Re Giorgio


Sient a mme nun ce sta nient a ffa, okkay Napulità
(Renato Carosone, Tu vo’ fa l’americano)

Dopo quattro votazioni, con la maggioranza assoluta di 543 voti su 990 presenti, Giorgio Napolitano è assurto alla carica di Capo dello Stato. La vicenda ha appassionato l’Italia come la nomination di un reality. Non per un innato senso dello stato che coinvolge e permea ogni anfratto della società italiana, quanto piuttosto per uno strano senso della suspense che ci porta morbosamente a mangiarci le unghie, ogni volta che siamo in attesa di conoscere l’epilogo di qualsiasi evento somministratoci dai media. Si sostiene da più parti che l’attesa per il foto finish sia alquanto esagerata. In definitiva i poteri effettivi del Presidente della Repubblica sono piuttosto marginali, rispetto magari al Presidente del Consiglio o confrontati a quelli del Capo dello Stato di un’altra nazione (si pensi alla Francia). Compiti principali che attendono Napolitano sono la rappresentanza ufficiale della nazione, lo scioglimento delle Camere (previa consultazione), la nomina formale del Presidente del Consiglio, la possibilità di rinviare alle Camere le leggi approvate, la nomina dei senatori a vita, la presidenza delle riunioni del CSM, la nomina di un terzo dei giudici della Corte Costituzionale, il comando delle Forze Armate, la presidenza del Consiglio supremo di difesa, la possibilità di concedere la grazia e di commutare le pene, il conferimento delle onorificenze. Altre attribuzioni sono poco più che ornamentali, dunque in definitiva il suo ruolo non parrebbe così delicato…
Tuttavia l’importanza dell’incarico è di ben altra natura. Non scaturisce infatti da poteri circoscritti e tangibili, ma da una serie di prerogative personali. Innanzitutto il Capo dello Stato deve rappresentare tutta la società civile, nel senso che deve riassumere i valori maggiormente condivisi. Se esso è sunto, specchio e summa di tutto il popolo, avrà certamente un ascendente sulle scelte di Parlamento e Governo. Fungerà da monito e garante per gli indirizzi governativi, nonché da credibile e ricercato consigliere. Pensiamo al rispetto che suscitava Ciampi quando esprimeva un’opinione. Governo e opposizione non hanno mai manifestato dissenso alle sue affermazioni. Paragoniamolo a Scalfaro o Cossiga, biasimati e strumentalizzati in ogni occasione possibile. Un Presidente della Repubblica forte, il cui vigore, come detto, sgorga dalla sua biografia personale e conseguentemente dall’appeal e dalla condivisione da parte del popolo e dell’opinione pubblica, potrà garantire la salvaguardia di principi e valori fondamentali (costituzione), nonché condizionare molte scelte politiche dell’esecutivo. Un presidente “amato” difende la Repubblica e infonde fiducia a chi la amministra. Se non altro per semplice scelta di opportunità, il Governo non potrà mai contraddire un Capo dello Stato benvoluto e sostenuto da tutta la nazione.
È dunque per questa semplice ragione che la scelta di un uomo altamente rappresentativo appare fondamentale: perché dal suo tasso di gradimento deriva la sua forza. Per la stessa ragione non poteva essere scelto D’Alema. Opinabile è la sua statura istituzionale, ma indiscutibile è la sua appartenenza ad una precisa e definita parte politica. Troppo compromesso, insomma, per essere super partes.
Entrambe le coalizioni hanno sbagliato il metodo d’approccio alla questione. Il centrosinistra doveva proporre una rosa di nomi, ma ufficialmente ha candidato e si è autovotato un solo candidato: il suo. Dopo anni a predicare la condivisione e la concertazione, ha perso la prima, importante occasione di razzolare bene. Si è scelto il candidato e lo ha eletto con la forza dei numeri, infischiandosene della metà degli italiani che ha votato dall’altra parte. Sull’Ulivo pende anche l’ombra di una mirata spartizione delle poltrone tra i principali partiti componenti. Nulla di nuovo, se questo non stridesse ruvidamente con i retorici principi sventolati con arroganza, da chi si è sempre sentito depositario assoluto del bene.
Il centrodestra ha sbagliato a non sostenere Napolitano. Si poteva eleggerlo al primo giro, impalmandolo “presidente di tutti”. Invece no.
L’uomo e il suo profilo non si discutono, Napolitano va benissimo. Sono sindacabili le pappocce, fatte da entrambe le parti, inutili e facilmente evitabili con l’uso di misurato buonsenso.
Personalmente avrei preferito una personalità più affrancata come Mario Monti, ma sono soddisfatto dell’esito. “Okkay Napulità”, dunque. Certamente meglio lui, di gentaglia come Amato o Dini.

  1. #1 by Gianluca at 11 maggio 2006

    Per ora posto questo commento che ho trovato nel web.
    Alla prossima.

    L’attenzione di tutto il Paese è oggi rivolta all’elezione del prossimo presidente della Repubblica che sarà eletto a Camere riunite. L’Unione ha presentato Giorgio Napolitano e su questo candidato confluiranno i voti dell’Italia dei Valori.
    Detto questo, vorrei fare una riflessione sui parlamentari che sono delegati ad eleggere la carica più importante dello Stato che influenzerà la vita politica del Paese per i prossimi sette anni.
    Questi parlamentari sono stati eletti con il proporzionale, in sostanza nessun cittadino gli ha dato alcuna delega diretta, delega che hanno ricevuto esclusivamente dal partito che li ha scelti; molti parlamentari sono pregiudicati; molti parlamentari sono stati condannati per reati anche gravi in attesa di sentenza definitiva; alcuni parlamentari, come ad esempio Formigoni, stanno esercitando in modo incompatibile la loro funzione in quanto ricoprono contemporaneamente anche la carica di presidente di Regione. La maggior parte dei parlamentari è costituita da politici di professione, vive di politica e per la politica, lontano, lontanissimo, dai reali problemi della società italiana.

    Il presidente della Repubblica rappresenta tutti gli italiani, ma gli italiani che lo eleggono, oggi, non sono rappresentativi del Paese ed eleggono, quasi sempre, uno di loro.
    E’una situazione a cui bisogna mettere mano, e presto, per restituire la politica ai cittadini.

  2. #2 by admin at 12 maggio 2006

    E’ un appunto corretto nella sostanza, anche se un po’ troppo qualunquista (ma d’altronde sono io il primo a peccare di qualunquismo). Una sola precisazione, che deborda dalla mia pedanteria. Scrivi “questi parlamentari sono stati eletti con il proporzionale, in sostanza nessun cittadino gli ha dato alcuna delega diretta”. Il proporzionale non è la causa della mancanza di mandato da parte del cittadino. E’ piuttosto la deprecabile scelta di predisporre liste fisse, senza chiedere al cittadino la preferenza, che determina l’elezione di personaggi “NON scelti” dal popolo. Ma il sistema di voto non c’entra nulla. Questa considerazione l’avrai mica presa dal blog di Di Pietro?

  3. #3 by Gianluca at 15 maggio 2006

    Ovviamente.

(non verrà pubblicata)

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