la frenesia lascia il posto alla meditazione, dove le colline ospitano foreste inviolate e le falesie abbracciano prepotentemente il mare.

Una vacanza strepitosa, seppur accompagnata spesso dal vento e dalla pioggia. Ma l’Inghilterra è soprattutto questa: il sole che lascia d’improvviso il posto all’acquazzone, oppure la schiarita che dirada le nubi e riscalda inaspettatamente la giornata.

Bath. Il nostro viaggio inizia poco a sud di Bristol, a Bath. Le terme romane sono la principale attrazione di questa graziosa cittadina, atipicamente inglese. Il Pulteney Bridge, che sormonta il fiume Avon, ricorda vagamente il Ponte Vecchio di Firenze. Una città georgiana, dove si respira un vento di storia italiana.

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Stonehenge. L’abusata espressione “cerchio magico” assume tra questi megaliti un significato appropriato e pragmatico. Il sito neolitico si trova in mezzo al nulla assoluto, generando mistero nel mistero. Non è un monumento strabiliante, ma è uno di quei posti che sarebbe un peccato ignorare.

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Salisbury. Una maestosa cattedrale di architettura medievale, con la torre campanaria più alta della Gran Bretagna e il secondo orologio funzionante più antico del mondo. Il primo è a… Chioggia.

Swanage – Old Harry Rocks. Raggiunta finalmente la Jurassic Coast sulla Manica, le Old Harry Rocks rappresentano uno dei luoghi più imponenti ed emozionanti di tutto il viaggio. Una scogliera di gesso bianco, che fa ben intendere il significato di “Perfida Albione”, appare così imponente da togliere ogni parola. Ci sono due leggende riguardanti il nome. La prima sostiene che il diavolo, storicamente ed eufemisticamente chiamato “Old Harry”, abbia dormito su queste rocce. La seconda attribuisce il nome ad Harry Paye, celebre pirata della zona che qui nascondeva la sua refurtiva.

Sul pendio in bilico, il vento ed il mare sono una cosa sola. Si prova una delle sensazioni più appaganti della vita: guardare l’orizzonte sterminato, respirare l’odore del mare e sentire il vento violento che schiaffeggia il viso.

Per arrivare alla scogliera si percorre un sentiero di circa venti minuti. All’inizio del sentiero, nascosta nella direzione opposta, c’è la fattoria Manor Farm che offre qualche ottimo piatto frugale. Ho mangiato un toast strepitoso con brie e marmellata di mirtilli.

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Weymouth. È una nota città di villeggiatura, ricca di locali e lunghe spiagge. Attraverso un lungo ponte si può raggiungere l’isola di Portland, col suo imponente e caratteristico faro. Qui inizia la Chesil Beach, una distesa di sabbia e pietre, lunga quasi trenta chilometri. La zona del porto è un angolo di Maine in terra inglese.

In caso di bambini al seguito, a Weymouth c’è un sealife meraviglioso e ben curato.

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Abbotsbury. Nelle immediate vicinanze di Weymouth, su una collina che domina la Chesil Beach, c’è un gioiello del quattordicesimo secolo, la St Catherine’s Chapel. Si erge sulla sommità del colle completamente isolata, costruita interamente con calcare giallo locale. Basta vederla da lontano per capire perché i monaci l’avessero costruita per i loro pellegrinaggi e meditazioni.

Prima di arrivarci, una signora del posto ci dice che l’acustica all’interno è fantastica e che vale la pena cantare. Improvviso l’Ave Maria di Shubert in latino, tanto non mi conosce nessuno. Un successo.

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Poco più a ovest, la Spiaggia di Burton Bradstock, ospita l’Hive Beach Cafe, dove si possono gustare ottimi piatti a base di granchio.

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Exeter. Per raggiungere la città percorriamo la lunga A395, attraverso il Parco Nazionale di Dartmoor. Non solo coste, ma anche foresta dunque. A causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, la storia di Exeter è riassunta unicamente nell’enorme cattedrale gotica. Anche qui, in caso di bambini al seguito, il grande zoo può rappresentare una valida alternativa nelle giornate più uggiose.

Newquay. È il paradiso dei surfisti. La cittadina sovrasta tre distinte scogliere che terminano su tre spiagge arate dalle onde. Pullulano i locali, tra cui segnalo il Fort Inn per la spettacolare terrazza sul mare e la qualità dei piatti sopra la media.

Marazion. Dall’altra parte del Canale della Manica rispetto a Mont Saint Michel, c’è St Michael Mount. Proprio così… è la versione inglese dell’omonima abbazia francese. Un altro monastero dedicato a San Michele e costruito sempre dai Benedettini, su un’isola raggiungibile a piedi dalla terraferma con la bassa marea. Ho scoperto che dovrebbe simboleggiare il rapporto dicotomico della religione: bene e male che continuamente uniscono e dividono Dio e l’uomo.

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Botallack. La punta estrema della Cornovaglia ospita anche le storiche miniere di stagno, in uno scenario sconfinato e silenzioso. I ruderi ed i comignoli delle fabbriche d’estrazione sormontano i prati a picco sul mare. Proprio qui (in particolare a Wheal Owles) è stata girata la serie tv Poldark, che ha reso celebre la zona.

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Padstow. È un bellissimo villaggio di pescatori che ancora una volta ricorda i porti e le baie del Maine. Molti negozi e ristoranti ne fanno una meta turistica ormai nota.

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Lynton e Lynmouth. Uno, anzi due, dei villaggi più strani di questa vacanza. Lynton raggruppa una manciata di case sopra una rupe in mezzo ai boschi. L’impressione è di stare in alta montagna. La funicolare ad acqua Cliff Railway collega Lynton a Lynmouth, il villaggio sul mare.

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Tintagel. Il castello medioevale è noto per aver dato origine alla leggenda di Mago Merlino. Le rovine che sovrastano un promontorio sul mare sono raggiungibili attraverso uno spettacolare ponte tibetano. Il vento dell’oceano soffia violentemente sui ruderi, rendendo il luogo ancor più suggestivo e affascinante.

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Dunster. È una piccola cittadina a pochi chilometri da Bristol, nota per il suo castello che domina il villaggio. Vale decisamente una sosta.

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Cleeve Abbey. Ultimo appuntamento prima di concludere il nostro tour ad anello. Questa abbazia cistercense si trova nel mezzo della campagna inglese e risale al XII secolo.

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Anniversari

Come ti permetti prete sono un ex combattente…

Ho fatto la prima crociata e anche la terza…

La seconda non perché ero malato!

(E. Jannacci, Prete Liprando)

Il 9 settembre 1459 si tenne a Mantova il Concilio di Pio II. Papa Silvio (sic) Piccolomini, dopo tre anni dalla presa ottomana di Costantinopoli, tentò di organizzare una spedizione unitaria dei sovrani del continente, nel nome della Cristianità. Il sovranismo era già stato “inventato” da tempo, e a dire il vero era ben più in auge di oggi. Ciononostante il pontefice fece un appello all’unità europeista, sotto l’egida della Chiesa. Capi di Stato, intellettuali, artisti e vertici religiosi confluirono coi loro seguiti nella nostra città. Le cronache parlano di mesi in cui la popolazione addirittura raddoppiò.

560 anni dopo, ancora in molti arrivano a Mantova da lontano. Non si organizza più una crociata, si parla solo di libri.

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Sardegna per tutti

In Sardegna, tra gente rimasta appartata e quasi isolata dal resto del mondo, si prolunga,

più che nelle altre regioni, una facoltà primitiva di mescolare la realtà alla leggenda e al sogno
(G. Piovene)

La Sardegna sta al mare come il Roland Garros sta al tennis, come il tartufo bianco ai tuberi, come Chiellini all’arte del ferro battuto. È la regina incontrastata delle vacanze nel Mediterraneo, isola aspra e accogliente, carica di contrasti, di venti e di ottimo pesce.

Abbiamo raggiunto spiagge bellissime ed affollate, come Cala Luna, Cala Sisine, Cala Goloritzè, Cala Mariolu. Ma anche luoghi più schivi e pregni di mistero, ignorati dal turismo estivo e dimenticati dalle grandi rotte. Su tutti la cittadina di Posada, con le sue ripide viuzze e la sua rocca millenaria.

Luoghi magnifici, forse un po’ troppo ingombri di gente in estate. Ma la Sardegna si sa adattare ad ogni esigenza, coniugando insieme anche le richieste più diverse.

Sardegna per tutti

Sardegna per tutti

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Non voglio mica la luna

Questo è un piccolo passo per l’uomo, un gigantesco balzo per l’umanità

(N. Armstrong, 1969)

Il 21 luglio 1969, Neil Armstrong usò queste parole per descrivere l’epocalità dell’evento che stava vivendo. Ieri non siamo sbarcati sulla luna, ma nel nostro retrogrado medioevo italico è irrotta un’altra svolta importante. Il Comitato Nazionale di Bioetica ha sancito che “c’è differenza tra suicidio assistito ed eutanasia”. Non è una sentenza, non è una legge. È un semplice ed autorevole parere, che invita il legislatore ad occuparsi dell’argomento, ad affrontare un tema spinoso e scomodo. Il Comitato chiede di “svolgere una riflessione sull’aiuto al suicidio a seguito dell’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale”. Purtroppo anche questo Parlamento ha ignorato l’annosa questione: in Italia non si può ottenere il suicidio medicalmente assistito, ma si può decidere di interrompere le cure e l’alimentazione, morendo evidentemente di dolorosi stenti. Faccenda paradossale che, comunque la si pensi, necessita di essere normata.

Ha insabbiato ogni dibattito anche questa maggioranza di Governo, che a mio parere raduna le due componenti realmente più laiche del Parlamento (giocoforza vanno escluse le numericamente risibili rappresentanze radicali e l’estrema sinistra).

Non voglio mica la luna, ma se non lo fanno loro chi se ne occuperà mai?

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Tracimo di Tre Cime

Bandiere sulle montagne non ne porto: sulle cime io non lascio mai niente, se non, per brevissimo tempo, le mie orme che il vento ben presto cancella
(R. Messner)

Da anni mi chiedo se possa essere considerato lo scenario più bello delle Dolomiti. È vero, altrove ci sono sentieri meravigliosi da percorrere, vie attrezzate con panorami mozzafiato, cime difficilmente accessibili e dunque ambite, vette dalle prospettive sterminate ed ammalianti. Ma se mi chiedo quale sia veramente la scenografia più stupefacente delle Dolomiti, mi vengono subito in mente le Tre Cime. Un luogo della lista “da vedere almeno una volta nella vita”, una cartolina buona per ogni pubblicità, l’immagine stereotipo assoluto della montagna.

Ci andai per la prima volta a vent’anni, sapendo a malapena dove mi trovavo. Mi distrussi un ginocchio scendendo scompostamente da un ghiaione. Da allora ho sempre tentato un ritorno più consapevole e meno irruento. La lontananza e la congenita congestione di turisti mi hanno sempre fatto desistere. Fino allo scorso weekend, quando ho coronato il sogno di rigustare quel colpo d’occhio fantastico.

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Pampogne in campagna

“Dobbiamo combatterle giornalmente, come insetti,

quelle piccole numerose preoccupazioni circa il domani,

perché esauriscono le nostre energie”
(E. Hillesum)

Un paio di sere fa, mio figlio mi chiede: “Mi dai una di quelle scatole trasparenti, coi buchi sopra e aperta sotto?” “Ehhhh? Cosa vuoi?”

Dopo una buona mezzora di domande, esempi e riformulazioni di concetti, arrivo a capire che si tratta di quei piccoli contenitori della frutta, tipo fragole, ciliegie, albicocche, bucati sul fondo. “A cosa ti serve?”, gli dico. “A catturare le pampogne”.

L’amphimallon solstitiale, volgarmente detto pampogna, è un coleottero che vola nei prati nei crepuscoli estivi. La sua particolarità è una traiettoria rasente all’erba, con repentini cambi di direzione, che spesso lo fanno sbattere contro oggetti o persone. La sua innocuità e la scarsa capacità di fuga, ne fanno una preda ambita da gatti e bambini. Anche io da piccolo mi dilettavo nella caccia nelle sere estive e sarebbe assurdo vietarlo oggi a mio figlio. Gli spiego di non uccidere gli insetti e di liberarli dopo pochi minuti. Poi gli do la scatola trasparente che chiede, stupefatto di come le tradizioni si tramandino spontaneamente tra generazioni, senza bisogno di formali passaggi di consegne. Ignoravo addirittura che conoscesse l’esistenza delle pampogne.

È convinzione popolare che le pampogne siano indice di salute ambientale della campagna, ma non so se sia vero. Di certo esiste l’espressione dialettale “Na a pampogne”, per indicare chi agisce a vuoto, senza raggiungere l’obiettivo, mancando il bersaglio. Come i gatti che s’affannano invano per colpire le pampogne svolazzanti. Per capire il concetto basta un esempio: “Nell’uscita alta, Donnarumma l’è na a pampogne: gol.”

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Sono solo di passaggio

La naturalezza di tale passaggio al limite è ovvia, e ora rimane al nostro pensiero lo spazio senza scatola, una cosa autonoma,

che tuttavia appare così irreale se dimentichiamo l’origine di tale concetto

(A.Einstein)

 

Quando ero membro dell’AIA, mi capitava spesso di fare il guardalinee nelle categorie superiori. Sul fuorigioco le direttive erano chiare: “Non c’è mai il dubbio. Ma se ci fosse il dubbio, e non ci sarà mai, non si alza la bandiera. Nel dubbio, è buono”. Pochi istanti per decidere, ma… “nel dubbio, è buono”.

Forse questo principio (“nel dubbio, è buono”) mi è rimasto troppo tempo nella testa e all’inizio, di fronte alla fatidica scritta luminescente “varco attivo”, con pochi istanti a disposizione per decidere,  mi veniva più naturale andare avanti che fermare il corso degli eventi.

Quello per me più frequente era alla fine di via Pomponazzo a Mantova. Col “Varco attivo” posso passare, oppure no? C’ho messo un po’ di tempo, ma poi ho capito che non era proprio come il fuorigioco.

L’Accademia della Crusca aveva fornito una risposta molto chiara, che va oltre il significato e che invita a riflettere sui paradossi della lingua e della burocrazia.

Il messaggio incriminato è “VARCO ATTIVO” e il suo corrispondente opposto “VARCO NON ATTIVO” (si registra anche “VARCO PASSIVO a Bergamo). Con questa dizione si è inteso sintetizzare lo stato di ciascun varco elettronico di ingresso alla Ztl, con riferimento al controllo, attivo o non attivo, della telecamera. Una dizione eccessivamente ellittica dal punto di vista linguistico che presuppone che tutti conoscano bene il funzionamento della Ztl e delle telecamere messe ai varchi: non sono infatti i varchi, cioè i ‘passaggi’ a essere attivi o non attivi (eventualmente si sarebbero potuti definire come “aperti” o “chiusi”), ma gli strumenti di controllo dei varchi stessi. L’avviso pubblico dovrebbe proprio svolgere la funzione di comunicare direttamente, senza implicare ulteriori approfondimenti da parte del cittadino. Del resto, è stata più volte rilevata l’oscurità degli avvisi pubblici italiani: manca sicuramente in Italia una tradizione di comunicazione pubblica sintetica ed efficace e spesso la difficoltà nel formulare testi simili, ha portato a introdurre formule burocratiche e termini molto specialistici (solo per fare alcuni esempi, l’incriminata, a suo tempo, obliterazione e poi il recente titolo di viaggio per indicare il ‘biglietto’).
Questa dizione varco attivo era però già stata utilizzata, prima del dicembre 2007, sicuramente a Ravenna dove troviamo traccia di proteste da parte di varie associazioni di cittadini che hanno richiesto la riformulazione dei messaggi (ad esempio la Confesercenti ha fatto notare che “forse da un punto di vista psicologico la parola attivo induce a proseguire mentre sarebbero state più appropriate espressioni negative e di divieto”).

Forse anche in seguito alle proteste dei cittadini e agli inevitabili fraintendimenti, che proprio la comunicazione pubblica avrebbe il compito di evitare, alcuni comuni hanno modificato i messaggi di segnalazione degli ingressi alla Ztl controllati elettronicamente: “accesso solo autorizzati” o “accesso libero”. Questi messaggi sono resi ancora più espliciti dalla presenza di una luce rossa o verde con lo scopo di agevolare i conducenti nella lettura della cartellonistica della Ztl informandoli, in modo immediato, se l’accesso alla zona a traffico limitato è consentito a tutti oppure ai soli autorizzati.

 

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