Il vizio di forma della Lega


La Lega ha avuto l’indubbio merito storico di fare da madrina ad un importante processo di cambiamento che ha spinto l’Italia attraverso gli anni bui di tangentopoli fino alla seconda repubblica e all’apogeo del maggioritario. Non sono tutte vittorie dirette della Lega. Anzi, per la verità quasi nessuna. Tuttavia è incontestabile che i malcontenti di fine anni 80, ovvero le contestazioni ad una classe politica che non solo era sempre più “inquinata” e corrotta, ma che non poteva più garantire il benessere degli anni passati, insieme alla fine delle ideologie, che poneva termine allo schieramento aprioristico per un partito piuttosto che per un altro, furono polarizzati ed espressi dalla neonata (quindi candida, perché chi non ha passato non può avere fedina penale sporca) Lega Lombarda. Le alte percentuali di voto della Lega di quegli anni non sono riconducibili solo al malcontento dei cittadini settentrionali nei confronti del parassitismo meridionale e del centralismo romano. Sono piuttosto l’espressione, come spesso avviene in questi casi, di una fiducia incondizionata nell’unico soggetto che può rappresentare un taglio radicale col passato. Questo più o meno il ragionamento comune: poiché tutti gli altri alla fine sono uguali, mi fido solo di chi, sulla carta, appare diverso.
La Lega, dunque, ha avuto il merito storico di capeggiare e riunire il malcontento comune, impedendo che lo stesso si esaurisse e che il vecchio sistema si autorigenerasse in un inscardinabile circolo vizioso.
La fiducia degli elettori è sempre scaturita dall’impressione che nella Lega si convogliasse la protesta generale ad un sistema marcio, l’antagonismo ai mali congeniti del sistema, l’antisistema. Lo stesso Bossi, all’epoca, si presentava come uomo di rottura: l’uomo del popolo, l’uomo medio che da governato diventa governante, senza mai diventare politico. I toni accesi e tutt’altro che moral-populisti, diametralmente opposti al buonismo e alla demagogia imperante, hanno prodotto voti, fino a trascinare gli uomini leghisti nelle alleanze di governo. Da movimento extraparlamentare, tra alterne fortune e cangianti vicende, la Lega è entrata in parlamento ed è assisa infine ai banchi dell’esecutivo. Ed è a questo punto della sua storia che ha dovuto fare i conti con il proprio successo.
Non tratterò qui le ideologie leghiste, i paradossi e i limiti che le compongono e nemmeno la liceità e la correttezza delle loro ragioni incipienti o delle cause che ne stanno alla base. Dirò solo che condivido poco o nulla del suo pensiero e ancor meno dei suoi metodi. È però interessante riflettere sulla capacità di gestire il successo (che significa gestire il potere) da parte della sua classe dirigente. L’impressione è che la nomenklatura del Carroccio, abilissima nel contestare il sistema, nel fare opposizione, nel manifestare e discutere ogni errore e limite dello status quo, non sia altrettanto preparata per ricoprire incarichi di vertice, istituzionali. Altre forze politiche votate geneticamente all’opposizione sono incapaci di proporre e attuare la riforma di quanto contestano, proprio per loro definizione e vocazione. Si pensi a Rifondazione, ad esempio. Ma oltre a questo limite di sostanza, la Lega ne mostra anche uno di forma, ovvero sembra incapace, per propria natura, di ricoprire qualsiasi ruolo istituzionale. Le gaffe di Calderoli, le parole di Borghezio sembrano denunciare più un’incapacità di svolgere un ruolo, che una volontà a polemizzare. L’uomo della Lega non sa parlare da politico, non sa agire da statista, non sa operare da diplomatico. Sa urlare il suo malcontento, ma non sa sussurrare la sua soluzione.
L’episodio di Calderoli fotografa in maniera cristallina il concetto. Il tentativo di strumentalizzare l’episodio internazionale delle vignette su Maometto, al fine di ribadire il sostegno a chi osteggia il pericolo Islam, è naufragato tristemente. E anche la giustificazioni di aver agito da uomo e non da politico fa acqua da tutte le parti. Il vero politico non può mai disgiungersi dal suo ruolo istituzionale, né dimenticarsi dell’incarico che copre. Se non è capace di curare la forma che l’istituzione richiede, allora torni a fare l’uomo comune.

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