Archive for category Attualità

Il cardellino di Varese

Ricordo con un po’ di malinconia i tempi in cui per noi l’”europeo dell’anno” era solo Van Basten. Negli anni dell’adolescenza non esisteva molta cronaca all’infuori di quella calcistica. Così si attendeva con ansia la votazione invernale che incoronava il miglior giocatore d’Europa, eletto con suspense dai giornalisti in conclave da France Football. Poi nella classifica del Pallone d’Oro hanno iniziato a vincere anche i sudamericani: Ronaldo, Ronaldinho, Messi. Non era più la stessa cosa. Forse perché a poco a poco si cresceva, forse perché brasiliani e argentini avevano davvero poco di continentale. Sta di fatto che il vincitore dell’”europeo dell’anno” a poco a poco è diventato per noi un calciatore come tutti gli altri.

Ma, se possibile, la poesia che nasceva col Cigno di Utrecht e terminava con l’Usignolo di Kiev oggi subisce un ulteriore arresto. Per tutti l’europeo dell’anno è diventato Mario Monti. Non vorrei davvero essere bambino oggi.

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Dal casco al caschè

“Come può un grande calciatore come Rivera distruggere in un attimo la sua leggenda,
accettare penosamente di farsi dare i voti da un certo Guillermo Mariotto,
subire le spiritosaggini di Ivan Zazzaroni,
sottoporsi alle opinioni di Sandro Mayer?”

(A. Grasso – Corriere della Sera, 17 gennaio 2012)

Ha messo molta tristezza anche a me la partecipazione di Gianni Rivera a “Ballando con le stelle”. Cosa spinga una leggenda dell’orgoglio nazionale ad abbassarsi così tanto, rimane una circostanza totalmente inspiegabile.

All’età di cinque-sei anni mio cugino mi regalò una maglia del Milan con il numero 10 e un poster di Golden Boy che conservo ancora, ripiegato ed impolverato da qualche parte. Ovviamente non lo ricordo come giocatore, ma le sdrucite immagini di Italia-Germania 4 a 3 e altre cianfrusaglie simili hanno confezionato un’immagine epica di Gianni Rivera. Il casco di capelli bohémien, quella “r” moscia un po’ snob ed il fisico asciutto mi sembravano il ritratto del calcatore nobile per antonomasia.

Ora, immaginarlo con le scarpette a punta che azzarda un casché… riempie di sconforto e amara mestizia. Un vecchio da circo.

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La cantonata

“Quando i gabbiani seguono il peschereccio
è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”

(E. Cantona)

Da noi gli ex calciatori vanno a deporre in tribunale per il calcio scommesse, in Francia si candidano all’Eliseo.

Pare che l’ex calciatore francese Cantona si candidi alle imminenti elezioni presidenziali. Che è come se Guastalla si candidasse alle amministrative a Volta (con tutto il rispetto per Cantona).

L’annuncio di The King è poco più di una provocazione. Ma abbastanza per scatenare sondaggi e accendere il tifo.

In effetti sarà impossibile vederlo destreggiarsi tra conferenze politically correct e compromessi diplomatici. Anche perché di Cantona ricordo tutto, ma non la sua diplomazia. Però io lo voterei subito.

 

Il celebre calcio di Cantona al tifoso del Crystal Palace

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Pubblicità inciampevole

La pubblicità di una catena di magazzini australiana ha fatto il giro del mondo per la castroneria contenuta nel suo slogan.
 

Lo slogan incriminato

 ”Early bird get’s the right size“, ovvero “chi arriva primo ha la taglia giusta” recita erroneamente il cartellone, senza che pubblicisti e dipendenti della Myer si accorgano di quell’accento sbagliato dopo la parola “get”.

La svista viene presto smascherata dal popolo della rete e in poco tempo i negozi, i manifesti, i sacchetti della spesa sono presi d’assalto: per vedere di persona, per strappare almeno una foto. La castroneria ottiene dunque l’effetto opposto: anziché mettere in cattiva luce il marchio, ne amplifica gratuitamente l’immagine.

A proposito di incidenti di propaganda e contro ogni pubblicità inciampevole, mi è venuto in mente lo splendido avviso che avevo fotografato a Guidizzolo:

Avviso al postino di Guidizzolo

 

 

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Merry Crisi!

Volevo inserire un bel post natalizio, uni di quelli che non dicono niente, fanno gli auguri e lasciano un leggero alone buonista. Ma non mi è venuto niente.

 Vi giro un articolo di Silvio Di Giorgio, che fotografa in maniera paradossale la situazione attuale.

Capisci che Natale è alle porte quando Berlusconi la smette di infrangere la legge per un paio d’ore e va a presentare il nuovo libro di Bruno Vespa. I libri di Vespa hanno anche un altro difetto, oltre a quello di rivalutare le pagine di Fabio Volo: quello di far sembrare i roghi di libri come una pratica auspicabile.

A Natale siamo tutti più buoni, più disponibili e sensibili. Anche per colpa della crisi. In questi giorni Scilipoti abbassa il suo prezzo di listino del 15%, i calciatori vendono le partite con il 3×2 e il Santo Padre rinuncia alle posate incastonate di diamanti e mangia lo zampone solo con quelle d’oro.

A proposito, Ratzinger si è molto incuriosito vedendo per strada tutti i vari presepi. E’ rimasto così colpito che ha chiesto a Padre Georg di cercare su Google chi fosse quel bambino nella mangiatoia.

La Fornero si commuove pensando ai sacrifici che dovrà affrontare Babbo Natale per consegnare i regali ai bambini delle famiglie benestanti: con le strade intasate dai precari in cerca di un secondo lavoro non sarà facile per lui raggiungere in tempo le case di tutti i parlamentari. Poverino, con questo freddo! E poi i cassaintegrati che gli trainano la slitta non hanno la stessa potenza muscolare degli extracomunitari usati nei Natali passati.

Per il Santo Natale la figlia di Tom Cruise ha ricevuto dal papà regali per 130.000 dollari. Quando l’ha saputo, Alessandra Mussolini si è indignata pubblicamente: “Gli andrebbe tolta la patria potestà! Una cifra folle: la figlia sarà costretta al suicidio con quei quattro spiccioli!”

Piaccia o non piaccia, il Natale è un giorno speciale: è l’unico giorno dell’anno in cui i leghisti brindano alla nascita di un extracomunitario. Anche Borghezio alza il calice con un sorriso, ma solo perché sa che quell’extracomunitario camperà solo trentatré anni.

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James Bund

“Domando scusa, ma non posso cambiarmi, e se James Bond finirà,
andrò sempre a vedere quello che prenderà il suo posto”

(G. Piovene, scrittore e giornalista)

L’ultima asta dei titoli di stato tedeschi, i cosiddetti bund, è stata un flop.  Sintomo, ci dicono gli analisti e i banalisti, che la crisi economica sta arrivando di gran carriera anche nelle lande teutoniche.

Non se ne può più dei super esperti di finanza, di quelli che danno elegante sfoggio di paroloni copiati da altri, che a loro volta hanno copiato da altri ancora. E questa crescente sensazione di fastidio avrà effetti collaterali anche sulla memoria collettiva.

Sì, perché “Bond” per me è sempre stata una parola associata alla faccia di Sean Connery, non certo all’immagine di un titolo obbligazionario. Dicevano “bond” e io pensavo allo smoking, al colpo di pistola che macchiava di sangue la sigla d’inizio di 007. Ora non è più così.

Ora penso ai film di James Bund, oppure a frasi come “il mio nome è Bond, Euro-Bond”. Aiuto.

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Utilità del Servizio Pubblico

Non ho avuto l’occasione di vedere la trasmissione di Santorio “Servizio pubblico”. Mi è giunta, però, una frase pronunciata dal conduttore.

Ma come e’ stato possibile che abbiamo scoperto solo ora di essere sull’orlo del baratro? Non lo diceva Annozero, ma il New York Times che la situazione era difficile. Eppure accendevamo i televisori e sentivano dire: ‘Stiamo meglio della Germania’ o ‘La Padania e meglio della Cina’. Una domanda che ci dobbiamo porre è quanto ci è costato scoprire così tardi la verità. Se il nostro sistema fosse stato libero, saremmo arrivati prima alla verità. Avremmo potuto cambiare il governo o costringere il governo a seguire strade diverse”.

Per me è tutta qua la sintesi della critica al sistema d’informazione in Italia. In queste poche righe si spiega lucidamente perché le cose non possono continuare ad andare come stanno andando. Il resto solo solo chiacchiere inutili.

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Barbero è champagne

Barbera e champagne, stasera beviam
per colpa del mio amor, pa ra pa pa
per colpa del tuo amor, pa ra pa pa.
Ai nostri dolor insieme brindiam
col tuo bicchiere di barbera
col mio bicchiere di champagne.”

(G. Gaber – Barbera e champagne)

Una delle mie passioni è avere i libri autografati dagli autori. Festivaletteratura permette anche di dare sfogo a questa mia ossessiva ricerca. Ieri l’incontro con Alessandro Barbero (ricordate? Il professore di storia che appare a Superquark) è stato divertente.

Mi avvicino a lui prima dell’incontro pubblico sul tema “Costantino il Grande”. È una prassi che utilizzo sempre: prima che inizi la conferenza non c’è quella ressa che fa firmare i libri nel canonico momento del “dopo”, ed in genere gli autori sono più propensi alla conversazione se non sono incalzati dalla coda di pubblico. Chiedo al moderatore che dirigerà l’incontro se posso parlare col professore. Mi dice di no, che i libri si firmano dopo. Però Barbero è lì, quindi faccio lo gnorry e gli rivolgo la parola direttamente.

Io: “Buonasera professore, mi firmerebbe il libro?” (e gli porgo una copia di “La battaglia. Storia di Waterloo”).

Barbero: (ricevendo il libro) “Certo. Il suo nome?

Io: “Eh. Silvio… purtroppo”.

Barbero: (sorridendo e facendo una breve pausa) “Sto pensando a una battuta da scriverle, che si riferisca al suo nome. Ma non ce la faccio, sono troppo stanco”.

Io: “Non si preoccupi…per la collezione vale anche solo la firma

Barbero: (autografando il libro) “Comunque stia tranquillo, vedrà che il suo nome ritornerà in auge”.

Io: “Speriamo. Certo che eravamo partiti da Silvio Pellico e ci ritroviamo…”

Barbero: “… con Berlusconi! Comunque non creda che Silvio Pellico sia stato chissà che. Oddio… in effetti era meglio di Berlusconi”.

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North face

“Siamo ciò che vogliamo”

(T. Kurz – North Face)

Ieri mi è capitato di vedere il film North Face, di Philipp Stölzl. Una storia vera accaduta nel 1936, un po’ verosimile, un po’ romanzata… Al di là del film in sé, gradevole e avvincente ma non trascendentale, mi ha colpito la storia vera , dal quale è tratto. Non serve avere la passione della montagna (anche se aiuta) per rimanere affascinati da questa vicenda tragica e grottesca allo stesso tempo.

Ve la copio da wikipedia, rinunciando a parafrasarla inutilmente.

Nel 1936 Kurz e Hinterstoisser stavano prestando il servizio militare presso il 100° Jäger-Regiment a Bad-Reichenhall. Nel luglio del 1936, ottenuta una licenza, i due si recarono in Svizzera, dove intendevano tentare la prima salita della parete nord dell’Eiger, all’epoca ancora inviolata, e considerata “impossibile”. La parete veniva considerata talmente pericolosa che un comunicato del Comitato Centrale del Club Alpino Svizzero riferiva che le guide non dovevano sentirsi obbligate ad andare in soccorso di chi si fosse trovato in condizioni critiche sulla parete. Venuto a conoscenza delle loro intenzioni, il loro comandante, il colonnello R. Konrad, a sua volta alpinista esperto, telefonò a Grindelwald per vietare loro il tentativo, ma i due avevano già lasciato la tenda per avvicinarsi alla parete. I due attaccarono la parete il 18 luglio, insieme alla cordata austriaca formata da Edi Rainer e Willy Angerer; le due cordate salirono separate fino alla “grotta del bivacco”, dove si unirono. I quattro alpinisti non seguirono la via tracciata dai loro predecessori, ma si tennero più a destra, fino ad arrivare ad un punto dove dovevano traversare verso il cosiddetto “primo nevaio”. Il traverso fu superato da Andreas Hinterstoisser, presto seguito dai compagni; i quattro ritirarono la corda e proseguirono. All’altezza del “primo nevaio” la coppia austriaca cominciò a muoversi molto lentamente: Angerer era stato infatti colpito alla testa da una pietra, ed aveva difficoltà di movimento. I quattro bivaccarono tra il primo ed il secondo nevaio. Il 19 luglio i quattro si misero in movimento piuttosto tardi, e continuarono a muoversi insieme, ma molto lentamente. In serata giunsero poco sotto il “bivacco della morte”, dove si fermarono per la notte. Il 20 luglio di nuovo si misero in movimento molto tardi; Angerer non poteva proseguire, così i quattro cominciarono a ridiscendere. Sempre molto lentamente, attraversarono a ritroso il secondo nevaio, scesero al primo nevaio, e qui si fermarono per la notte. Il 21 luglio Angerer era quasi impossibilitato a muoversi, ed il tempo stava rapidamente peggiorando. I quattro scesero all’altezza del traverso percorso il primo giorno, ma non riuscirono a percorrerlo a ritroso, nonostante i numerosi tentativi di Hinterstoisser. Durante i tentativi, furono contattati da uno dei guardiani della Jungfraubahn, attraverso la finestra che si apre sulla parete nord; i quattro riferirono di essere in buone condizioni e di non aver bisogno di aiuto. Non potendo ridiscendere per la via di salita, decisero di calarsi in verticale, con una serie di discese in corda doppia, fino a raggiungere un sistema di cenge che li avrebbe condotti alla finestra della ferrovia, dove sarebbero stati in salvo. La discesa avrebbe però dovuto svolgersi su una linea molto esposta a valanghe e scariche di pietre, mentre il tempo continuava a peggiorare. Mentre stavano preparando una discesa, i quattro furono investiti da una valanga. Andreas Hinterstoisser era slegato dagli altri, e fu trascinato via dalla valanga. Gli altri tre erano legati tra loro, con la corda passante in un chiodo fissato alla parete, ma non riuscirono a tenersi. Angerer e Kurz caddero lungo la parete, mentre Rainer fu trascinato verso monte dalla caduta dei due e schiacciato violentemente contro la parete. Angerer sbatté contro la parete e morì sul colpo; Rainer morì in pochi minuti. Kurz sopravvisse, e rimase appeso alla corda tra i due compagni morti, invocando aiuto. Le sue grida furono sentite dal guardiano della ferrovia, che chiamò i soccorsi a valle. Una squadra di soccorso composta da Hans Schlunegger e dai fratelli Christian e Adolf Rubi lasciò Grindelwald e, su un treno speciale messo a disposizione dalla Jungfraubahn, si recò alla finestra della galleria, da cui salì sulla parete. I tre riuscirono a raggiungere un punto a circa 100 m sotto Kurz, ma non poterono andare oltre, a causa delle pessime condizioni del tempo e della parete; dovettero dunque dire a Kurz che sarebbero tornati il giorno dopo, nonostante le disperate grida d’aiuto di Toni. Il giorno seguente, 22 luglio, la squadra di soccorso, a cui si era aggiunto Arnold Glatthard, tornò sulla parete, e, grazie anche alle migliorate condizioni del tempo, riuscì a raggiungere un punto a soli 40 m da Toni Kurz. Questi era sopravvissuto alla notte all’aperto; aveva però perso il guanto sinistro, e il suo intero braccio sinistro era bloccato per il congelamento. La squadra non poté però salire più in alto: la parete era estremamente liscia ed aggettante, e per di più coperta di ghiaccio. L’unica possibilità per Toni Kurz era quella di scendere con le sue forze fino all’altezza dei soccorritori. Kurz riuscì a tagliare la corda che lo legava alla salma di Angerer, e risalì al terrazzino di partenza, dove liberò il resto della corda. Poiché questa era troppo corta per raggiungere i soccorritori, cominciò a separarne i trefoli. Dopo cinque ore di lavoro, Kurz riuscì a legare insieme i tre trefoli, ed a calarli fino ai soccorritori; questi legarono al cordino una corda intera e del materiale da armo (martello, chiodi, moschettoni); poiché però non avevano una corda di lunghezza sufficiente, legarono insieme due corde. Kurz recuperò la corda, la fissò alla parete, e cominciò a scendere, dopo aver fatto passare la corda in un moschettone fissato ad un anello di cordino intorno al suo corpo. Superato un tetto aggettante, scese nel vuoto per un tratto, ma quando incontrò la giunzione delle corde dovette bloccarsi: il nodo infatti non passava attraverso il moschettone. Kurz tentò disperatamente di far passare il nodo, di scioglierlo, di passarvi sotto, continuamente spronato dalla squadra di soccorso, ma inutilmente. Dopo parecchi tentativi, infine, Kurz disse a voce chiara e ben discernibile: “Ich kann nicht mehr” (“non ne posso più”), e si lasciò andare. Morì da lì a poco.

Io stanotte c’ho pensato parecchio e quel Kurz è diventato un po’ il mio idolo. Penso che mi leggerò qualcosa.

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La banale scelta del nome

È buffo. L’uragano che sta per arrivare a New York lo hanno chiamato Irene. Irene però deriva dal greco “Eirene”, che significa pace. E di solito un urgano di pacifico non ha assolutamente niente. Insomma, dal terrore all’errore. Eufemismo e ironia anglosassone? No, è solamente ignoranza americana.

L’episodio però mi ha ricordato una celebre banca italiana, di una celebre città di mare. Per un importante progetto che la riguarda, ha scelto il nome di Cassiopea, rifacendosi alla prestigiosa costellazione. Gli ignari bancari non sapevano, evidentemente, che prima di essere una costellazione Cassiopea era una divinità greca. La stessa che per essersi vantata di essere la più bella delle nereidi, sollevò la collera di Poseidone, dio del mare, il quale scatenò una devastazione (sarà stato un uragano?). Niente di che, solo che se lavorassi in una città di mare, eviterei di chiamare un progetto con quel nome.

Non credo affatto alla superstizione, ma queste contraddizioni semantiche sono piuttosto fastidiose.

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