“Sangue su sangue non macchia, va subito via”

E tutto è creduto e tutto è dovuto e tutto è rimpianto
in questa notte che si sta avvicinando ogni giorno di più
E non ti comunica per niente il programma che stanno dando
ma che strano, nessuno lo può più cambiare col telecomando
E sangue su sangue e sangue su sangue soltanto

Stai dormendo oppure fai finta anche tu?
Stai sognando? O stai pensando anche tu?

(F. De Gregori – Sangue su sangue)

Non vorrei insistere troppo sul tema, ma…
Ho appena visto il servizio di Annozero che documentava l’intervista ad una bambina palestinese colpita da una scheggia al cervello. Le hanno ucciso ventinove familiari, oggi è immobilizzata che si chiede perché. Un pugno allo stomaco, che non può lasciar indifferente nessuno.
I bigotti polemizzeranno sulla necessità di trasmettere un documento così crudo alle nove di sera. Io al posto di Santoro mi sarei comportato allo stesso modo, l’avrei diffuso.
Rifletto invece sulla nefandezza umana, la nostra, che per scuotere la propria coscienza ha bisogno di vedere simili atrocità. Altrimenti tutto scorre.


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La via d’uscita del vicolo cieco

Mi schiero tra i disillusi, quelli che fatalmente non credono che ci possa essere una via d’uscita. Appartengo alla schiera degli scettici, che per la crisi mediorientale non riescono ad ipotizzare soluzioni plausibili e sostenibili. Come si può fare? Semplicemente, non si può fare.
La ragione che sta a monte di tutto il conflitto va ricondotta alla povertà del territorio. Ragioni e torti dei due popoli si mescolano in un vortice infinito, partorito storicamente nella notte dei tempi. Però tutti i fanatismi religiosi che ne sono scaturiti, peculiari di chi non ha altre chances nella vita, affondano primariamente le radici in un fertile vuoto economico. Attecchiscono laddove l’ignoranza e l’indigenza precludono qualsiasi via d’uscita. Laddove non c’è futuro per se stessi e per i figli, perché l’unica possibilità è la morte.
I turchi innestati nel nord Europa, raggiunto il benessere economico, hanno ammorbidito i propri estremismi e abbandonato i radicalismi religiosi, quasi integrandosi. Perché cambiando l’aspettativa di vita, si moderano gli ideali. Processo poco nobile, se volete, ma efficace per salvare la pelle.
Così in Palestina. Non è perseguibile alcuna soluzione “partigiana”, che decreti la supremazia di una parte a discapito dell’altra. Si può solo lavorare per una lenta e graduale integrazione, iniziando dallo sviluppo economico che permetta di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi. Un’apertura culturale che schiuda le menti delle nuove generazioni (di tutte), per un progressivo affrancamento dalle imposizioni formative di chi crede irrimediabilmente al conflitto.
I temporanei “cessate il fuoco”, o le risoluzioni Onu da avanspettacolo, non produrranno mai alcun effetto a lungo termine. Si sostengano invece le economie di quei territori, si inizino davvero programmi culturali ad ampio raggio… li si faccia evolvere. In fondo la cultura della vita è anche questo.

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La dea malata

C’è chi sostiene, in malafede aggiungo io, che il grande successo delle lotterie di questi ultimi tempi sia dovuto alla promozione vincente da parte di riusciti format televisivi. Un po’ come se l’aumento di fedeli, a ridosso dell’anno Mille, fosse stato spiegato con la formidabile missione della Chiesa Cattolica di allora.
Ovviamente, non è affatto così: non era vero in quel tempo, non è vero oggi. “Ragionamento capzioso”, direbbe Lisa Simpson. Ora come allora, è la disperazione che guida le volontà. La grande corsa alla dea bendata, cioè cieca, cioè malata, è conseguenza logica e naturale della recessione incalzante. Tra gli altri, Aldo Grasso, alias “uno che se ne intende”, ha ineccepibilmente argomentato questa posizione.
Ho visto ricevitorie romane debordare di gente in preda all’isteria, per giocarsi onorevoli somme al lotto. Vedo la tabaccheria a pochi metri da casa pullulare di insospettabili tossicomani del “gratta&vinci”. E sulla pelle dei disperati avventori, lo Stato che ci vive, in una paradossale fiction di mors tua e vita mea.
Un inequivocabile segno di declino, altro che vincente tv moderna.

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Radiofracchia?

Lo studio radiofonico di Radiobase è una stanza agghindata con semplicità: un ampio mixer, sul quale pende un microfono gigantesco, un computer con altre diavolerie elettroniche, un paio di cuffie, due sedie rosse. Tutt’intorno pareti ricoperte di piramidi spugnose, per assorbire il suono… dicono.
Entrando, ho provato sensazioni strane. Ho sentito il disorientamento di Renzo, quando si addentra nel surreale studio dell’Azzeccagarbugli. Ho provato il disagio di Gregor, spaesato nella sua cameretta dopo la metamorfosi di kafkiana memoria. Ho assaporato l’ammirazione di Adso, di fronte alla bellezza dello scriptorium abbaziale.
Nessuna agitazione, solo la mente che scivola altrove. Passo dall’immagine di Good morning Vietnam, alle pubblicità di Radio Deejay. Rispondo alle domande in maniera ripetitiva e forse confusa, quasi non me ne accorgo. Rapidamente termina l’intervista, si spegne il microfono e si “salva” la registrazione. Scopro che avevo un foglio con degli appunti che ho scordato di leggere e solo dopo ore mi rendo conto delle troppe ripetizioni e dei vari tentennamenti.
Ma non importa: è stato bello varcare quella porta anche solo per dieci minuti.

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Fotorimpianto

Il 2009 è iniziato da due giorni e io ho già un rimpianto. Quello di non aver fotografato Volta la notte di capodanno. Fiocchi di fascino sono caduti sui muri del nostro paese, nella copiosa nevicata dell’altra notte. Passare per le vie nelle ore notturne è stata una cosa meravigliosa ed incantevole. I vicoletti di Sassello parevano angoli di borgate cadorine, il Turiàs sembrava un cantuccio della Praga ritratta nei calendari. Tutto questo, come i botti e i fumi del Talisker, è svanito velocemente nella prima mattina. La nebbia e il rapido disgelo hanno fugato l’attimo.
Di tutto questo mi resta una foto scattata col telefonino, con una risoluzione da mosaico ravennate. Non avevo la fotocamera e nemmeno mi sono preso la briga di andarmela a prendere. Ci saranno altre nevicate, ma intanto…

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Santo Stefano 2008

Da qualche anno uno spirito nuovo soffia sulla Giornata dell’Opulenza. La festa in cui un gruppo di amici storici si ritrovava a tavola, nonostante tutto e tutti, sta lentamente mutando forma. Era l’appuntamento fisso, imprescindibile, che ogni anno, cascasse il mondo, ci vedeva protagonisti assoluti. L’espediente fortunato di un lungo e suntuoso pranzo, per parlare e viversi con franchezza. Non ci si vedeva per mesi, ma quella data del 26 dicembre è stata per anni (dodici, tredici?) la tappa fissa da percorrere, la meta scritta da raggiungere, la stella polare da seguire. Cambiavano le scuole, le donne, i lavori, ma quell’appuntamento è sempre rimasto “intoccabile” nelle agende di tutti.
Poi s’è rotto qualcosa. Qualche cronica defezione e qualche celebre abbandono hanno spinto a cercare sangue giovane per rinvigorire la vitalità del gruppo. Oggi rimane uno zoccolo duro di uomini-eroi e nuove leve che si affiancano promettenti. È tutto molto bello, ma è tutto diverso. Non trovo più lo spirito di allora e con nostalgico disappunto ammetto a me stesso che tutto scorre.
Per la cronaca, il tradizionale pranzo si è svolto con la consueta battaglia campale a colpi di forchetta e bicchiere. Questo il menù stilato dall’organizzazione.

Aperitivi:
Gocce di focaccia in allegoria di farcitura contadina
Fior d’oliva della Trinacria e capperi di Ventotene
Briosità di prosecco del feudo Castelfranco
Pacific sunset boulevard

Antipasti:
Lecca-lecca di formaggio caprino alle granaglie dei casali salentini
Carpaccio d’angus del Connemara, con sentori coloniali e nettare di frantoio
Cialda magna del mugnaio, in fragrante tostatura di cecio nobile

Prime portate:
Spaghetti all’ovo, in letto di bottarga della Gallura e aromi mediterranei
Follia del bucaniere con prelibatezze dei Caraibi
Risotto della Duchessa mantecato alla zucca, in virtuosismo di salsiccia mantovana e spezie dell’oriente

Sorbir freddo di agrumi siculi

Seconde portate:
Branzino del Mar Nero, in brillatura di sale e odori del maestrale
Filetto di vitellone brado, addomesticato alle vampe della pietra lavica con oli crudi dell’Ellesponto

Contorni:
Delizie selvatiche dei colli, in balsamo d’aceto
Ghiottoneria di patate novelle agli effluvi del rosmarino

Formaggi:
Giostra del caciaio, in vortice di mostarde piccanti e marmellate del bosco

Sorbir freddo del contado della Val di Non

Dolci:
Semifreddo cremoso, alla nocciuola del Monferrato
Sbricciolona sbronza
Anello del Re Ludwig in sposalizio di zabaione caldo

Frutta:
Gioie del granaio

Caffè

Selezione di grappe riserva e amari del contrabbandiere

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Intellettuali moderni

Jacques Le Goff scrisse anni fa un piacevole saggio intitolato “Gli intellettuali del Medioevo”. In quelle pagine sottolineava la nascita di una figura nuova e rivoluzionaria, sottolineando soprattutto le caratteristiche umane e le virtù empiriche di quegli uomini prestati alla cultura.
Stamani, con qualche perplessità e titubanza, mi sono recato nello studio dell’architetto Zandonella, per chiedere la sua disponibilità ad affiancare la presentazione del mio libro, in qualità di relatore.
Lo Zandonella architetto subitamente mostra le proprie riserve, adducendo di non essere all’altezza. Un gesto di falsa modestia, dico io. Chi meglio di lui potrebbe intervenire in una presentazione di un volume sul territorio e la sua storia?
Lo Zandonella uomo invece sale in estasi. Si compiace del mio lavoro e quasi gli brillano gli occhi di felicità. Accetta con gratitudine il volume che gli regalo e mi porge il suo: un interessante studio archeologico sul castello di Monzambano e sul suo recupero architettonico. Si affretta a farmi la dedica, come ogni scrittore navigato che si rispetti. Poi mi porge il mio dizionario, apre la pagina bianca e mi fa impugnare la penna. Ricambio, con visibile impaccio, una dedica improvvisata, ma efficace. La legge soddisfatto e il suo sorriso val più di mille parole.
Apprezza quanto gli dico e riporge considerazioni e attestati di stima autentici ed originali, che porterò via con me, nel profondo dell’intimo. Poi mi stringe la mano facendomi gli auguri.
Esco dal suo ufficio con l’impressione di un breve incontro tra intellettuali. E ribadisco a me stesso che la scrittura dà davvero alla testa.

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Misera Chiesa in misero Stato

Il Vaticano taccia come “approssimazione storica e meschino opportunismo politico” l’intervento di Fini sulle responsabilità della Chiesa cattolica, di fronte alla promulgazione delle leggi razziali del ’39. Scontro tra eredi dei colpevoli, sembrerebbe.

Si perpetra così l’antico vizio dell’Italia di fronte ai dibattiti storici: l’abitudine cioè, secondo cui ognuno può dire un po’ quello che vuole.

È innegabile che l’atto infame del regime totalitario, cui va addebitata ogni responsabilità, trovò una parte di sostegno nell’opinione pubblica di una società ormai compromessa e marcescente. In un paese allo sbando, che vedeva nella guida forte del dux l’unica via d’uscita, non furono isolate le posizioni di chi assecondava qualsiasi scelta del regime, anche la più folle. D’altro canto è acclarato anche che il papa di quel periodo, Pio XII, si schierò fermamente contro le leggi razziali, pronunciando più volte inequivocabili discorsi ed appelli.

A Pio XII, però, si rimprovera di non aver mai condannato apertamente le deportazioni del regime nazista. Nel Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, un’iscrizione definisce il papa come “ambiguo”. Di fronte alle proteste del Vaticano, i responsabili del Museo si resero disponibili a rivedere quel giudizio qualora i documenti degli archivi vaticani avessero dimostrato i buoni intenti del Pontefice. Il permesso ad accedere agli archivi non fu mai accordato.

Di ambiguità fu accusato anche Pio XI, suo predecessore, che parlo di Mussolini come dell’”uomo della provvidenza” e che si vide più spesso impegnato a contrattare i privilegi ecclesiastici che a esecrare il regime fascista.

Forse dunque, come spesso accade, la verità sta un po’ nel mezzo.

Esiste sull’argomento un bel libro, che non ho ancora avuto modo di leggere: Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa, di Emma Fattorini.

Ne riparleremo.

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Scribo, ergo sum

Il filosofo Abelardo diceva che “bisogna prendere speciali precauzioni contro la malattia dello scrivere, perché è un male pericoloso e contagioso”.

La sensazione che si prova nel pubblicare un libro è quella di salire in orbita e di non voler scendere più. Scriverlo è meraviglioso, certo. Perdere tempo nelle passioni vere, nelle ricerche che hanno un gusto, nella cura dei particolari è un sentimento autentico e quasi inspiegabile. Questo è il vero piacere di lavorare. Ma quando si arriva finalmente alla pubblicazione, si è preda di una droga che altera l’organismo e la personalità, e che spinge ostinatamente all’assuefazione.

Vedere la propria copertina nelle vetrine del centro città annega di soddisfazione un ego già troppo compromesso. I commenti entusiasti dei compaesani fanno sentire importante. Trema la mano, quando scrive le prime dediche (io che firmo un mio libro?), mentre la voce che racconta al corrispondente della Gazzetta tutto quanto… è un fiume in piena che non s’arresta più.

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Buona forchetta – Apericena

Nome sconcertante per un posto piuttosto valido.

Il locale si trova nella zona residenziale di Valletta Paiolo, decisamente fuori dalla vita del centro città. Esternamente appare come un’abitazione. All’ingresso l’ampio bancone ricco di vettovaglie offre il sostegno ad un aperitivo lungo. Salendo la stretta scala si arriva alle piccole stanze che ospitano i tavoli.

Menù vario (fatevi elencare anche i piatti extra lista) e ottima cucina: ho apprezzato gli gnocchi di zucca con ricotta affumicata e guanciale. Un po’ scarna la lista dei vini: da dimenticare il Barbera, eccessivamente sopravvalutato (triple A) nei commenti del menù.

Se non si esagera come me, con 30€ si può tranquillamente mangiare. È una interessante alternativa ai soliti posti.

Voto 7+

 

Trattoria Furlotti Apericena – viale Sabotino 13, Mantova

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