Archive for maggio 2017

Il trekking delle mie radici

Tutto quello che volevo era solo una collina dove sdraiarmi

(W. Faulkner)

Son senz’altro bei posti. Non c’è niente di straordinario o di meraviglioso, ma camminare nel Parco dei Colli Euganei restituisce la stessa serenità che dava la risposta “clima mite e temperato” nelle interrogazioni di geografia delle medie. Queste zone rassicurano l’anima, come la cipolla nel soffritto, come l’orologio sul comodino, come la ghetta nelle scarpate innevate. Non so spiegare: il paesaggio non ha certo la verticalità delle Dolomiti o la pulizia delle colline toscane. Non ci vedi i pascoli degli Appennini, né l’orizzonte innevato che si scorge marciando sulle Prealpi. Però c’è un’armonia di fondo che lega il tutto e che fa stare bene. Le colline, mai troppo alte, sembrano montagne in mezzo alla pianura. L’edilizia delle borgate, mai particolarmente pittoresche, non stona affatto con la natura del territorio circostante. I boschi, scevri di prominenti aghifogli o di tronchi secolari, conservano comunque una bellezza ordinaria, ma al contempo autentica. Regna il silenzio, quasi ovunque. E mi piacciono questi posti, anche perché mio padre ci è nato. Sul monte Fasolo, a quasi 600 metri d’altitudine.

Il nostro trekking ha toccato buona parte del Sentiero di Sant’Antonio, il Monte della Madonna, ed il relativo Santuario, l’eremo di Sant’Antonio, la Rocca Pendice, il Monte Venda, il Monte Fasolo e il Monte Cinto. Ma anche Este, Arquà Petrarca e Monselice.

Annoto alcuni indirizzi gastronomici: Da Ezio a Teolo, l’Osteria Nova ad Este, La cucina del Petrarca ad Arquà, l’Osteria Mazzini a Monselice.

Ringrazio pubblicamente la gentilezza di Adriano Fortunati, che con entusiasmo ci ha omaggiato di un prezioso libro di sentieri.

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La democrazia dei gazebo

Non mi toccare il gazebo chiaro? È una libidine mia e la inauguro io… chiaro?

(dal film Panarea)

Ho sempre conservato un’idea distorta della democrazia, ritenendo che raramente i “più” fossero in grado di decidere il bene per conto dei “tutti”. Ciononostante, nell’ambito del rapporto tra il potere ed il suo esercizio, il principio della consultazione democratica rimane la conquista più evoluta delle società contemporanee. Se è vero che la democrazia non equivale automaticamente al “buon governo”, è altresì vero che rimane l’istituto più illuminato, più legittimo e più libero che abbiamo a disposizione. Impossibile immaginare di farne a meno.

Detto ciò, mi chiedo se la stortura, o la finzione di democrazia siano effettivamente meglio della sua palese negazione. È meglio sconfessare apertamente la democrazia, ad esempio con la dittatura o con la tirannia, oppure offrirne una versione finta, manipolata, fraudolenta?

Renzi, leader uscente del maggior partito italiano, ha chiesto al popolo una legittimazione a tornare. Lo ha fatto inscenando una competizione simulata e dall’epilogo già scritto, dove avversari sconosciuti e impopolari hanno prestato il fianco alla convalida di un’elezione democratica e bulgara allo stesso tempo.

Non parlo delle qualità del leader, né dell’opportunità o meno di rivederlo a capo di un Governo. Ne faccio piuttosto una contestazione di merito sul metodo, sul sistema utilizzato per garantirsi un democratico rientro. Il capo finge di abbassarsi al livello della base, organizza la corsa contro due cavalli barzotti e si fregia di averli abbondantemente doppiati. Serviva davvero passare da questo finto voto popolare? Chi, onestamente, ipotizzava un risultato diverso dai gazebo?

Almeno Berlusconi ha sempre avuto, forse troppo, l’onestà spirituale di autoproclamarsi leader maximo, senza ricorrere a finte cerimonie di legittimazione, senza usare il raggiro di un’elezione simulata o di una consultazione di cartone: il capo sono io, e lo era veramente, a che serve chiederlo alla gente? E anche Grillo predica da messia autoreferenziale, fin dalla sua nascita. Non che siano modelli a cui tendere, per carità, ma non mi si venga a dire che Renzi lo ha scelto il popolo.

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