Il gioco dei programmi
Apprendo dal tg delle 20.00 che la Casa delle Libertà ha presentato un programma per la nuova legislatura. Dieci punti chiari e definiti, che riprendono una linea politica già tracciata e che mirano a completare un epocale riforma del sistema, da poco avviata. Pensioni, tasse⦠Non ho letto i singoli punti, ma potrei elencarli con una margine dâerrore davvero risicato.
Sappiamo benissimo che si tratta del noto e banale âpopulismo delle promesseâ. Chiunque può rendersi conto che tra il âContratto con gli Italianiâ (alias la promessa) e le leggi del governo uscente (alias i fatti) non solo non vi è riscontro alcuno, ma non vi è neppure differenza; giacché la differenza è possibile solo tra termini paragonabili.Una tattica pre-elettorale vecchia e logora. Una tattica che tuttavia rischia di essere vincente. Non nel senso che farà vincere Berlusconi, per il quale ho già annunciato la sconfitta, ma nel senso che renderà allâUnione una vittoria mutilata, una vittoria magra. à infatti indubitabile che la CdL sappia comunicare. Il messaggio schematico, facile, accessibile e comprensibile dei dieci punti raggiungerà ogni elettore. Solo i più avveduti sapranno filtrare col setaccio della ragione, distinguendo la demagogia dalla realtà . Per tutti comunque il messaggio resterà chiaro. Magari pochi ci crederanno, ma resterà certamente chiaro e definito. Ed a questo gioco del programma polista (ma forse sarebbe meglio dire âpolareâ) concorre anche il Centrosinistra. Mentre da una parte si sfoderano âle dieci carte che cambieranno lâItaliaâ, dallâaltra si discute sterilmente sulla necessità del Tav. Non che il dibattito che vede Prodi e Fassino contro Bertinotti e Pecoraro Scanio non sia legittimo. Che una coalizione si confronti e discuta da posizioni differenti su argomenti di questa stregua è più che lecito. Il problema sta nel farlo in campagna elettorale. Allâelettore non arriverà il messaggio di una coalizione che discute, ma quello di unâaccozzaglia che si divide anche sul più uniforme degli argomenti. Il programma dellâUnione câè e câè da tempo. Ma il cittadino comune ne ha lâeffettiva percezione?
In definitiva non discuto la sostanza dei due programmi e neppure quella delle due coalizioni. Discuto la diversa capacità di comunicare e la differente efficacia dei messaggi.
In fondo le vittorie elettorali (e le sconfitte) nascono anche da qui.
Il populismo che si ripete
Con lâaiuto di Gianluca ho rubato dal blog di Beppe Grillo una preziosa citazione sul populismo. Eâ un brano di qualche anno fa, ma in tempo di campagna elettorale mi è parso semplicemente attuale. Non trovo termine migliore per definirne il valore di questa analisi. à mia opinione che si possa qualunquisticamente applicare ad ogni governo e ad ogni opposizione.
Leggendolo, pensate a chi può averlo scritto. In fondo (non barate) ho messo lâautore.
“Una sola preoccupazione spinge a costruire programmi nuovi o a modificare quelli che già esistono: la preoccupazione dell’esito delle prossime elezioni. Non appena nella testa di questi giullari del parlamentarismo balena il sospetto che l’amato popolo voglia ribellarsi e sgusciare dalle stanghe del vecchio carro del partito, essi danno una mano di vernice al timone. Allora vengono gli astronomi e gli astrologhi del partito, i cosiddetti esperti e competenti, per lo più vecchi parlamentari che, ricchi di esperienze politiche, rammentano casi analoghi in cui la massa finì col perdere la pazienza, e che sentono avvicinarsi di nuovo una minaccia dello stesso genere. E costoro ricorrono alle vecchie ricette, formano una “commissione”, spiegano gli umori del buon popolo, scrutano gli articoli dei giornali e fiutano gli umori delle masse per conoscere che cosa queste vogliano e sperino, e di che cosa abbiano orrore. Ogni gruppo professionale, e perfino ogni ceto d’impiegati viene esattamente studiato, e ne sono indagati i più segreti desideri.
Le commissioni si adunano e rivedono il vecchio programma e ne foggiano le loro convinzioni come il soldato al campo cambia la camicia quando quella vecchia è piena di pidocchi. Nel nuovo programma, è dato a ciascuno il suo. Al contadino la protezione della agricoltura, all’industria quella dei suoi prodotti; il consumatore ottiene la difesa dei suoi acquisti, agli insegnanti vengono aumentati gli stipendi, ai funzionari le pensioni. Lo Stato provvederà generosamente alle vedove e agli orfani, il commercio sarà favorito, le tariffe dei trasporti saranno ribassate, e le imposte, se non verranno abolite, saranno però ridotte.
Talvolta avviene che un ceto di cittadini sia dimenticato o che non si faccia luogo ad una diffusa esigenza popolare. Allora si inserisce in gran fretta nel programma ciò che ancora vi trova posto, fin da quando si possa con buona coscienza sperare di avere colmato l’esercito dei piccoli borghesi e delle rispettive mogli, e di vederlo soddisfatto. Così, bene armati e confidando nel buon Dio e nella incrollabile stupidità degli elettori, si può iniziare la lotta per la riforma dello Stato.
Ogni mattina, il signor rappresentante del popolo si reca alla sede del Parlamento; se non vi entra, almeno si porta fino all’anticamera dove è esposto l’elenco dei presenti. Ivi, pieno di zelo per il servizio della nazione, iscrive il suo nome e, per questi continui debilitanti sforzi, riceve in compenso un ben guadagnato indennizzo.
Dopo quattro anni, o nelle settimane critiche in cui si fa sempre più vicino lo scioglimento della Camera, una spinta irresistibile invade questi signori. Come la larva non può far altro che trasformarsi in maggiolino, così questi bruchi parlamentari lasciano la grande serra comune ed, alati, svolazzano fuori, verso il caro popolo.
Di nuovo parlano agli elettori, raccontano dell’enorme lavoro compiuto e della perfida ostinazione degli altri; ma la massa ignorante, talvolta invece di applaudire li copre di parole grossolane, getta loro in faccia grida di odio. Se l’ingratitudine del popolo raggiunge un certo grado, c’è un solo rimedio: bisogna rimettere a nuovo lo splendore del partito, migliorare il programma; la commissione, rinnovata, ritorna in vita e l’imbroglio ricomincia. Data la granitica stupidità della nostra umanità , non c’è da meravigliarsi dell’esito. Guidato dalla sua stampa e abbagliato dal nuovo adescante programma, l’armento proletario e quello borghese ritornano alla stalla comune ed eleggono i loro vecchi ingannatori.
Con ciò, l’uomo del popolo, il candidato dei ceti produttivi, si trasforma un’altra volta nel bruco parlamentare e di nuovo si nutre delle foglie dell’albero statale per mutarsi, dopo altri quattro anni, nella variopinta farfalla“.
dal Mein Kampf di Adolf Hitler. Curioso, eh?
La contraddizione dei no-global
Alle volte mi chiedo dove sia finito il popolo di Seattle. Più “in piccolo”, mi chiedo dove sia finita la sua falange italiana. Dove sono finiti i no global che manifestavano al G8 di Genova, quelli che confondevano Green Peace con la lotta alla Nike, la pace in Iraq con l’attacco alla Coca Cola. Quelli che osteggiavano, a ragione, la globalizzazione straripante delle multinazionali, ma dimenticavano lo straripamento globale dell’economia cinese.
L’impressione è che sotto l’egida di valori autentici e condivisibili (la lotta ai crimini delle multinazionali, appunto) si celi una strumentalizzazione politica. L’utilizzo di uno scudo che rimanda a valori nobili, per combattere qualsiasi battaglia. Anche la più assurda. L’esempio del movimento pacifista è paradigmatico ed emblematico. Merita una trattazione a parte, ma la sola sua citazione rende l’idea di quanto intendo sostenere.
Sergio Romano dalle pagine del Corriere asserisce che la battaglia di questo movimento no-global sui veri temi della globalizzazione sia venuta smorzandosi per l’attenuazione del sostegno ideale dei paesi in via di sviluppo. In sostanza, poiché anche a Cina, India e Brasile farebbe comodo la globalizzazione dei sistemi economici, allora anche i paladini dell’antiglobalizzazione avrebbero abbassato le loro spade. Ma io non concordo. Credo che l’affievolirsi di questa protesta risieda in ragioni più sostanziali. Credo, e mi ripeto, che il cavallo chiamato no-global fosse prima, e sia ora, solo un mezzo per percorrere le più disparate contestazioni.
La vera amicizia nasce dalla giovinezza condivisa?
Ecco uno spunto interessante sul tema dellâamicizia
“Cesare era una brava persona, una creatura affettuosa e comprensiva che lo stimava e che gli voleva bene, ma non si poteva veramente considerare un amico. Si erano conosciuti troppo tardi, quando entrambi erano già uomini fatti. Per questo ciò che li univa era un rapporto di colleganza, di simpatia, di consentaneità . Ma non bastava. Avevano sì in comune molte cose, ma non la gioventù. E non ci poteva essere vera amicizia senza una giovinezza condivisa perché niente poteva surrogarne il ricordo. L’amicizia è un dato esistenziale, si diceva Andrea. Non un’affinità elettiva, non una scelta deliberata, non il piacere della conversazione, non un invito a cena. A due esseri umani è dato, per puro caso, di nascere in uno stesso angolo di mondo, di frequentare la medesima scuola, di inciampare uno nell’altro e di fare un pezzo di strada assieme prima che la chimica ormonale completi i propri esperimenti con il corpo puberale. Ed eccoli testimoni uno dell’altro per il resto dei loro giorni. Tutto qui il senso inesauribile di quella parola: amicizia. Nient’altro che la collisione accidentale tra due atomi umani. Ma un cozzo provocato da una deviazione avvenuta nel primo tratto della corsa verso la morte di quei due atomi, quando ancora l’accelerazione non ha impresso troppa velocità al loro precipitare, quando ancora la forza che attrae verso il basso un corpo in caduta libera non si è fatta troppo grave da sostenere, quando ancora non siamo del tutto risucchiati dalla prossimità dello schianto.
Un urto casuale tra due punti di materia cieca, stornati per un istante dal loro precipitare a piombo. Ecco il sodalizio umano. Due bocconi di creta sanguinolenta e ancora molle che imprimono l’uno il proprio insensato sigillo nell’altro. Per questo l’amicizia era eterna, irrevocabile. Perché era una cosa completamente gratuita, priva della benché minima ragione, se non quella del semplice fatto di essere accaduta quando ancora qualcosa poteva assumere il prestigio assoluto dell’evento.
Vale a dire prima dei vent’anni.
No, non poteva dirsi amicizia dopo quell’età , si ripeté Andrea.
Cesare non era veramente suo amico. Avevano in comune molte cose, le idee politiche, la professione e il modo di intenderla, forse perfino un certo angolo visuale sul mondo, ma non la gioventù.”
(da “Il sopravvissuto” di Antonio Scurati, fornitomi dal Lele)
Non ci può essere vera amicizia senza giovinezza condivisa, poiché niente può surrogare il ricordo. Questa affermazione è il cuore di tutto il brano.
Possono nascere grandi amicizie anche senza esperienze di giovinezza condivisa. à tuttavia indubbio il fatto che le condivisioni giovanili aiutano. E aiutano molto. Il crescere vicini, partecipando attivamente e reciprocamente alla formazione di chi ci sta accanto, è un elemento che getta fondamenta massicce per un amicizia solida. La condivisione delle esperienze, che poi diventano ricordo, è fondamentale per saldare i legami di un rapporto e per incollare alla perfezione i tasselli di un mosaico complicato qual è lâamicizia.
A questo proposito mi piacerebbe conoscere il vostro parere.
La strategia del Cavaliere
Silvio Berlusconi sa che perderà le elezioni. Non le perderà perché il programma dellâUnione è più concreto, più attuabile o migliore rispetto a quello della CdL, e neppure perché gli uomini di Prodi sono più carismatici dei suoi. Le perderà semplicemente perché ha governato male. Non solo non ha saputo dare quanto aveva promesso, ma neppure è riuscito a convincere di averlo dato. I segnali della sua caduta, prima ancora che nelle consultazioni amministrative post 2001, si trovano nella sua azione di governo. La stessa ragione che lo ha spinto a scendere in politica, ora lo boccerà . Sarà infatti il peccato di aver cercato con accanimento e priorità la difesa dei suoi interessi a scalzarlo dalla sedia che si era accuratamente costruito. Perderà per sua stessa mano, non per merito o valore dellâavversario.
Gli rimane una sola, ultima possibilità . Quella di perdere ai punti. Con la reintroduzione del proporzionale (argomento che non approfondisco perché meriterebbe una trattazione a parte) il suo obiettivo è quello di âperdere, ma per pocoâ. Col fine ultimo di rigiocarsi una nuova partita dopo che la nuova maggioranza, risicata (per la nuova legge elettorale) e frammentata (per natura), si disintegrerà in uno scontato, e già visto, processo di autodistruzione.
à in questâottica che si spiegano le sue continue apparizioni televisive e mediatiche in genere. âNon importa come se ne parla, purché se ne parliâ. Berlusconi sta tentando di entrare di prepotenza negli argomenti dei suoi avversari e degli italiani. Questa è la sua tattica. Così semplice e quindi così efficace. Sono settimane che lâopposizione non fa che parlare della sua prepotenza televisiva e della sua occupazione âabusivaâ degli spazi di comunicazione. Non si conosce nulla dei programmi degli schieramenti, nulla dei candidati. Non sappiamo cosa la CdL ammetta essere stato aberrante, e quanto giusto, della sua legislatura. Non sappiamo cosa in concreto farà lâUnione. Sappiamo solo che tutti, ed evidentemente faccio anchâio pubblica ammenda, parlano di Berlusconi. à dunque oggettivo il vantaggio di questa tattica. Non paga gli altri candidati della CdL, sempre meno visibili agli occhi degli italiani. Non possono raccontare quanto di buono (secondo loro) hanno realizzato, perché il focus è solo sul premier. E non avvantaggia di certo il centrosinistra, che anziché impegnare tempo e risorse per farsi capire e per spiegare quanto farà , insiste nel demonizzare lo strapotere del cavaliere. In questo modo tutti fanno il suo gioco.
Provino tutti quanti, almeno per una volta, una soltanto, a prestargli meno attenzione. Vorrei tanto sapere se esiste un centrodestra senza di lui, o un centrosinistra senza la paura del demonio.
Inghiottiti da una balena
“Ora bisogna sapere che il pesce cane, essendo molto vecchio
e sofferente d’asma e di palpitazioni di cuore,
era costretto a dormire a bocca aperta:
per cui Pinocchio, affacciandosi al principio della gola e guardando in su,
poté vedere al di fuori di quell’enorme bocca spalancata
un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.”
(Carlo Collodi, Le Avventure di Pinocchio)
Qualche giorno fa una balena sventurata si è ritrovata nella foce del Tamigi ed ha risalito disgraziatamente il fiume, sino a raggiungere il centro di Londra. Un imprevisto, certo.
Anche perché da Harrod’s non c’erano i saldi ed il Chelsea giocava in trasferta… Il caso dunque, e non la volontà di alcuno, ha fatto sì che il cetaceo si arenasse a pochi passi (pardon: a poche bracciate) da London Bridge.
La notizia ha fatto il giro del mondo, commovendo l’opinione pubblica di mezzo globo. Il povero animale, imprigionato nelle acque basse e sporche, ha suscitato partecipazione ed intenerimento quasi ovunque. Centinaia di persone, le abbiamo viste tutti, facevano la spola da una parte all’altra dei ponti, per “partecipare” in diretta al dramma del povero pesce. Immagini alla tv, servizi sui giornali. Nelle copertine dei tiggì sembrava la notizia più interessante, ovviamente dopo quella del ritorno al grande freddo. Non sia mai…!
Una moltitudine di mezzi e uomini ha tentato il disperato salvataggio. Barche di ogni tipo, mezzi anfibi, gru enormi. E poi sommozzatori, personale portuale e agenti di pronto intervento, polizia inclusa. Schiere di ambientalisti affiancate da gente comune raccolta in scaramantica preghiera. Un dramma collettivo, una speranza comune.
Perché tutto questo? Perché la sfortunata balena ha fatto tanto scalpore? Come mai ansia e preoccupazione ci hanno attanagliato di fronte ad un animale in difficoltà ?
Io non so spiegarmelo.
Avete idea di quanti homeless (occorre essere english fino in fondo) ci siano nella sola Londra? Avete idea di quanti siano ogni giorno quelli che si ammalano e quelli che muoiono? Quanti sono i mezzi e le persone che la società , e l’opinione pubblica, mettono a disposizione per questi “sfortunati”? à possibile, e comprensibile, che mezzo mondo trattenga il fiato per la sorte di una bestia e giri lo sguardo davanti alle innumerevoli, vere, tragedie quotidiane.
Forse si tratta solo di abitudine. Aristotele sosteneva che l’abitudine diventa nell’uomo un qualcosa di innato. Migliaia di cetacei vengono cacciati e uccisi crudelmente ogni anno, alla stregua di visoni, montoni, etc… ma lo sappiamo da sempre. E siamo abituati a vedere gente che soffre e che muore ogni giorno. Che ci si interessi o meno, altri continueranno a soffrire e morire ugualmente. Ma una balena che si arena in un fiume ci fa molta tenerezza e approviamo qualsiasi spreco per salvarla. Incrociando le dita, ovvio, affinché le cose vadano bene.
Per la cronaca, la balena è morta. Poverina.
Un calcio alla TV
ACCADDE OGGI
Attualmente gli introiti televisivi costituiscono la maggioranza relativa delle risorse dei grandi club di serie A. Il concetto è tanto chiaro quanto logico: le tv, per trasmettere le immagini delle partite, e dunque per ottenere introiti da sponsor televisivi e pacchetti d’abbonamento, debbono pagare chi produce lo spettacolo. La squadra di calcio, ogni volta che scende in campo, fa intascare soldi. La tv, trasmettendo le immagini, ottiene danari da abbonati in poltrona e da sponsor in vetrina. Il guadagno televisivo altro non è che terziario: sfruttando la materia prima dei club, si fornisce un servizio che genera profitto. Per questa ragione, naturale e debita, le squadre negoziano i diritti televisivi.
Assodata la ratio, il pettine si arresta sul nodo del “come” vengono negoziati questi diritti.
“Attenti al come”, dunque.
IL DIBATTITO
I club più ricchi e blasonati sostengono che sia giusto condurre trattative singole. Siccome una squadra attira più spettatori e, per la proprietà transitiva, anche più sponsor di un’altra, è giusto che ottenga un premio maggiore. Contrattando singolarmente con le tv, ogni squadra stabilisce il “prezzo” della propria immagine.
La contrattazione collettiva, invece, prevede che congiuntamente tutte le squadre negozino con le televisioni: ottenuta la torta, si procede tagliandola tutta quanta in le fette uguali.
Solo una concezione “comunista” della distribuzione delle risorse può appoggiare aprioristicamente quest’ultimo principio. Uso l’ avverbio “aprioristicamente” non a caso. Sarebbe infatti sbagliato sostenere la negoziazione collettiva, se non ci fosse un ulteriore elemento in gioco. Ovvero il concetto del Circolo vizioso. Se una squadra ottiene più soldi perché è più vincente, ergo più meritevole, è molto probabile che continui a vincere perché ha più soldi. In questo senso il circolo da viziato (si mette in moto solo con i soldi) diventa vizioso (i soldi vanno a chi vince… vince chi ha più soldi… e così via).
Guardando la storia degli ultimi anni e gli albi d’oro sulle nostre librerie, ci si accorge che si tratta di un principio (ma forse sarebbe meglio dire: di un assioma) pressoché matematico.
Escludendo il caso sociologico e patologico dell’Inter, le squadre vincenti in Italia sono di fatto solo le due più ricche.
LA POSIZIONE
A complicare il panorama concorre anche il ruolo conflittuale del Presidente del Consiglio.
Da milanista, faccio fatica a non notare che la sola Forza Italia si oppone a legiferare in nome della contrattazione collettiva. Non conviene a Berlusconi lato Milan, non conviene a Berlusconi lato Mediaset.
Da “meritocrate”, mal digerisco la soluzione della negoziazione collettiva tout court. Che azzera le differenze, che annulla ogni merito.
Il tentativo di ripartire a metà i diritti (50% singolarmente con contrattazione privata, 50% collettivamente con quote uguali) ha dato risultati poco rassicuranti in Inghilterra, a dimostrazione che le mezze misure portano solo a mezzi risultati.
Che posizione prendere dunque? Per chi ama il calcio e ne sostiene l’affrancamento totale dalla politica (non si legga in questa frase il solito monito demagogico e qualunquista) la cosa essenziale è chiedersi che tipo di campionato si vuole. Un campionato a doppia velocità ? Dove le solite due squadre si contendono la vittoria finale, mentre le altre diciotto contemporaneamente lottano solo per un posto in champion’s league? O un campionato più competitivo, dove Chievo e Udinese possono almeno “sognare”? Dove l’esito di Reggina-Juve non è così scontato, dove si parla meno dell’ingaggio di Cassano e più del vivaio dell’Atalanta?
Non esiste una soluzione “giusta per principio”. E’ solo chiedendosi cos’è bene per il calcio che diventa possibile trovare una risposta.
Ricordo con vivida memoria e sublime piacere le favole della Sampdoria di Boskov, del Verona di Bagnoli o del Napoli di Maradona.
Oggi sfoglio una Gazzetta con tre pagine dedicate a Sky, cinque articoli sugli investimenti sbagliati di Moratti e un reportage sull’ennesimo vitalizio di Vieri…
Voltapagina, ultima fermata
Posted by Giullare in Cose di paese on 5 ottobre 2005
Volendo raccontare le ultime vicissitudini della storia di questo giornale, non riuscirei a scegliere con certezza alcun genere narrativo. Le ultime vicende infatti hanno sconfinato nelle lande cinematografiche più diverse e disparate, tanto che attribuire a Voltapagina un’etichetta precisa risulta più difficile di programmarne un’uscita.
LA COMMEDIA
Era primavera quando inviai una lettera alla Gazzetta di Mantova per lamentare l’abbandono cronico di Voltapagina da parte del suo Direttore (che doveva responsabilmente gestirne le sorti), del suo Caporedattore (predisposto appositamente anche per guidare le redini del giornale) e della maggioranza (che doveva garantirne la pubblicazione).
Nello stesso periodo le piante fiorivano, la nostra campagna si colorava e il nostro centro storico si apprestava ad indossare l’abito del dì di festa.
Ma in un goldoniano gioco degli equivoci, le mie petulanti lamentele trovarono risposta in un paio di riunioni propedeutiche all’ennesimo rilancio del periodico (periodico? Mai definizione fu più fallace). “Ok, abbiamo sbagliato. Ora su le maniche!” Col sennò di poi potremmo parlarne come si parla di una gag di Totò e Peppino.
IL GROTTESCO
Il suggerimento di redattori “più attivi” anche in fase di impaginazione e di tipo-lito-grafia, sempre e comunque “a costo zero”, fece scivolare la commedia nel grottesco. Chi deve fare non fa, chi non deve fare fa? Confusione di compiti, mansioni ed investiture… Sarebbe ancora l’equivoco della commedia, se non ci fossero a corredare l’impresa gli elementi della convinzione e dell’innocente buona fede. Ruggero parlava sul serio, insomma.
IL DRAMMA
Ad ogni modo, trovarsi a maggio per preparare “cum dignitate” il numero di settembre, periodo di sagra, sembrava a me e a pochi altri il modo più corretto e coerente di procedere. Invece quasi un diktat suggerì (ossimoro, lo so) di predisporre l’uscita per giugno.
Giunta l’estate, passato giugno e gabbato lo (spirito) santo, ovvero l’unico che poteva garantire l’uscita in quel mese, ho atteso trepidante il nuovo cambio di stagione. Settembre, autunno…
IL THRILLER
Nessuna uscita a giugno. E nemmeno a settembre. Il mistero s’infittisce e la suspance aumenta. Brividi.
Scopro da un consigliere d’opposizione, ossia da chi non ha nessun dovere istituzionale di avvertirmi, che l’uscita è posticipata a dicembre (e l’espediente narrativo farebbe invidia anche ad Hitchcock). Non lo scopro da una riunione di redazione, nè dal mio Direttore e neppure dal Caporedattore. Ritorniamo al grottesco “chi deve fare non fa, chi non deve fare fa”.
Sta bene, si uscirà a dicembre (parlai già in aprille “dellâormai unico e sinceramente imbarazzante numero di Natale”. Ma riferito al 2004. Vabbè, prendiamolo come un flash back). La cosa bella è che nonostante il periodo, non serviranno “manovre aggiuntive”. Gli articoli ci sono, è sufficiente impaginare. Certo, gli articoli sull’estate, sullo sport, il volontariato e le associazioni… vanno bene anche a dicembre. Ma cosa stiamo dicendo?
IL FANTASY
A questo punto è aperto il concorso: chiedo a ciascuno di disegnare il finale più bello e meno verosimile. Ricchi premi e cotillon.
Vista l’esperienza cinematografica (almeno quella) di Ruggero, attendo da lui il più fantastico dei finali.
La vicenda di Voltapagina ha coperto di ridicolo quasi chiunque. Il fatto che io me la sia presa a cuore in maniera morbosa e che il resto del “popolo” voltese stia in silenzio non può giustificare la NON AZIONE dei vertici.
Non chiedo le dimissione di un Direttore che a malapena ricordo che faccia ha, semplicemente perchè le dimissioni non si chiedono, ma si danno.
Non chiedo al Caporedattore di cambiare rotta, semplicemente perchè l’ho fatto diverse volte e ci siamo sempre incagliati.
Non chiedo alla maggioranza di dirmi se questo giornale è nella sua agenda, perchè il suo lungo ed imbarazzante silenzio val più di mille risposte.
Posso però chiedere a me stesso di uscire da questo teatrino. Ho sempre dato il massimo dell’impegno che potevo, senza mai promettere il cielo, conscio dei miei grossi limiti.
Non intendo più far parte della Redazione perchè mi pare che la serietà se ne sia già andata da tempo. Le difficoltà e le incapacità sono giustificabili. La leggerezza mascherata da “circostanza di eventi” assolutamente no. Ho protestato in tutti i modi, trovando solo mezze risposte. Ora mi sento preso in giro.
Me ne vado, consapevole del fatto che questo non peserà affatto sul giornale. Il mio coinvolgimento percentuale è davvero marginale. Ma i principi restano principi. Cosa ci posso fare?
Ringrazio solo gli amici della Redazione che hanno sempre avuto al serietà e la correttezza istituzionale di scrivere, senza mai lamentarsi. Quelli che arrivavano puntuali alle riunioni, quelli che consegnavano gli articoli dentro i margini di scadenza, quelli che suggerivano le idee e quelli che scrivevano bene. A loro, e solo a loro, va il mio plauso. Mi dispiace non poter più fruire della vostra responsabilità . Ma l’ho apprezzata tanto e continuo a stimarvi. La forza per risollevare Voltapagina è, e rimane, solo nelle vostre capacità .
Voltapagina: molte parole, pochi fatti (Lettera al Direttore della Gazzetta di Mantova)
Posted by Giullare in Cose di paese on 20 aprile 2005
Direttore di Voltapagina,
cari amici della redazione,
nella scorsa campagna elettorale l’amministrazione aveva lasciato intendere un maggior impegno per il nostro giornale comunale. Dopo cinque anni di altalenante conduzione, siamo stati infatti travolti da belle parole e da accesi, entusiasmanti propositi. Parola d’ordine: “ricominciamo daccapo”. Proprio l’assunzione di un assessore esterno, preposto anche a questo scopo, aveva fatto intendere un cambio di rotta, un impegno più concreto.
Oggi, dopo la realizzazione dell’ormai unico e sinceramente imbarazzante numero di Natale, ci troviamo al punto di partenza. Non un incontro, non un progetto.
Ai miei dubbi, sollevati innanzitutto “in famiglia”, ossia di fronte a chi doveva tenere le redini di questo traballante carro, è stato demagogicamente risposto che i buoni propositi iniziali hanno cozzato con le difficolt� concrete del campo. L’acqua calda, insomma.
Premesse e promesse sono state inavvertitamente disattese. La politica non c’entra, parliamo di servizi.
La cosa è inaccettabile. Se si applica il principio del comune-azienda che lavora sui risultati (ed il ricorso agli assessorati esterni non può che essere sotto l’egida di questa filosofia), allora occorre quantificare costi e benefici in ogni momento e correggere minuziosamente la rotta. Ma come al solito: grandi parole, piccolissimi fatti.
Avendo partecipato alla fondazione di Voltapagina e avendone partorito il nome, mi sento particolarmente legato a questo giornale, applicazione tout court del principio democratico. Avrei preferito lanciare il mio monito davanti agli amici della redazione, ma il caporedattore, prefissandosi di radunarci entro marzo, ci ha deluso una seconda volta. Chiss� che ora, allargata la platea, non si muova qualcosa.
Diceva De Gaulle: “Poiché un politico non crede mai in quello che dice, quando viene preso alla lettera rimane sempre molto sorpreso”. Ma in questo caso siamo sicuri che il mio sfogo non abbia suscitato stupore alcuno. Vero?
La zucca al posto del crocifisso
Qualche settimana fa lâepisodio di Adel Smith, rappresentante di una comunità islamica in Italia, che è ricorso al tribunale de LâAquila per far togliere il crocifisso dalla scuola in cui studiano i figli, sostenendo lâipotesi di una discriminazione âistituzionalizzataâ verso le religioni diverse da quella cristiana. Dopo lâevento, arriva la sentenza del tribunale che dà ragione al signor Smith. Il preside, la scuola, il paese e lâItalia intera si svegliano, polemizzano e ognuno dice la sua… Tutto si blocca, ordinanza sospesa.
Nellâopinione pubblica arroventata per il dibattito scaturito dalle accuse di Smith, e per la pronuncia del tribunale, si individuano immediatamente due distinte linee di pensiero. Due correnti opposte, antitetiche.
La prima fa riferimento ai valori della laicità dello Stato, dellâuguaglianza religiosa e della libertà di credo. Libera Chiesa, certo. Ma in libero Stato. Forte del sostegno dei principi costituzionali (gli art.3, 7, 8 e 19 ad esempio) ritiene che il crocifisso nelle scuole âsostengaâ in qualche modo la religione cristiano cattolica, a discapito ovviamente delle altre confessioni. Se lo stato è laico, dunque separato dalla Chiesa, perché ne mostra i simboli e ne sostiene la diffusione? Perché âlegalizzaâ lâora di religione allâinterno dellâordinamento scolastico? Se si premette la pari uguaglianza delle religioni, perché mai avvantaggiarne una soltanto? Sempre secondo questa corrente di opinione pubblica, rimuovere il crocifisso equivale semplicemente ad un principio di mera giustizia: poiché la sua esposizione diventa una sorta di discriminante nei confronti delle altre religioni, di cui evidentemente non si espongono i simboli, per evitare discriminazioni è giusto non esporre neppure il crocifisso. Ed è proprio questa ratio che deve aver spinto il giudice ad agire come nei fatti sopra citati. Credo non ci siano dubbi.
La seconda parte di opinione pubblica lamenta lâattacco frontale e sfrontato del signor Adel alla religione Cattolica. Lamenta lâattacco legalizzato dellâIslam nei confronti del Cristianesimo. Lâinizio della guerra di religione. Lâassalto, con lâespediente dellâimboscata, alla Sacra (s-a-c-r-a) Romana Chiesa da parte degli infedeli: insomma, una crociata al contrario. LâIslam oggi ci toglie i simboli del nostro credo, domani ci imporrà i suoi.
Dunque la storia si ripete: dopo quasi mille anni ritornano i Guelfi e ritornano i Ghibellini.
Personalmente credo che entrambe le correnti siano in fallo. Cercherò di argomentare arricchendo il materiale della contesa con altri accadimenti. Per condurre un dibattito più completo, o almeno per farsi unâopinione più integra, è opportuno prendere atto di altri fatti, quelli magari meno roboanti e meno superficiali.
E allora si scopre che una legge del 1924, ma ancora in vigore, sancisce che âOgni istituto ha la bandiera nazionale; ogni aula l’ immagine del crocifissoâ. Che I Patti Lateranensi del 1929, che regolano i rapporti fra Chiesa e Italia, non toccano la questione. Nemmeno la revisione del Concordato del 1985 entra nel merito. Consiglio di Stato e Cassazione nel â98 aggiungono che il crocifisso â …a parte il significato per i credenti, rappresenta un simbolo della cultura cristiana come essenza universale, indipendente da una specifica confessione. Per questo la sua esposizione non contrasta con la libertà religiosa… nella sua esposizione non è ravvisabile una violazione della libertà religiosaâ. La legge può certamente essere discussa, anche cambiata. Ma serve un intervento del Parlamento. Tuttavia fin quando questo non avviene, credo debba essere rispettata.
Si scopre che il povero Mr. Smith, come dire lâequivalente anglo del âsignor Rossiâ, in realtà non è affatto il signor nessuno e nemmeno il signor qualunque. Eâ il fondatore del Partito dei Musulmani d’ Italia, che prepara lâesordio elettorale per la primavera 2004, alle amministrative di Pordenone, ovvero nella âterra occupata dalle truppe americaneâ, come dicono i suoi iscritti. Gli esperti parlano di un potenziale 5% di voti (basta molto meno per arrivare in Parlamento).
Si copre anche che mentre Forza Nuova lo insegue col manganello, inseguendo al contempo un passato italiano da dimenticare, lui va sulla prima pagina di Le Monde, scrive libri (ben 19!) e si fa intervistare. Chiama il Papa âextracomunitarioâ (definizione corretta, ma quantomeno ambigua), lo invita pubblicamente a convertirsi allâIslam e definisce il crocifisso come âil cadavere di un uomo nudo affisso su un pezzo di legno usato dai Romani per punire i peggiori criminali dell’epocaâ, aggiungendo che: ânon è sempre così piacevole vedere un cadavere in miniaturaâ.
Si scopre che tra i precetti dellâIslam câè quello di sottomettere il diritto decretato dal potere politico alla volontà di Dio. âNella cultura musulmana diffusa il diritto appare legittimato sempre e solo da Dio. Per il musulmano il diritto non sarà mai una costruzione autonomaâ. Dunque: prima Dio, poi la legge degli uomini. E câè anche il precetto di tendere a totalizzare culturalmente ogni realtà civile. Lâislamico deve tendere a âislamizzareâ la società in cui vive. Insomma per gli altri, per i non- musulmani: tolleranza zero.
Credo dunque che la prima sentenza del tribunale de LâAquila sia tuttâaltro che âgiustaâ.
– Giuridicamente non giusta: perché non garantisce i diritti costituzionali contro il sopruso della consuetudine di mettere i crocifissi nelle scuole, ma estende ad arbitrio lâinterpretazione dei diritti costituzionali, dimenticando quanto previsto in materia dalle altre fonti giuridiche già citate. In nome del vago (appositamente vago) principio costituzionale, non si possono derogare e contrastare a proprio piacimento le altre norme giuridiche.
– Moralmente non giusta: perché non aiuta una minoranza soggiogata a far valere i propri diritti, ma serve ad una minoranza organizzata e con progetti precisi a strumentalizzare lo status di vittima, al fine di perpetrare obiettivi più importanti e a più lungo termine.
– Culturalmente non giusta: perché il crocifisso non è più solo un simbolo religioso, ma anche, se non soprattutto, il simbolo della civiltà giudaico-cristiana. Eâ sbagliato, poiché impossibile, confrontare due culture e decretarne âla miglioreâ, ma è possibile farlo tra civiltà . Quella giudaico-cristiana che piaccia o no, ha prodotto più libertà , più giustizia, più benessere di ogni altra. E allora, se in omaggio ad una malintesa apertura culturale ed etica, rinunciamo ad affermare i nostri valori, anche attraverso i simboli che li rappresentano, l’ integrazione degli immigrati di altra civiltà diventa più difficile e la frammentazione della nostra società democratico-liberale rischia di trasformarsi in un fattore di conflitto e quindi di instabilità . Rinunciare ai simboli della nostra cultura (non della nostra religione) non significa integrare, ma dimenticare ciò che siamo stati e siamo.
Scrive il moderato politologo Panebianco (ancora lui, nooooooooooooo!), non la Fallaci: âA differenza della Francia (ma anche della cattolicissima Spagna), lâItalia non disporrà di alcuna arma, nei prossimi anni, per impedire la trasformazione della scuola pubblica in un bazar multireligioso, in cui lâIslam organizzato, soprattutto, entrerà in forze pretendendo visibilità , spazi, la sua parte di âbottinoâ. Allora sì che ci saranno seri problemi per la laicità dello Stato. Proprio perché forti e rappresentative, queste organizzazioni islamiste rifuggono dallâavventurismo, praticano lâentrismo, vogliono continuare a conquistare posizioni dentro la società italiana. Per diventare, entro non molti anni, anche in virtù del differenziale demografico, potenti e intoccabili lobbies.
Non è certo quello lâIslam liberale, amico dellâOccidente, che noi dovremmo incoraggiare. La pessima gestione della vicenda della scuola di Ofena da parte di una classe dirigente superficiale e malata di demagogia contribuisce a preparare un futuro di guai per questo nostro Paeseâ.
Insomma, rinunciamo ai simboli della nostra cultura e civiltà e rinunciamo a noi stessi… Contemporaneamente accettiamo (o meglio facciamo nostri, è ben diverso!) aspetti culturali a noi sconosciuti fino allâaltro ieri, in nome di una âaperturaâ al nuovo e al diverso, in nome di una globalization che stavolta ci piace. La festa di Halloween ne è lâesempio più macroscopico e catastrofico. Non lâabbiamo accettata, lâabbiamo adottata e reinventata. Ascoltiamo con attenzione i media che ci bombardano, cerchiamo con spirito curioso i negozi che impongono gli acquisti a tema mentre la mondanità ci intorta con feste ed eventi diffusi e irrinunciabili, per non perdere la magica notte. I nostri figli che proprio a scuola (alle volte il caso, eh?) disegnano le zucche, si vestono da streghe e vampiri, festeggiano quello che abbiamo detto loro di festeggiare. E contemporaneamente non sanno nemmeno cosa ricorda il 2 novembre.
Avanti così! Con la zucca al posto del crocifisso.