Rimbomba l’eco della notizia secondo cui nel primo semestre del 2006 le entrate fiscali sono aumentate di oltre il 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Impazza al contempo la corsa per l’attribuzione di questo record straordinario (straordinario perché extra-ordinario, ovvero oltre, lontano, dalle circostanze usuali). A sinistra e a destra ci si preoccupa di riconoscere l’inaspettato merito. In una gara alla paternità, la preoccupazione più incipiente è quella di accaparrarsi questo figlio imprevisto, ma incredibilmente bello. La banda di Berlusconi è certa che si tratti del frutto partorito dalla semina economica del governo uscente; Prodi, dal canto suo, sostiene che l’iniezione di fiducia targata ulivo abbia spinto gli italiani a pagare le tasse: “se si è certi che non ci saranno condoni, si è più propensi a non evadere”.
La battaglia per il conseguimento del merito, e per la cavalcata della popolarità, offusca le ragioni reali ed esplicative dell’incremento. Nessun economista o sociologo ci ha seriamente spiegato i motivi di questo dato sorprendente. Resteremo a discutere per giorni su chi ha “ottenuto più entrate”; eviteremo di chiederci come possa un governo, in carica da ottanta giorni, influire sulle entrate del semestre precedente; ed eviteremo anche di domandarci come sia possibile che una coalizione in carica per cinque lunghi anni ottenga maggiori entrate nel periodo della sua morte fisiologica. Discuteremo su quello che la classe dirigente desidera che discutiamo, abboccando ancora una volta all’amo.
I due padri del gettito fiscale
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