Archive for category Viaggi

Tutti in Riga

 “Non un giorno senza una riga”

(Plinio il Vecchio – Naturalis historia)

Se qualcuno capitasse a Riga in primavera, con il sole luminoso ed il cielo azzurro, resterebbe piacevolmente impressionato dal fascino che l’atmosfera nordica può emanare in questa stagione dell’anno. Posti ai confini del mondo, sia per la distanza fisica rispetto ai luoghi della nostra vita, sia per l’abissale divario che distanzia la loro cultura dalla nostra.

Riga piace da subito. Non tanto per la bellezza intrinseca del suo centro medievale, nominato patrimonio dell’Unesco, ma piuttosto per un’innata attrazione ancestrale, che rapisce immediatamente l’ignaro avventore.

Le piazze ed i vicoli mescolano la suggestione del medioevo all’austerità delle recenti occupazioni sovietiche. Riga è soprattutto questo: una fusione di stili particolarissima, dove le viuzze strette e tortuose si snodano accanto ad enormi spazi aperti ed edifici mastodontici. L’art nouveau trova spazio accanto a fabbriche in disuso, mentre i campanili del duomo e di San Pietro (ottimo per vedere la città dall’alto) sormontano le vivaci case quattrocentesche.

La Lettonia è tutto questo, storia antica e regimi totalitari, e molto altro ancora. Vale la pena spostarsi nell’entroterra, nei luoghi meno frequentati e certamente più autentici. Io e Gianluca ci siamo spinti in treno nel mezzo della foresta, dove i treni fermano senza stazioni e dove la gente raggiunge i binari uscendo da improbabili sentieri sterrati che si perdono nel bosco.

Il parco nazionale di Gaujas a Segulda, circa sessanta chilometri a nordest di Riga, è un mondo a parte. Su queste colline le spoglie di antichi manieri sovrastano laghi e foreste, i borghi e le fattorie sono istantanee di cent’anni fa.

Se qualcuno capitasse a Riga non potrebbe rinunciare ad un assaggio della cucina lettone, fatta di sapori forti e gusti decisi. Due indirizzi che meritano decisamente una sosta: la Province (tra San Pietro e la piazza del Municipio) e il Vecmeita ar kaki (di fronte al palazzo presidenziale). Fidatevi, qui si mangia bene e si spende poco.

Da St. Peter

Da St. Peter

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Cum grano Salis…burgo

“Salisburgo… Un fiume di ricordi che straripa.
Un libro dal passato troppo denso di avvenimenti.
Un quadro che trabocca dalla cornice e la spezza”

(M. Wallmann)

Salisburgo rientra nella serie “posti dove puoi andare, quando non sai dove andare”. È una meta relativamente vicina e costituisce un ottimo punto di riferimento per una breve vacanza. La città, famosa per Mozart e per le sue palle, è tutt’altro che pallosa e merita decisamente il viaggio. Oltre al centro cittadino, alla fortezza e al castello Hellbrunn, è consigliabile anche una visita ad una delle diverse miniere di sale dei dintorni.

L’irrinunciabile specialità locale street food è il bosna, che ho scoperto essere menzionato anche da wikipedia. Si tratta di un panino contenente due bratwurst, cipolle, senape e curry in polvere: das Ende der Welt.

 

La città vecchia

La città vecchia

 

L'austriaco medio

L’austriaco medio

 

Innsbruck, sulla via del ritorno

Innsbruck, sulla via del ritorno

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Il Monte Zebio

“Tutta la guerra di trincea è null’altro che un’agonia di animali in agguato”

(M. Praz)

Si trova a pochi chilometri da Asiago, a ridosso dell’altopiano teatro della Grande Guerra. Il Monte Zebio ospita un museo all’aperto. A 1700 metri d’altitudine, si trovano i resti della linea di difesa  austroungarica: trincee, ricoveri, postazioni di mitragliere, depositi, caverne e sentieri di collegamento. È quassù che l’8 giugno 1917 morì l’intera Brigata Catania. Un museo all’aperto, immerso nel silenzio e nella pace più totali.

Accanto al sacro, il profano. Per completare la gita ci siamo concessi l’immancabile approdo a tavola. Scesi dal monte Zebio, vicino al piccolo aeroporto di Asiago, si può trovare la Trattoria Aurora. Cucina meravigliosa, nella quale spiccano gli gnocchi con la fonduta e lo speck, la tagliata di faraona ed il cinghiale.

Trincea

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Gente di Dublino

“I pensieri mi scappavano via.
Gli impegni seri della vita, che ora parevano separarmi dai miei desideri,
mi sembravano un gioco infantile, antipatico e noioso”

(J. Joice – Gente di Dublino)

È gente di Dublino quella che bighellona tra le stradine di Temple Bar, che gironzola quasi a casaccio, senza una meta precisa e senza la ben che minima concezione del tempo. Per loro lo spazio ed il tempo sono dimensioni lontane e troppo complicate. È gente di Dublino quella che va in curva all’RDS Arena, per vedere quali preghiere si recitano nelle chiese del rugby, quali inni s’intonano, quali insulti si urlano. “C’mon the boys in blue “ è il ritornello che rimarrà nello loro menti per tutto il viaggio. È ancora gente di Dublino quella che scopre la bellezza delle piccola Howth, con la scogliera a picco sull’oceano ed il suo porto di pescatori. È gente di Dublino anche quella che entra ed esce dai pub, alla ricerca dell’ultima pinta da gustare e dell’ultimo sgabello da conquistare. Quella che talvolta sceglie la Carlsberg al posto della Guinness, o che preferisce il “fish & chips” allo stufato di manzo. Perché a volte basta poco per essere gente di Dublino.

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Mamma mia

“Le madri sono facilmente gelose degli amici dei loro figli,
quando questi conseguono successi particolari.
Una madre ama di solito in suo figlio più che il figlio stesso”.

(F. Nietzsche – Umano, troppo umano)

Durante il soggiorno toscano, nella Val di Merse e nelle Crete senesi, abbiamo fatto tappa anche nel piccolo paese di Buonconvento. Borgo caratteristico, ma nulla di eccezionale. Merita la sosta solo se ci si passa a fianco, perché in Toscana c’è decisamente di meglio.

Passeggiando tra le stradine assolate, scorgiamo un’anziana signora che dall’alto della sua finestra sta chiudendo le imposte. Il sole picchia forte ed alzare lo sguardo è quasi un’impresa.

Buongiorno”, esordisce cortese, volgendo lo sguardo verso la strada sotto la sua finestra.

Buongiorno signora”, rispondiamo cortesemente sorridendo.

Da dove venite?

Da Mantova.

Ah… e avete figli?

No, signora, non ne abbiamo”, rispondiamo sbalorditi per la stravagante domanda. Non ha certo problemi di relazione con gli sconosciuti…

Beh, quando ne avrete, fatene almeno due. Che uno è poco”.

Eh, signora mia… uno è poco e due son troppi. Comunque sarà fatto”, ribatto con fare sbrigativo, chiedendomi se siamo capitati in un ospedale psichiatrico o su Scherzi a parte.

Siete sportivi?

Osssignùr, penso nell’intimo della mia pazienza. “Sì, certo, siamo sportivi.

E il calcio, lo conoscete?

Sì, certo. Conosciamo un po’ anche il calcio.

Allora aspettate, che vi mostro una cosa.

La signora abbandona la finestra e va a cercare qualcosa. Aspettiamo attoniti e un po’ incuriositi dall’estrema confidenza.

Ritorna dopo qualche secondo con un’immagine cartonata della nazionale italiana, credo ai mondiali del 1978. Mi chiede se conosco il terzo da sinistra, indicando un calciatore con i capelli lunghi.

Allora, il primo è Romeo Benetti, in porta c’è Zoff, poi in piedi ci sono Bettega e Gentile. Sotto distinguo Causio, Antognoni, Scirea… Ma il terzo in alto non saprei. È lontano, non lo riconosco. Chi è?”.

È Bellugi, il mi figliolo”, sentenzia orgogliosa.

Le faccio i complimenti, mentre mia moglie si chiede perplessa chi cacchio sia sto Bellugi.

Dico alla nonnina che vedo spesso suo figlio tra i commentatori sportivi di Italia 7. È contenta, appagata del nostro riscontro positivo, ma non le basta. Si lamenta apertamente e lascia trasparire un’insoddisfazione vecchia di tanti anni.

Fa tenerezza quando si confida e ci dice che le manca molto quel figlio calciatore, uscito di casa giovanissimo, emigrato a Milano e mai tornato dalla madre. “Non fate un figlio solo, fatene almeno due”, ripete con la voce tremula.

Con un piccolo groppo in gola la salutiamo e la lasciamo nuovamente da sola, con le sue imposte da chiudere e col suo poster della nazionale da riporre nel cassetto.

Italia, 1978

Italia, 1978

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La Venezia del nord

A Venezia per i vostri bisogni servitevi delle toilette pubbliche.
Ce ne sono ben due: una a Mestre e una sull’autostrada per Padova,
dove, tra l’altro, potrete ammirare il fenomeno dell’acqua alta in pieno autogrill

(M. Serra)

 Amsterdam, come Stoccolma e San Pietroburgo, come Bamberga e Norimberga e come chissà quante altre città, è detta la “Venezia del nord”. Questo accade ovunque, dove ci siano almeno due canali, un ponte, un campanile e un negozio di calamite. Io preferirei che Venezia fosse detta la “Stoccolma del sud”, ma questo è un altro discorso.

Per muoversi ad Amsterdam è indispensabile la bicicletta. Noleggiarla costa relativamente poco e consente di raggiungere in poco tempo ogni angolo interessante della città. In tre giorni noi abbiamo visto praticamente tutto. Dal giro dei canali al Museo Van Gogh, dal Red Light District al Vondelpark. Bellissimi il quartiere Jordaan, il mercato delle pulci Waterlooplein e Our Lord in the Attic, la chiesa costruita nella soffitta di una casa ai tempi del bando del cristianesimo.

Merita una capatina anche la piccola, si fa per dire, Utrecht. Si visita in mezza giornata ed è ad un tiro di schioppo da Amsterdam.

Insomma… se “Venezia è bella, ma non ci abiterei mai”, ad Amsterdam, e in Olanda in generale, quasi quasi sì.

 

Casette

Bici

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Pane, amore e fiorentina

“Uno dei peggiori ristoranti in cui sia mai capitato nella mia vita…
il proprietario, ovvero il giullare del paese, nonché buffone della corte”

(da un commento in rete al ristorante Bottega dei Portici)

Alcuni dicono che le colline dolci dell’appennino tosco-emiliano ricordano un po’ le nostre zone, ma non è vero. Altri dicono che è una “finta” Toscana, meno bella e meno seducente della Toscana ufficiale, ma non è vero neppure questo.

Le alture di Imola e le dorsali che segnano il confine tra l’Emilia Romagna e la Toscana, a me fanno venire in mente i partigiani. Quando vedo quei boschi, quei sentieri, quei poggi e quei crinali, penso subito alla Resistenza e alla guerra. Zone teatro di combattimenti, battaglie, persecuzioni, ma sicuramente anche zone buone per ambientarci romanzi e racconti gialli. Paesini come Brisighella o Palazzuolo meritano di essere visitati. Ma è anche bello vagare tra i boschi di lecci, alla ricerca della piccola cresta che schiude lo sguardo sulle innumerevoli valli.

E poi si mangia bene. Se qualcuno dovesse capitarci vale la pena fare una sosta all’enoteca Bottega dei Portici di Palazzuolo sul Senio. I comenti in rete sono spaventosamente estremi e ciò è dovuto al carattere poco diplomatico del padrone di casa. Però fa delle buone fiorentine e può offrire (quasi) qualsiasi etichetta.

A spasso per l’Appennino

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Elbachiara

“Ma cosa fate, state pescando?
No! Sto giocando al tiro alla fune con quelli dell’isola d’Elba!”

(G. Panariello – Bagnomaria)

Il bello dell’Elba sono sicuramente le spiagge. Cavoli (che non è una casta esclamazione), Biòdola (che non è un tipo di foraggio), Fetovaia, Pomonte, Paolina, Galenzana, Sansone… sono per citarne alcune. Sabbia, sassi, scogli: all’Elba c’è tutto. Anche il mare.

L’acqua è limpidissima ed è un piacere fare il bagno. E poi si mangia divinamente. Su tutti, va annotata l’Osteria del Noce a Marciana Alta. Il paesello a 400mt d’altitudine è semplicemente fantastico e questo locale cucina in modo ottimo il pesce, con ricette innovative come il il tonno con pinoli, cannella e cipolla rossa.

Ringraziamo pubblicamente Annalisa e Federico per la generosa ospitalità.

Prima di cena

 

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American Beauty

“Ndov’èto ‘n viagio de nòse?
In New England.
Ah sì, l’è vera che a ti te piase l’Inghiltèra”

(G. Bernardin, qualche giorno prima delle nozze)

 

Viaggiare in New England significa innanzitutto sprofondare in una delle tante dimensioni che compongono l’America. Popolo strano gli Americani: più li frequenti e più ti rendi conto che vivono esattamente come nei loro film. Case di legno e cartongesso, con la veranda davanti e la porta di servizio sul retro, la bandiera stelle e strisce sulla balconata d’ingresso ed il pick up parcheggiato nel vialetto attiguo al praticello perfettamente tagliato.

Per inquadrare il territorio… Il New England è la regione nordorientale degli Usa e raggruppa sei stati: Maine, New Hampshire, Massachusetts, Vermont, Connecticut, Rhode Island. Su queste coste sbarcarono i primi Padri Pellegrini delle minoranze religiose inglesi, in fuga dalle persecuzioni europee. Nel XVIII° secolo furono elaborati qui i primi progetti per l’indipendenza. Ma il New England è anche la  culla della letteratura e della filosofia americana, la sorgiva delle battaglie sociali e dei diritti dell’uomo. L’abitante della Nuova Inghilterra è lo Yankee.

Il nostro viaggio però è partito dallo stato e dalla città di New York che significa fusione di genti, baraonda di ristoranti, grattacieli da grattacapo, velocità convulse, lavoro… ma soprattutto skyline. Nel mio immaginario Manhattan significa questo. Nelle foto che seguono ho cercato di portare a casa due prospettive diverse di skyline. 

Man at work

 

Grattacieli

Successivamente abbiamo intrapreso il viaggio in auto per Ithaca e per le Niagara Falls. Non alte, ma vastissime. Non sconvolgenti, ma maestose nella loro veemenza e nella loro forza. Arrivare a pochi centimetri dall’inizio del salto fa comunque impressione. Pioveva, ma abbiamo comunque apprezzato la meraviglia del luogo, rovinata solo dagli alberghi e dalle giostre di Gardaland che sorgono di fianco.

Acqua, nuvole e viceversa

 

Dopo le cascate, Toronto e la sua Cn Tower, 553 metri con un ascensore di vetro. Poi l’Ontario, un lago grande quanto l’Italia dove il panorama è quasi sempre lo stesso: le interminabili strisce di alberi, boschi, foreste dividono il grigio avio del lago dal cielo plumbeo. Sulle Thousand Islands ho scelto uno dei posti più tranquilli in cui mi piacerebbe vivere. 

Casetta in Canadà

 

Vermont, dove i laghi si susseguono e si confondono l’un l’altro. Dove il tempo si ferma ed il ritmo inizia ad essere quello delle fattorie. Qui tutto è lento e favorisce la contemplazione. 

Tramonto in Vermont

 

New Hampshire, White Montains. Ovvero le montagne che precludono l’oceano. Le strade attraversano in silenzio i boschi ed il parco nazionale. Attorno la quiete e di tanto in tanto qualche auto. 

Attraversare sulle strisce

Finalmente Maine. Oceano, tramonti, fari, scogliere e soprattutto Lobster. Aragosta ovunque, perfino nei meravigliosi panini dei baracchini agli angoli delle strade. Buonissimi. 

Sposi sotto il faro

 

Alla fine Boston con la sua storia ed il suo piacevolissimo centro storico da girare rigorosamente a piedi lungo il Freedom Trail e Cape Code, la penisola da cui siamo partiti per avvistare le balene. 

Boston allo specchio

 

Un viaggio bellissimo, in cui la sensazione dominante è stata quella di trovarsi sul set di un film. Di tanti film. L’America, per come l’abbiamo vista noi, è esattamente come quella dei suoi film. Con pregi e difetti, si capisce.

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Canada

“Aveva una casetta piccolina in Canada
con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà,
e tutte le ragazze che passavano di là
dicevano: “Che bella la casetta in Canada’”

(G. Latilla – La casetta in Canada’)

Finalmente arrivati in Canada. Oggi, giornata piovosa e temporalesca, le cascate del Niagara si sono mostrate in tutto il loro impeto. Me le aspettavo piu’ alte, ma da vicino fanno comunque impressione. Spiace non poter caricare qualche foto.

Ci si rimane male nel vedere che attorno ad una della meraviglie piu’ grandiose della natura, e’ sorto un paese di giostre, negozi, ristoranti. Una piccola Las Vegas. Paradossalmente l’unica cosa che non si paga e’ la vista delle cascate, cioe’ il motivo principale per cui uno viene in questo posto. Tutto il resto e’ profumatamente a pagamento.

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