Se anche i piccioni fanno ohh…


Di tutta la querelle di Sanremo, ho seguito poco più di dieci minuti. Per partito preso non lo guardo più da anni ormai. Così come non mi azzardo neppure a fare zapping, se so che c’è nell’aria il Grande Fratello, Buona Domenica o roba simile. Proprio per una semplice e antipatica presa di posizione, per un non so che di snob, per l’impressione di una presunta superiorità . Mi pare di abbassarmi troppo, di prendere a pugni l’etica. Non ho problemi ad ammetterlo: è un atteggiamento arrogante e altezzoso, forse anche stupido, ma è così.
Mi è capitato tuttavia di imbattermi in uno dei momenti più bassi che la televisione italiana abbia raggiunto, l’intervista a Totti. Non spenderò altre parole al proposito. Nell’articolo che precede temporalmente questo, si evince chiaramente la mia opinione riguardo al Pupone. Che lo si paghi profumatamente per farfugliare anche a Sanremo mi sembra offensivo per chicchessia, che guardi o meno la televisione. Superospiti col supercachet, che sembrano deridere i tagli alle trasmissioni culturali. Il wrestler John Cena che parla ai bambini?
Alla radio ho poi ascoltato la canzone vincente di Povia. La somiglianza con quella dell’anno precedente è fin troppo percepibile anche all’orecchio meno allenato, anche al fan più ottuso. La stessa cantilena, inno alla banalità e all’ovvietà , un insulto alla riconosciuta tradizione dei cantautori italiani.
Se dunque anche i piccioni “fanno ohh”, cioè se è sufficiente cambiare due parole ad una canzone che ha fatto successo per vincere Sanremo, mi sembra anche inutile intavolare dibattiti sulla (presunta) bellezza di Sanremo, sull’immutato fascino del Festival, sulla “missione” della canzone italiana nel mondo. Vince una canzone definita “da Zecchino d’oro” e perdiamo ancora tempo a disquisire nel merito del Festival. La verità è che siamo davvero alla frutta. Ma purtroppo in fondo non sembra esserci neppure il dolce.

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