Quaresima, tra finte rinunce e sfide personali

Ho sempre letto le rinunce della Quaresima non tanto come sudati dettami religiosi da seguire, quanto piuttosto come una patrimonio di tradizioni da preservare. Costumi culturali che raccontano la nostra storia, con lo stesso valore della ricetta dei capunsèi o dei proverbi del nonno.
Ricordo, da piccolo, una disquisizione filosofica con mia madre. Strenua sostenitrice del “mangiar di magro”, fu messa in crisi dal giovane figlio che le poneva l’insidioso quesito “se fosse meglio un’abbuffata di aragosta che un tocco di pane raffermo insaporito da una fetta di salame?”.
Il significato religioso (nell’anno Domini 2007) sta nel valore della rinuncia in sé, non nella prescrizione del digiuno e della rinuncia alle carni.
È per queste premesse che ho sempre aderito ai precetti con spirito libero. I bigoli con le sardelle o il cuspetù sono sempre stati per me un ritorno alla tradizione, non una flagellazione corporale. Nessun sacrificio insomma.
L’occasione della Quaresima può essere però la sfida alla forza di spirito di ognuno. Mi sono auto-ordinato (mai mi accadde nella storia) una rinuncia forzata e sofferta col solo ed unico scopo di verificare la mia forza di volontà. Semplicemente come un vecchio stoico, mi sono imposto dei severi limiti da non oltrepassare. Nessun voto, nessuna sacra ispirazione. Solo il gusto di sfidare me stesso al fine ultimo di premiare il vincitore.

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Se il Dio di Ruini diventa di destra

Mi è stato inoltrato un ottimo articolo confezionato da Ezio Mauro, direttore di Repubblica. Lo trovo molto interessante e altrettanto condivisibile. Lo ripropongo.

C’è una domanda cruciale per la politica italiana che nessuno fa a voce alta, assordati come siamo in questo inizio di secolo dal suono delle campane dei vescovi. Eppure è una domanda che, a seconda delle risposte, può cambiare il paesaggio politico del nostro Paese e può ridefinire alleanze e schieramenti. La questione è molto semplice e si può sintetizzare così: è ancora consentito, nell’Italia del 2007, credere in Dio e votare a sinistra?

Nel silenzio della coscienza individuale è senz’altro possibile e anzi è comune, risponderebbero molti dei nostri lettori, che hanno in mano un giornale laico, sono in parte cattolici e votano abitualmente per lo schieramento di sinistra, magari talvolta turandosi il naso. E infatti, non è la libera testimonianza individuale che è in discussione: e ci mancherebbe. Ciò che invece mi sembra sotto attacco è l’organizzazione politica del pensiero cattolico di sinistra, la sua “forma” culturale, l’esperienza storica che ha avuto in questo Paese e infine e soprattutto la traduzione concreta di tutto ciò nella nostra vita di tutti i giorni e nel possibile futuro. Cioè l’alleanza tra i cattolici progressisti e gli ex comunisti che è al centro della storia dell’Ulivo, che oggi forma il baricentro riformista del governo Prodi e che domani dovrebbe essere la ragione sociale del nuovo partito democratico, risolvendo l’identità incerta della sinistra italiana.

Se non fosse così, non si capirebbe tutto ciò che si muove in queste ore sotto il mantello dei vescovi. È come se per la gerarchia fosse iniziata la terza fase, nei rapporti con la politica italiana. Prima, nel Paese “naturalmente cristiano”, la Chiesa poteva presumere di essere il tutto, affidando ad un unico soggetto politico – la Democrazia Cristiana – la traduzione nel codice statuale dei suoi precetti e la tutela dei suoi timori, sempre nell’ombra dei corridoi vaticani, perché l’impronta del Papato oscurava comunque in una surroga di potenza l’identità culturale dell’episcopato nazionale.

Poi, a cavallo del giubileo e all’apogeo di un papato universale come quello di Wojtyla, ecco la coscienza per la Chiesa di essere finita in minoranza in un Paese cattolico per battesimo ma scristianizzato nei fatti, improvvisamente “terra di missione” per una riconquista che per compiersi ha bisogno di un disegno forte e autonomo dei vescovi, perché dopo secoli anche in Italia da “tutto” la Chiesa deve diventare “parte”.

L’uomo che gestisce il passaggio in minoranza della Chiesa – la seconda fase – e capisce le potenzialità politiche di questa nuova condizione, è il cardinal Ruini, presidente della Cei.

Diventando parte, la Chiesa diventa reattiva, combattiva, entra in concorrenza con le altre grandi agenzie valoriali e le centrali culturali, si “lobbizza” agendo da gruppo di pressione sui centri di decisione della politica e soprattutto della legislazione. Ruini intuisce che la sfida della modernità, in questa fase, è soprattutto culturale, e capisce di trovarsi di fronte – dopo Tangentopoli e la caduta del Muro – partiti senza tradizione, senza bandiere, senza identità storica. Il pensiero debole della politica italiana può dunque essere attraversato facilmente dal pensiero forte del Papa guerriero, e nella breccia possono utilmente infilarsi i vescovi per una politica di scambio che abbia al centro i cinque temi della vita, della solidarietà, della gioventù e soprattutto della famiglia e della scuola.

La terza fase comincia quando Ruini avverte che alla Chiesa è consentito, nei fatti, ciò che nella Repubblica non è permesso alle altre “parti”. Ogni componente della società, ogni identità culturale, nella sua autonomia e nella sua libertà deve riconoscere un insieme in cui le parti si ricompongono: lo Stato. Ma è come se la Chiesa, mentre ammette di essere diventata minoranza, non accettasse di vedere in minoranza i suoi valori, faticasse a stare dentro la regola democratica della maggioranza, dubitasse del principio per cui in democrazia le verità sono tutte parziali, perché lo Stato non contempla l’assoluto. La Chiesa oggi in Italia è più debole di ieri nei numeri? Non importa, perché i numeri non contano visto che per Ruini il cristianesimo è avvertito nel nostro Paese come “senso comune”, una sorta di substrato antropologico, una specie di natura italiana: alla quale si può trasgredire solo con leggi che diventano automaticamente contro natura, dunque sono contestabili alla radice.

È un discorso che ha in sé l’obiettivo grandioso della terza e ultima fase del lungo regno ruiniano sull’episcopato italiano: la riconquista dell’egemonia, non più attraverso il partito dei cristiani ma direttamente da parte della Chiesa, che con la spada di questa egemonia rifonderà la politica, separando infine il grano dal loglio e costituendo un nuovo protettorato dei valori nell’esercizio di un potere non più temporale, ma culturale. Un progetto che può compiersi solo davanti ad un sistema politico gregario, senza autonomia, incapace di testimoniare un sentimento civile della Repubblica, svuotato di identità al punto da vedere nella Chiesa l’ultima agenzia di valori perenni e universali dopo la morte delle ideologie. Fonte ancora di mobilitazione, forse di legittimazione, almeno di benedizione, in un Paese in cui tutti i leader politici – o quasi – si sono convertiti se non altro mediaticamente, o comunque hanno dichiarato di essere pronti a farlo, e altrimenti sono in lista di attesa: o, come si dice, in ricerca.

Siamo davanti ad una sorta di neo-gentilonismo, con la religione che diventa materia di scambio, nella presunzione che sia vera la leggenda del voto cattolico di massa orientato dalla stanza del vescovo. Con l’intercapedine culturale dei partiti debole e fragile, la Chiesa scopre la tentazione di raggiungere direttamente il legislatore, si accorge che la precettistica può influenzare molto da vicino la legge, dimentica la distinzione suprema tra la legge del creatore e la legge delle creature. Se il disegno è egemonico, tutto è potenza. E se un testo legislativo diventa simbolico, qui si deve dare battaglia fino in fondo perché la bandiera trascende la norma e il valore ideologico supera il valore d’uso. Ecco la prima risposta alla domanda intelligente di Giuliano Ferrara ai vescovi: dove volete andare con questa battaglia intransigente, non più negoziale, sui Pacs, visto che si prepara “un risultato che collocherebbe l’Italia in un ambito di cautelosità e di disciplina morbida delle pretese nuove forme di famiglia”? Semplicemente, vogliono andare fino in fondo: non della battaglia sui Pacs, ma della battaglia per l’egemonia culturale, che è appena incominciata.

Come accade in ogni battaglia, anche in questo caso il cardinal Ruini lascerà tra poco in eredità al suo successore non solo le truppe, le mappe e le strategie, ma anche le alleanze. Che sono tutte a destra, perché qui si compie, oggi, la lunga cavalcata di quello “strano cristiano” che avevamo visto muoversi sulla scena italiana per la prima volta sei anni fa. Incapace da più di un decennio di far nascere un nuovo sistema culturale che dia un codice moderno ed europeo a moderati e conservatori, la destra si accontenta della prassi di potere e di consenso berlusconiana e prende a prestito le idee forti, che non ha, nel deposito di tradizione della Chiesa italiana. La destra cerca un pensiero, la Chiesa cerca la forza e nell’incontro inedito il verbo si fa carne: e poco importa che sia carne pagana, con la mistica idolatra del berlusconismo che ha introdotto una nuova religione in politica, rendendo Dio strumento dell’unzione perenne al demiurgo, mentre nasce un nuovo “cristianismo”, con la fede svalutata in ideologia.

Se questo disegno si compie, la Chiesa corre il rischio mondano di diventare parte, se non addirittura un soggetto politico diretto, e si amputa a sinistra la cultura politica cattolica, per la prima volta nella storia della Repubblica. Escludendo quei cattolici democratici che hanno preso parte attiva alla nascita della costituzione e delle istituzioni repubblicane, e che soprattutto hanno saputo per decenni coniugare la fede con la laicità dello Stato. Forse per il cardinal vicario vale ancora la condanna di Augusto Del Noce contro i “progressisti cattolici”: “Trasformano talmente il cristianesimo per non ledere l’avversario, che bisogna dubitare se effettivamente credano”. Certo, per Sua Eminenza vale la profezia di Rocco Buttiglione: “Il cattolicesimo che si era lasciato ridurre nell’inglobante progressista oggi non ha più nulla da dire, torna attuale il pensiero cattolico che aveva rifiutato il progressismo”.

La partita ruiniana sembra puntare proprio qui, a far saltare l’alleanza tra i cattolici democratici e la sinistra ex comunista, in un disegno riformista che può diventare un partito. Ecco perché ieri sui Pacs – dove i vescovi intervengono ormai sugli articoli di un disegno di legge, non sui valori – è riecheggiato addirittura il solenne “non possumus” di Pio IX, con un monito preciso contro la sinistra e in particolare contro i cattolici democratici: quanto sta accadendo, ha scritto infatti con chiarezza il giornale dei vescovi con un linguaggio mai usato nei giorni più neri della Repubblica, è “uno spartiacque che inevitabilmente peserà sul futuro della politica italiana”.
Il dado, a questo punto, sembra tratto. È vero che la presenza cristiana nel Paese, come dice Pietro Scoppola, non è riducibile a questo schema di comodo. Ma la Chiesa, con lo spartiacque benedetto di Ruini rischia di aprire per la prima volta un fronte religioso nella battaglia politica italiana, qualcosa che non abbiamo ancora conosciuto, una faglia inedita. In un terreno fragilissimo, dove troppi politici sono pronti a cambiare opinione a ogni rintocco di campana, sensibili nei confronti dei vescovi molto più al comando che ai comandamenti. Ecco perché bisogna chiedersi se è ancora consentito credere in Dio e votare a sinistra.

Anche se bisognerebbe aggiungere un’ultima domanda: in quale Dio? Nella prima fase dell’era Ruini, era un Dio post-democristiano, comodo perché relativo, appagato dalla sua onnipotenza e affaticato dal suo declino. Nella seconda fase, quella della minoranza, è diventato un Dio italiano, in una sorta di via nazionale al cattolicesimo. Oggi, rischiano di farci incontrare un Dio di destra, e già solo dirlo sembra una bestemmia.

(Ezio Mauro – da La Repubblica del 7 febbraio 2007)

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Boicottiamo San Valentino

Faccio parte di quella schiera di persone con la puzza sotto il naso, che snobbano la festa di San Valentino con aria di smisurata superiorità e penetrante ribrezzo. È più forte di me, non ce la faccio. Non riesco a concepire le corse al regalo per l’amata o le sanguinarie prenotazioni nei ristoranti opportunisti. Decidere di festeggiare un sentimento specifico e peculiare per definizione, in un giorno comune a tutti, e per di più imposto dall’esterno, è un’incoerenza.
Ciascuno si scelga un modo proprio ed unico per festeggiare. Altrimenti che senso ha?

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"Dico", quel che penso

Che le coppie di fatto siano un fenomeno reale, esempio tangibile del mutamento progressivo della società, è incontrovertibile. Mutamenti sociali, nelle abitudini, nelle aggregazioni, che devono essere viste come domande che il cittadino pone a tutti coloro che regolano la vita di una comunità. È per questo che uno stato laico non può non considerare simili questioni e attivarsi per fornire delle risposte. Uno stato laico deve innanzitutto riconoscere queste tendenze crescenti e deve esprimere i suoi giudizi in base alla legislazione vigente, non ai precetti morali che vivono fuori dalla sua laicità. Altrimenti è un’atra cosa. In secondo luogo, riconosciute e giudicate queste tendenze, deve saperle fronteggiare.
Al Governo Prodi va dunque il merito di aver preso in considerazione una necessità diffusa, di essersi mosso per dare ai cittadini delle risposte di fronte ad un crescente bisogno collettivo.
Confuto tuttavia il merito di questa risposta, sempre in virtù della mia vecchia convinzione che Prodi e i suoi prodi siano obbligati a dare un colpo al cerchio ed uno alla botte: si trovino cioè costretti ad accontentare pochi, nel tentativo di non scontentare nessuno.
Non si capisce innanzitutto come si possano equiparare le coppie di fidanzati a quelle di parenti (fratelli e affini). Due fratelli che convivono hanno forse il bisogno di vedere sancito il diritto reciproco di visita all’ospedale? Non esistono già norme che tutelano la parentela in materia di successione? Occorre stabilire con nuove leggi che due fratelli conviventi hanno il diritto di subentrare vicendevolmente nei contratti d’affitto?
Tutti questi diritti, a cui si sommano svariati doveri (es. mantenimento) sono attribuiti anche alle coppie di fatto, generalmente intese (fidanzati conviventi). Ma allora cosa distingue tutto questo da un tradizionale matrimonio civile? Non stiamo parlando alla fin fine degli stessi diritti e doveri sanciti in un atto pubblico, stipulato di fronte al sindaco?
Il dubbio è che tutto il palco serva a sostenere l’introduzione sulla scena dell’istituzionalizzazione delle coppie omosessuali. Ma allora non sarebbe stato più razionale e corretto legiferare specificatamente per queste realtà? Certamente sì. Tuttavia lo scalpore e i voti contrari sarebbero stati di ben più ampie dimensioni.
Un colpo al cerchio, uno alla botte…

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Ostracismo di sinistra

Se il ministro Melandri può intercedere con successo sulla redazione di Porta a Porta al fine di impedire la presenza nella trasmissione di un ospite scomodo, è chiaro che viene meno il dogma assoluto secondo il quale la pratica dell’ostracismo mediatico appartiene solo alla destra. L’azione di pilotare l’informazione o, peggio, di imbavagliare le opinioni contrarie non è catalogabile staticamente nella categoria dello spazio (politico). L’ostracismo di Zamparini, reo di aver tacciato di incompetenza il Ministro dello Sport, dimostra che l’imposizione del silenzio ed il soffocamento del dissenso seguono prima di tutto il potere e chi lo detiene.
Vespa giustifica il grave veto con il “diritto di chiunque di scegliere di non essere offeso”. Al di là del fatto che si possa confutare facilmente questa posizione di difesa preventiva, non è più importante tutelare il diritto di tutti di ascoltare tesi e antitesi in piena libertà?

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Clamoroso al Cibali…

Mi ero riproposto di non scrivere nulla sui fatti di Catania. Non perché l’argomento non suscitasse il mio interesse, o perché non fosse di per sé meritevole d’attenzione, ma per evitare di aggiungere retorica alla retorica. Di fronte a queste situazioni, si ascoltano sempre le stesse parole, gli stessi appelli, le stesse considerazioni. Accade sempre che “i soliti concetti” finiscano per annullarsi a vicenda: un’opinione o un pensiero, seppur forti, nel momento in cui vengono ripetuti ad oltranza e dunque inflazionati, perdono il loro peso e la loro portata. Il più delle volte repetita stufant. Frasi come “il calcio è malato”, “non si può morire per una partita” o “manca la cultura della sconfitta”, benché condivisibili, suonano ormai come apostrofi atone, profondi vuoti da rendere al mittente. Nessun effetto.
Mi ero proposto di non scrivere, dicevo. Poi oggi ho letto le parole di Matarrese e non ho resistito. “Che il calcio non debba fermarsi e che un poliziotto morto faccia parte del sistema” sono dichiarazioni prive d’ogni rispetto, irriguardose prima ancora che inopportune. Lo sdegno corale di fronte a queste idiozie dimostra la bassezza del personaggio. Immaginiamo che tra manager e dirigenti del suo livello questo pensiero risulti diffuso e condiviso. Di fronte ai grassi interessi in gioco, l’uomo che regge i fili di tutte le marionette non si sconvolge certo per una morte “qualunque”. È vergognoso pensarci, ma non fatico a credere che tra le dichiarazioni di disappunto e cordoglio pronunciate da tutti i vertici politico-sportivi ci sia molta ipocrisia. Da un presidente di Lega non possiamo certo attenderci grande moralità o propensione all’etica, ma speravo che anche il più sciagurato dei dirigenti sportivi potesse avere almeno il buonsenso del silenzio.

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Equo-solidale o coscienza da lavare sotto la doccia?

Ieri sera, dopo la solita e ripugnante partita a calcetto, ascoltavo sotto la doccia il commento di un collega a proposito del boicottaggio di industrie “sfruttatrici” da parte dei consumatori, atteggiamento molto in voga in questo periodo di battaglie ecologiche e sostenimenti solidali. Nessun biasimo al collega, che si è limitato ad osservare la sua attenzione nel discriminare alcuni e precisi prodotti di profumeria e cura del corpo. Ma una domanda mi è apparsa più che lecita: in queste battaglie che in varia misura tutti conduciamo, quanto è davvero motivato da vere scelte di principio e motivazione equo-solidale e quanto invece è dettato dal rabbonimento delle nostre coscienze? Lo facciamo perché siamo fervidamente convinti, o solo perché non ci costa nulla e ci permette di stare in pace con noi stessi.
Personalmente non ho mai condotto battaglie epocali in questo senso, limitandomi solo a non comprare dalle industrie più manifestamente coinvolte, Nike in primis. Però mi sono chiesto se questa mia propensione al consumo discriminato non sia in realtà lo stupido e palese tentativo di sentirmi in pace con la mia coscienza.

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La fantanottata

Premessa: per acquistare un nuovo giocatore al fantacalcio, occorre mandare una mail a tutti i partecipanti, dalla mezzanotte successiva al giorno di pubblicazione delle quotazioni aggiornate, sino alle 14 del sabato.
Può capitare che ci sia la corsa ad un giocatore appena giunto in serie A, oppure ad uno che, cambiando squadra, migliorerà certamente le proprie prestazioni.
Io desideravo ardentemente acquistare un giovane attaccante del Parma, arrivato dall’Inghilterra e considerato preda ambita anche da molti altri. Per questo motivo sapevo che avrei dovuto mandare una mail a mezzanotte esatta, nella speranza di bruciare tutti sul tempo.
Esco dal lavoro con un’ansia da prestazione che solo Lino Toffolo di fronte alla Seredova potrebbe provare. Un pensiero fisso… e la paura di non farcela.
Gioco con i colleghi una partita di calcetto infame, con le gambe in campo, ma la testa lontana anni luce: ricordo “il fantasma” di Edmundo, a Firenze durante il periodo del Carnevale di Rio.
Un’attesa estenuante per arrivare sveglio e lucido alle 24. Una, due, tre mail (si sa mai che una parta con l’orario sbagliato) per intimorire gli avversari e opzionare Giuseppe Rossi (non Zico, n’è? Giuseppe Rossi…). Dopo la mia, arriva un’altra offerta: sono le 00.03, è Giulio Tabarelli a scrivere.
Mi corico alle 00.25 e per un’ora mi rivolto nel letto con l’agitazione del bambino che all’indomani se ne andrà in gita con la scuola. Ce l’avrò fatta? Qualcun altro avrà scritto e magari mi è arrivata la mail in ritardo? Magari ha scritto prima di me, ma vedrò l’e-mail solo domani perché si è fermata da qualche parte…
Non riesco proprio a prendere sonno. Alle 01.30 mi alzo e leggo un libro, perché di dormire non se ne parla. Alle 02.15 riprovo a sdraiarmi.
Dimentico il cell nuovo acceso ed alle sei mi arriva un sms di Wind che si complimenta perché potrò accedere al servizio wap. Nel dormiveglia leggo: “Complimenti! Wind si congratula con lei…” e mi chiedo: “Come cazzo fa Wind a sapere che ho preso Giuseppe Rossi?”
Finisco di leggere l’sms e mando a fare in culo la Wind, il telefono, Giuseppe Rossi e suo malgrado pure Zico.
Ritorno a dormire, ma è già mattina.
Non parteciperò mai più ad aste notturne. Credo.

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Declino del Fenomeno

Qualunque tifoso rossonero ingentilito dal dono della ragione non potrebbe che riluttare di fronte all’ipotesi di trasferimento del “Gordo” al Milan. Solo una mente malata, o ignorante (che è quasi la stessa cosa), potrebbe gioire davanti all’approdo di Ronaldo sulla sponda rossonera dei navigli.
Da tempo ha smesso di giocare: un attaccante in pensione, discutibile sul piano professionale ed umano ancor prima che su quello tecnico. Grasso, lento… ormai solo uno sbiadito ricordo del Fenomeno che fu.
Chi lo vuole acquistare avrà certo le sue buone ragioni. Avere un uomo di rappresentanza, dal volto celebre, non è affare da poco in un’epoca in cui le squadre guadagnano di più vendendo ovunque la propria immagine, che vincendo trofei. Ma il tifoso comune, quello che vive di vittorie e non di diritti tv, non esulta. Anzi inveisce.
Lo ammetto, l’unica speranza (subito dopo quella che Ronaldo resti dove si trova) è che il Dentone riesca trovare una forma dignitosa e possa essere schierato in un derby. Se poi la fortuna gli permettesse di trafiggere la sua ex squadra, quella dei tifosi interisti, e portare a casa una vittoria da traditore… potrebbe anche entrare rapidamente nella schiera dei miei miti. Il tifoso, si sa, ci mette un attimo a cambiare idea.

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Questioni di base

Il “sì” pressoché incondizionato di Romano Prodi all’ampliamento della base Usa in Italia e il conseguente malcontento sfociato alla stazione di Vicenza impongono alcune considerazioni.
LA NATURA DELL’OGGETTO. La base “in via d’estensione” fa capo alla Nato. Non si tratta di una vera e propria base americana, come strumentalmente viene raccontato, ma di un punto di riferimento dell’Alleanza Atlantica, di cui l’Italia fa parte. La storia e gli accordi internazionali impegnano il nostro paese a rispettare il Patto e a favorirne la coordinazione, prima ancora di beneficiare della sua azione. Prima di pregiudicare ogni scelta, occorre anche considerare questo aspetto e, all’occorrenza, metterlo in discussione.
IL SENSO DELL’OGGETTO. La questione non può non sollevare un interrogativo antico, ma sempre più attuale: quale significato può avere la NATO nel 2007? Ha senso un’Alleanza Atlantica vent’anni dopo il crollo del regime comunista? Ha senso un patto militare tra nazioni occidentali? E soprattutto: si tratta di una autentico accordo militare tra pari (come dovrebbe eventualmente essere) o piuttosto di un paravento per giustificare l’azione di un solo membro, quello statunitense, palesemente sopra le parti? Non sarebbe più logico smantellare questa struttura e predisporre una forza militare internazionale e davvero indipendente sotto l’egida ONU?
LA FACOLTA’ DELLA DECISIONE. Il consiglio comunale di Vicenza ha deliberato un parere favorevole all’inizio dei lavori, pur chiedendo ed ottenendo una serie di garanzie ambientali aggiuntive. Schieramenti parlamentari trasversali sostengono che questo atto amministrativo soddisfi pienamente il principio di democraticità della scelta, che prevede che sia la comunità indigena a decidere in autonomia su un provvedimento a ricaduta principalmente locale. Ma considerando la straordinarietà della decisione e l’enorme consistenza della sua portata, forse era il caso di consultare tutta la comunità (perché no, magari anche quella regionale) con un referendum. Di fronte ad impatti di questo genere, la delibera del comune assume il sapore dell’inadeguatezza più che della rappresentatività.
LA DIVISIONE. La titubanza di Prodi, la chiara presa di posizione del Ministro degli Esteri e dei partiti di centro insieme ai veti de substantia di Rifondazione, Comunisti Italiani e Verdi riportano a galla le ormai imbarazzanti divisioni che la coalizione governativa deve sopportare. Come ebbi modo di dire, un governo può spaccarsi su tutto, ma non sulla politica estera. Per il diritto internazionale, un governo che non sa come agire all’esterno (avere tanti indirizzi di politica estera, significa di fatto non averne alcuno) non può essere chiamato tale.
LA SOSTANZA DELLA PROTESTA. Chi protesta alla stazione di Vicenza brandisce le stesse armi verbali usate per manifestare contro la guerra in Iraq, contro gli Stati Uniti, contro la globalizzazione o il G8. L’impressione suscitata è che la protesta a senso unico provenga dai soliti e fatiscenti ambienti, capaci più di creare disordine che proposte concrete.
L’occasione di opporsi, aprendo un dibattito costruttivo ed ampio è sotto gli occhi di tutti. Sarebbe stato più utile non mandare ogni cosa alle ortiche inscenando la consueta contrapposizione ideologica, molto più utile alla conservazione dello status quo che al progresso politico e diplomatico di cui abbiamo bisogno.

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