La rimpatriata

Mi preme ringraziare coram populo Gianluca e Daniela per la bella serata di sabato. Al di là dei festeggiamenti per i loro dieci anni di matrimonio (circostanza forse più importante di tutte), è stata l’occasione di rivedere vecchi amici che da anni latitavano. Ascoltare voci e scambiare sguardi con persone “perse di vista” è stato magnifico. Potrei dilungarmi facendo nomi e cognomi, suggerendo emozioni ed inevitabili ricordi che molti dei partecipanni hanno suscitato. Ma non è rilevante. È rilevante esserci stati.
Detto da me, elitista per vocazione ed ostile nei confronti di confusione e cumuli umani, forse vale doppio.

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Beota ignoranza

C’è un’inquietante ignoranza nelle firme raccolte in questi giorni per “Subito la voto”, l’iniziativa di Forza Italia per mandare a casa il governo Prodi. Non che il Gabinetto di Centrosinistra abbia acquisito grandi meriti e debba essere plaudito e premiato, anzi… tutt’altro.
Le migliaia di persone che si sono recate nei gazebo a firmare, dovrebbero sapere che il loro contributo civile non avrà alcun fine pratico. Le raccolte di firme possono avvenire o per promuovere referendum abrogativi di leggi esistenti (divorzio, caccia, leggi elettorali) o per dare vita a proposte di legge di iniziativa popolare (ultima in ordine di tempo quella del “Parlamento pulito” di Beppe Grillo). Non ha alcun riscontro con la storia, e soprattutto con il diritto pubblico, una raccolta di firme per licenziare un governo in carica. Terminato il weekend di mobilitazione popolare, e consegnate le migliaia di adesioni, cosa si aspettano che accada? Che Napolitano, ricevute centomila firme, sciolga le camere ed indìca nuove elezioni? Ma si può essere più ingenui? Più beoti, più ignoranti?
Bene inteso che l’ignoranza non alberga in Forza Italia, pienamente consapevole di aver mobilitato solo una campagna d’opinione e di aver fomentato e pilotato un dissenso diffuso e sostenuto, ma piuttosto nei cittadini plagiati da tanta demagogia e permeati da un analfabetismo del diritto.
Se poi si sapesse (e lo si dovrebbe sapere!) che questa legge elettorale è la peggiore della storia repubblicana e che, se non verrà cambiata prima delle nuove elezioni, produrrà nuovi ed ulteriori abomini, forse non ci si recherebbe a firmare tanto facilmente.

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I figli degeneri di Robespierre

Robespierre salterebbe sul patibolo, pervaso dalla sorpresa ed esaltato dalla profonda speranza. Se potesse vederli, quegli ultrà che si sono ribellati alle forze dell’ordine, forse non crederebbe ai suoi occhi. Affronterebbe la morte col ghigno fiero del padre soddisfatto, che ha scoperto figli degni, emuli coraggiosi della lotta al potere.

Lotta dura che piega l’ordine costituito, costringendolo a sospendere le partite. Assalti alle sedi giornalistiche, armi in pugno contro i mezzi della polizia, cariche alle caserme. A vederlo così, sembra proprio il popolino che esausto alza le mani contro il governante. Rivoluzione.

Viene da chiedersi come mai tutta questa energia, questo coraggio e questo ardore, degne dei più nobili ideali giacobini,  non vengano spiegati in battaglie più sensate. Perché nessuno insorge contro un parlamento di pregiudicati, contro un aumento inverosimile dei carburanti che tra le accise comprendono ancora le sovvenzioni per la guerra d’Abissinia o la ricostruzione del Vajont? Perché nessuno imbraccia le armi contro la mafia o lo strapotere truffaldino delle lobby bancarie? Contro i mass media da regime o la casta degli intoccabili?

I disordini di ieri sono solo lo sfogo di insane e dissennate brame. La drammatica morte di un tifoso, vittima di una raccapricciante e tragica fatalità, è stata l’occasione per sfogare la violenza e menare le mani. Dietro a ciò, nessun ideale, nessun sogno, nessuna utopia. Altro che lotta al potere.

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Editto Bulgaro – L’Estremo oltraggio

“Caro Enzo,
non vorrei disturbare il tuo secondo giorno di Paradiso, anche perché ti immagino lì affacciato sulla nuvoletta in compagnia delle tue adorate Lucia e Anna e dei tuoi amici Montanelli e Afeltra.
Ma, se vuoi farti qualche sana risata, dai un’occhiata a quel che sta accadendo in Italia intorno alla tua bara, perché ne vale la pena. Berlusconi è fuori concorso: ieri ha ringraziato l’Unità per aver riportato il testo dell’editto bulgaro in cui ti dava del «criminoso» e ordinava ai suoi servi furbi di cacciarti dalla Rai. «L’Unità – ha detto – finalmente mi ha reso giustizia».
Dal che puoi dedurre quale sia il suo concetto di giustizia. Poi ha rivelato che l’editto bulgaro non c’è mai stato.
Ma, a parte il Cavaliere che ormai appartiene all’astrattismo, o al futurismo, ci sono tanti colleghi che, appena saputo della tua morte, han ritrovato la favella sul tuo conto, dopo un lungo silenzio durato sei anni, e han cominciato a parlare a tuo nome.
Marcello Sorgi chi non muore si rivede ha scritto sulla Stampa che «il maggior dolore di Biagi, nel 2002, all’epoca dell’editto» bulgaro, non fu l’editto bulgaro medesimo, ma «il ritrovarsi nel calderone berlusconiano dei reietti insieme con Santoro, Freccero, comici come Luttazzi e la Guzzanti e così via». Gentaglia, insomma.
Non ricorda, il pover’uomo, che tu eri orgoglioso di quella compagnia, come hai ripetuto mille volte nei tuoi ultimi libri e nelle tue dichiarazioni, al punto di farti intervistare per due ore da Sabina per il film «Viva Zapatero» e di intervistare Luttazzi all’inizio della tua ultima avventura televisiva.
Poi ci sono Feltri e Cervi, che approfittano della tua dipartita per dire che in fondo, tra te e il Cavaliere, è finita pari e patta. «Biagi l’ha fatta pagare ai suoi detrattori e loro l’hanno fatta pagare a lui», anzi «Biagi e Berlusconi si somigliano». Cervi, sul Giornale che ti ha insultato per sei anni di fila raccontando che te n’eri andato volontariamente dalla Rai per intascare una congrua liquidazione, riconosce spericolatamente che «Berlusconi ha sbagliato», ma pure «Biagi aveva acceduto»: uno a uno, palla al centro. Anche il nostro amico Michele Brambilla, purtroppo, scambia le cause con gli effetti, non distingue il lupo dall’agnello e domanda a chi osa rammentare chi e come ti ha rovinato gli ultimi sei anni di vita: «Ma perché tutto questo rancore?». Parla addirittura di «uso politico della morte», come se non fosse proprio chi ti ha voluto e fatto tanto male a usare la tua morte per minimizzare l’accaduto o addirittura negarlo o comunque raccontarlo a modo suo, profittando del fatto che non puoi più smentire certe frottole. Brambilla cita una frase di Paolo Mieli: «Non credo che Enzo avrebbe voluto essere ricordato per quell’episodio». Strano: ci avevi dedicato gli ultimi tre libri (l’ultimo, scritto con Loris Mazzetti, s’intitola «Quello che non si doveva dire») e ne parlavi sempre come della peggiore violenza che tu avessi mai subìto nella tua vita, peggio di quella della Dc che ti silurò dal tg Rai nei primi anni 60 e di quella di «Artiglio» Monti che ti cacciò dal Resto del Carlino.
Così il diktat bulgaro viene ridotto a incidente di percorso, a sfogo momentaneo, peraltro giustificato dalle tue «esagerazioni» (avevi financo intervistato Montanelli e Benigni). E nessuno ricorda che ancora un anno fa l’amico Silvio, quello che ti stimava tanto, non contento di averti fatto licenziare dalla Rai, chiese di farti fuori anche dal Corriere: «È una vergogna che un giornale come il Corriere della Sera ospiti i rancori di un vecchio rancoroso che ce l’ha con me» (Ansa, 21 maggio 2006).
Per fortuna è rimasto in vita qualche tuo vecchio amico di buona memoria, come Sergio Zavoli, che ha ricorda come la tua «prova più ardua e iniqua» sia stata proprio l’editto bulgaro. Ma è uno dei pochi. Era già accaduto al vecchio Indro, anche lui come te troppo generoso per aggiungere al testamento la lista delle persone che non avrebbe voluto alle sue esequie (lui però, forse presagendo l’affollamento di coccodrilli e paraculi attorno al feretro, diede disposizione di non celebrare alcun funerale). Prima di salutarti, caro Enzo, ti segnalo un’ultima delizia: Johnny Raiotta, quello del Kansas City, ha chiuso lo speciale Tg1 a te dedicato con queste parole: «Biagi fu cacciato dal tg dopo pochi mesi, io al Tg1 sono durato già il doppio. In qualche modo, l’Italia migliora…». Che vuoi farci, è l’evoluzione della specie.”

(Marco Travaglio – 8 novembre 2007)

Mi limito ad aggiungere che anch’io ho vuto l’impressione che il Tg1 di Riotta sia uno dei peggiori degli utlimi anni. E mi dispiace, perchè mi sembrava un buon giornalista.

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Quell'impossibile via di mezzo

Tra il garantismo preventivo e insensato di Rifondazione, che vuole “ammorbidire” qualsiasi cosa, anche un decreto fetale a rischio di aborto o di malformazione da forcipe, e le sparate irresponsabili della Lega che invoca ronde e giustizia sommaria, potrà pure esserci un punto di equilibrio? Nel mezzo, nella vasta landa che spazia dai comunisti ai neo-squadristi di Pontida, è peregrino sperare che ci possa essere una diffusa comunione di intenti ed obiettivi, finalizzata a provvedimenti ragionevoli ed equi? È davvero balzana la speranza che si possa arrivare ad una sintesi condivisa e saggia? Che si lavori insieme per un risultato comune?

Ha ragione il direttore del Sole 24 ore, Ferruccio De Bortoli, quando dice che i politici sono riusciti a  trovare intese trasversali sull’indulto, ma non sanno trovare accordi quando in ballo c’è davvero la sicurezza dei cittadini.

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Amici & narici

Il Congresso di Federserd, la federazione degli operatori pubblici delle dipendenze, annuncia un incremento di nasi rifatti in seguito al consumo di droga. Lista di attesa di un anno e mezzo per intervenire sulle mucose nasali bruciate dall’abuso di cocaina. “Granulomi sottocutanei, vasi sanguigni cicatrizzati e inservibili, riassorbimento dei tessuti:  il naso del cocainomane è fortemente compromesso, la carenza di circolazione sanguigna manda in necrosi i tessuti, e l’operazione chirurgica a lungo andare è inevitabile”. Anche diecimila euro nelle cliniche private, gratis se si passa dal servizio pubblico. Non più solo vip annoiati e traboccanti di danari, ma gente di ogni estrazione, di ogni età.
Credere nella libertà, significa anche concedere la facoltà di incendiarsi il naso; ognuno faccia di se stesso “quel che vuole”. Ciascuno è anche libero di scialacquare i propri soldi come meglio crede, essendone padrone fino in fondo. Io i miei vorrei evitare di spenderli per rifare il naso ai drogati. Sovvenzionare col sistema sanitario nazionale operazioni di questa natura mi dà leggermente fastidio.
All’Asinara c’è un penitenziario praticamente abbandonato, ex lebbrosario. Io spedirei là tutti i cocainomani, a respirare aria buona.

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Voglio Previti ministro

Vorrei svegliarmi una mattina e leggere sul giornale che Previti è diventato Ministro della Repubblica. Mi piacerebbe vederlo a capo della Giustizia. Per una rocambolesca legge del contrappasso, sarebbe curioso ritrovarlo a governare la sfera che tanto lo ha fatto soffrire.
A pensarci bene, qualche controindicazione potrebbe esserci. Se domattina, dopodomani, o in un qualsiasi futuro, Cesarone diventasse ministro, potremmo correre davvero qualche rischio serio.
1-Avremmo un facoltoso faccendiere a capo di uno dei più importanti dicasteri e questo non gioverebbe all’immagine dell’Italia. Un personaggio torbido e fumoso, votato alla ricerca del potere più che alla vocazione della giustizia e del bene comune.
2-Tra i suoi primi atti, ci sarebbero prescrizioni e perdoni; giusto per cancellare velocemente peccati e peccatori.
3-Cercherebbe prima di tutto di salvaguardare sé stesso ed il capo della sua coalizione, nella convinzione unica di difendere il proprio potere e custodire la posizione conquistata.
4-Si farebbe celia dei magistrati, screditando ogni atto giudiziario o invocando la legittima suspicione laddove i giudici iniziassero ad indagare sul suo conto.
5-Probabilmente ricatterebbe anche il governo, qualora si trovasse da solo a combattere contro gli attacchi delle toghe.
6-Ricorrerebbe alla demagogia populista, tipica di chi rimane disarmato a fronteggiare un’opinione pubblica pienamente convinta dei suoi misfatti.
7-Biascicherebbe di democrazia infangata, di regimi totalitari e di complotti ad personam. Rasenterebbe la commedia.

Ma queste ipotesi grottesche, inverosimili, e deo gratia surreali, sono legate a Previti. Mastella invece…
Mastella è anche peggio, perché non è affatto un’ipotesi.

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Il lavoro mobilita l’uomo

Sono le 21 quando scendo le scale dell’ufficio. I gradini sono bui ed il silenzio avvolge i corridoi con un velo di inverosimile abbandono. Fuori, nella zona industriale pressoché deserta, il traffico dei lavoratori lascia il posto alla frescura umida del dopocena.

Per me non è una serata insolita, ma piuttosto una circostanza fantastica, lontana dalle ipotesi e dai progetti.

Il lavoro, spinto a questi eccessi non nobilita affatto l’uomo. Non lo eleva, atterrandolo pesantemente. Non gli conferisce alcuna virtù, alcun valore aggiunto.

Non sono rimasto davanti al terminale per amor di carriera. Perché in un’azienda dove ogni scala ascensionale è chiusa, sarebbe assurdo perdere questo tempo. Non mi sono intrattenuto con i colleghi per mire danarose. Il monte di ore straordinarie che sto accumulando in questo periodo mi ha fatto salire all’aliquota irpef di Briatore… insomma il gioco non vale affatto la candela.

Per spirito di responsabilità, forse. Per una questione di serietà, magari di coscienza.

Ci diamo tanto da fare, ci lasciamo spingere, muovere fino allo spasimo… ma a quale fine?

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L’illusione democratica

Ebbi già modo di dimostrare i limiti intrinseci all’idea stessa di un neonato Partito Democratico. Nel post Né partito né democratico esposi dubbi e perplessità per un soggetto che non rispetta i canoni del partito, né quelli della democrazia. Oggi milioni di elettori si recano alle primarie, convinti ed illusi di detenere un grande potere democratico, da mettere a disposizione del nuovo soggetto politico. Nell’illusione democratica di possedere nella propria matita il potere di decidere chi lo guiderà, il popolo della sinistra moderata finge di non capire che tutto è deciso, confezionato, perfettamente predisposto. Si dovrà fingere che il nome di Veltroni è stato scelto dalla gente, non dai palazzi. Ma i cavalli buoni non sono al via. A mascherare la finta corsa rimangono la bardotta Bindi ed il modesto Letta, al fianco di altri illustri e balzani sconosciuti. I Prodi, i Rutelli, i D’Alema e gli altri ministri nemmeno si candidano: meglio non rischiare di oscurare la galoppata del Walter. La lista dei candidati è blindata: chi poteva accendere il dibattito è stato escluso a priori. Di Pietro e Pannela, disposti a sottoscrivere il programma, sono stati relegati in soffitta, democratica anch’essa. Il voto dell’ignaro elettore servirà solo a dare una parvenza democratica a questo atto d’imperio delle stanze dei bottoni, che hanno deciso di ripartire da Veltroni e chiedono una finta unzione popolare. Altro che democrazia, è il potere forte che per sopravvivere inganna la plebaglia, illudendola di avergli ottriato il potere decisionale. Nulla di nuovo, sveglia!

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L’astuzia di Didone

La sceneggiata di Dida è di quelle che fanno vergognare. Di quelle che imbarazzano tutti, non solo i milanisti. Che umiliano e fanno inveire.
Io sono ancora innamorato della romantica idea che “i portieri devono essere italiani” e Didone non mi è mai piaciuto troppo. Lui, dal canto suo, non si è mai adoperato granché per rendersi simpatico. Il ghigno mesto ed arrabbiato lascia traspirare una certa insoddisfazione, che nel suo caso sembra suscitare l’impressione di instabilità ed incertezza. Mica poco per un portiere. I colti dei salotti bene definiscono questa insofferenza verdeoro col nome di “saudade”. Per me è solo una mancanza di carattere (per chi avesse dubbi… chiedere a Kakà).
Fino a mercoledì tutto questo poteva essere coperto dal capiente ombrello del fuoriclasse tutto genio e sregolatezza, dagli alti e bassi del campione che non ha mezze misure, che fa innamorare proprio perché fa anche soffrire. Poi la macchietta di Glasgow ha gettato un’ombra un po’ larga (già lui non è piccolissimo) e un po’ più scomoda.
Mi auguro che la punizione dell’Uefa sia esemplare per lui e per la società che ne ha assecondato la sostituzione. Di fantocci alti e tristi sinceramente non so che farmene.

Nella mitologia Didone era la leggendaria fondatrice di Cartagine. Avendo ottenuto di poter acquistare tanta terra quanto ne poteva abbracciare una pelle di bue, usò l’astuzia, tagliando la pelle in sottili striscioline e circondando un’intera collina. Il nostro Didone per una volta potrebbe usare l’astuzia e smettere di fare la vittima insulsa. Inizi a parare e magari diventerà un po’ più simpatico.

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