La voce flebile di Oriana

La notte scorsa è morta Oriana Fallaci. Dopo aver combattuto e vinto a colpi di penna molte epiche battaglie, è stata sconfitta nella guerra più importante. Quella che da tempo aveva logorato la sua “prima linea”, quella che l’aveva costretta a ripiegare, a ritirarsi piano piano, disarmata dal destino.
Più odiata che amata, come accade alle persone di carattere che non suscitano mai indifferenza. Aveva preso le difese della cultura occidentale, mettendola in guardia dal pericolo islamico. Lo aveva fatto senza i fronzoli stupidi e le provocazioni assurde di certe forze politiche. Lo aveva fatto senza ipocrisia e senza demagogia.
La ricordo dura, spietata, a volte crudele. Con lei muore quella parte di cultura e di capacità d’espressione che arginava il monopolio della sinistra. Sì, perché non è vero che la sinistra ha il controllo della cultura, ma è vero che la destra non è in grado di esprimersi in maniera adeguata e ad alti livelli. Ne consegue che intellettuali e comunicatori di alto profilo si ritrovano schierati da una sola parte. Si è spenta l’ultima voce che faceva da contralto: ora resteremo ad ascoltare una sola campana.

1 commento

Il vero successo di Lucky Luciano

Non ho assistito, più o meno volontariamente, all’intervento di Luciano Moggi alla trasmissione “Quelli che il calcio…”. Pare si sia difeso, e ne aveva il diritto, da tutte le accuse ricevute. Come lo abbia fatto, che cosa abbia detto, quali siano state le sue motivazioni non mi è dato di sapere. Trovo alquanto immorale e beffardo che l’abbia fatto senza un contraddittorio. Da abile ammaliatore, posso immaginare che gli sia risultato semplice argomentare la difesa, senza nessuno che lo accusasse e lo mettesse in seria difficoltà di dibattito, con il muro alle spalle e l’evidenza davanti agli occhi. Un proclama senza dispute o confronti, in nome del solito ed insensato “buonismogarantismo” dell’ipocrita medio. Trovo altresì inaccettabile che nella stessa trasmissione gli faccia eco il Ministro della Giustizia, ovvero colui che dovrebbe garantire la giustizia e non vendere la nebbia. Incontrastato e incontestato, addirittura difeso da Mastella… mica male! Moggi, dimettendosi in tempo, ha evitato le sanzioni della giustizia sportiva (figuriamoci se quella ordinaria entrerà mai nella vicenda!). Ora ha già preparato una capatina a Matrix, premiato palcoscenico di Mentana. Chissà in quali altri programmi presenzierà, per fare audience. Tra poco magari un libro dal titolo “tutte le verità”; più avanti un film?
Questa sarebbe la persona che sta pagando in prima persona la crisi del calcio italiano? Sarebbe lui il capro espiatorio di tutta questa triste vicenda? Allora complimenti Lucky, davvero un bel colpo!

2 Commenti

L’essenza del Festivaletteratura

È difficile spiegare a chi non ha mai partecipato, che cosa sia il Festivaletteratura. D’accordo, è una manifestazione che propone eventi di vario genere, raccogliendo scrittori, giornalisti, musicisti di fama nazionale ed internazionale. Ma questo dice poco. Non si riesce a darne l’effettiva essenza, solo enfatizzandone l’importanza e lo spessore. Citando nomi illustri, o sciorinando avvenimenti apparentemente interessantissimi, risulta complicato dare la vera dimensione della manifestazione. Che cosa sia il Festivaletteratura lo si capisce vivendo la città nei giorni della rassegna. Lo si capisce percorrendo le vie, in genere popolate dalle solite facce, ed ora divenute traboccanti di turisti. Gli angoli più belli della città, allestiti per ospitare gli eventi più diversi, acquisiscono una luce nuova, un fascino più intenso. Ho visto spazi che conoscevo, ma che non mi sono mai preso la briga di visitare. Ho scambiato libri usati, per il solo piacere di cercare e trovare. Ho chiesto a scrittori famosi di firmarmi vecchie copie delle loro opere, già lette, per il gusto di scorgere il mio nome scritto in maniera veloce ed incerta sulla prima pagina dei miei libri preferiti. Ho visto Mantova viva, non di una confusione caotica ed innaturale, ma di un entusiasmo tranquillo e pulsante. Ho respirato l’aria della cultura, quella che non ho, senza il timore di non sentirmi all’altezza. Ho girovagato senza una meta apparente, cercando di raccogliere gli odori e le forme più suggestive. Questo è il Festivaletteratura, un crogiuolo di immagini, figure e sensazioni. Rimane difficile definirne i contorni ed impossibile fissarne i colori.

Nessun commento

Giacinto, fiore d’eleganza

Il giacinto è un fiore molto profumato, bello, semplice. Il giacinto è soprattutto un fiore molto elegante. Giacinto è anche il nome di un grande campione scomparso oggi, alla stessa età dei miei genitori. Anche lui, evidentemente investito dal destino del nome che portava, era soprattutto molto elegante. Galleggio a fatica nei fiumi di parole che inneggiano alla sua lealtà e correttezza, al suo “essere uomo per bene”, tipico del campione dentro e fuori dal campo. Io, tifoso della sponda opposta, amo ricordarlo semplicemente elegante. Una dote rara, e per questo preziosa. Ricordo l’eleganza delle sue movenze, dei suoi abiti, delle sue parole. Lo ricordo signore di stile, d’immagine, di personalità. Mancheranno il suo tono pacato e signorile, mancheranno i suoi modi lineari e ordinati. Ciao Giacinto, fiore d’eleganza.

1 commento

La base d’asta

Come sempre accade, al termine dell’annuale asta del fantacalcio i partecipanti mi chiedono se sono soddisfatto. Come sempre accade, per una sorta di “precauzione congenita”, rispondo che non lo so affatto. Anni e anni di militanza mi hanno forgiato diplomaticamente. Mai essere ottimisti in questa materia: la dea bendata decide la sorte di ognuno, da essa pendono meriti e demeriti, gioie e dolori di una stagione intera. Il resto sono chiacchiere. Belle e colorate, piacevoli e melodiche… ma pur sempre chiacchiere.
C’è tuttavia una cosa che mi inorgoglisce e mi soddisfa. Un lato più oscuro e meno tangibile, collocato bene a ridosso di questa passione. È la gioia di aver creato dal nulla un gruppo di persone affiatate, legate tra loro con il banale legaccio di un divertimento condiviso. Insieme al grande amico Glauco, alla sua affabilità ed organizzazione, abbiamo raggruppato persone che non si conoscevano, lontane anche centinaia di chilometri. Il tentativo velleitario di mettere in piedi un campionato di sconosciuti è sfociato in un incantevole epilogo. Abbiamo creduto nella semina, ci siamo impegnati con attenzione nella coltivazione, ed ora assaporiamo i ricchi frutti.
Oggi la Lega è un gruppo coeso di amici che si scrivono, si ritrovano, parlano e si divertono. Ed i giochi intellettivi, i ricatti psicologici, i grandi bluff che appartengono alla concezione dell’asta non fanno che rafforzare e rinsaldare il legame esistente.
È di questa opera di ingegneria sociale che mi compiaccio.

Nessun commento

Il doppio effetto di una Lega nuova

Al raduno delle camicie verdi in Val Brembana, Umberto Bossi ha usato un linguaggio nuovo, quindi sorprendente, per arringare la piccola folla di fedelissimi giunta per dissetarsi alla fonte del Senatùr. Pacatezza in tema di federalismo: non più lotta strenua alle istituzioni centrali, condita da invettive più o meno ortodosse, ma “metodo democratico”. Autonomia da raggiungere solo tramite il sistema, non sbaragliandolo con qualsiasi mezzo. Parole sorprendenti anche in materia di indulto, considerato la via di salvezza, da offrire ai carcerati, nella speranza che non delinquano più.
Questa svolta buonista del vertice leghista rischia di partorire due effetti.
Un primo effetto positivo è la riduzione dell’estremismo e della radicalizzazione del partito e del conflitto politico, di cui la Lega stessa è parte attiva. L’evidente tentativo di convergenza al centro per accaparrarsi elettorato moderato (i partiti che stanno agli estremi non hanno svantaggi nel convergere: gli elettori più oltranzisti non potranno fuggire oltre, mentre giungeranno nuovi moderati) comporta per definizione un riequilibrio delle posizioni: gli eccessi si attenueranno ed il dibattito convergerà sui temi tradizionali e più condivisi. Sarà dunque più semplice discutere le riforme da fare e le scelte da prendere, dal momento che ci sarà meno spazio per gli scontri tra posizioni antitetiche ed opposte.
L’effetto contrario, e negativo, è che paradossalmente la scelta del “metodo democratico” da parte della Lega renderà meno democratico il Parlamento. La convergenza del partito di Bossi segnerà uno spostamento dell’asse politico-partitico interno alle Camere. In sostanza verranno rappresentate in maniera minore le posizioni degli italiani più estremisti, che non potranno scegliere altri partiti più radicali, perché inesistenti. E un Parlamento che fatica a rappresentare tutte le posizioni, che soffre di un deficit di rappresentanza, è un Parlamento debole.
Questo potrebbe essere il doppio effetto portato dal vento della nuova Lega. Ma per ora è tutta mia fantasia.

Nessun commento

Perché comandare in Libano

Se l’Italia dovesse guidare il contingente militare internazionale in Libano, sarebbe indubbiamente il raggiungimento di un risultato prestigioso. Sarebbe un ragguardevole successo della politica estera. Si affermerebbe l’autorevolezza internazionale del nostro paese e “contare” internazionalmente implica molti vantaggi. L’autorevolezza nei rapporti internazionali significa peso nelle decisioni centrali. Poter decidere e poter influenzare le scelte dell’Unione Europea, ad esempio, è fondamentale. Le politiche economiche ed agricole dell’Europa hanno una ripercussione sostanziale sulla nazione-Italia. Ed anche l’idea di un paese forte e stabile può promettere evidenti favori (si pensi agli investimenti esteri).
Acquisire appeal nella vetrina internazionale è dunque un mezzo per ottenere vantaggi. Per questo la classe politica italiana si è schierata quasi unanimemente a favore dell’assegnazione del comando al nostro paese. I pochi pareri contrari ed isolati dovrebbero far meditare. All’estrema sinistra ci si arrocca su veti assurdi, temendo (a torto) di tradire ideali superiori. All’estrema destra si teme che il “prestigio dell’Italia” venga confuso col “prestigio di Prodi” e per questo si rema contro. Ma la scelta è giusta.
È chiaro che questo compito deve essere svolto solo in presenza delle più tutelanti garanzie.
– Il mandato deve essere sotto l’egida Onu. Questa condizione, peraltro già operativa, permette di distinguere una missione di guerra da una missione di pace. Infatti solo il mandato Onu può garantire la “non arbitrarietà” di un intervento armato. Giungere in Iraq, senza un mandato della comunità internazionale, altro non è che un atto arbitrario emanato da uno stato contro un altro. Un atto di guerra insomma.
– Devono esserci regole chiare e definite in maniera condivisa. Deve essere l’Onu stessa che detta le regole. Sono le cosiddette “regole d’ingaggio”. L’Italia, in sostanza, deve sapere quali sono i limiti e le facoltà entro i quali muoversi.
– Oltre alle regole, è necessario acclarare gli obiettivi. Siano essi, come in questo caso, di peace building o di peace keeping.
– L’impegno e le risorse (fisiche ed economiche) forniti dalle nazioni che partecipano alla missione devono essere dichiarate fin dall’inizio. Al fine, più che ovvio, di non ritrovarsi a capo di un’armata brancaleone, incapace di onorare gli impegni e dequalificante per chi opera il comando.
Se queste garanzie saranno rispettate, e se ogni circostanza onorerà i crismi più sacri, l’Italia avrà l’occasione di interpretare un importante ruolo di protagonista nel nuovo (speriamo) film che sta per iniziare in Medioriente. Al contrario, col venir meno di una qualsivoglia variabile, co-parteciperemmo alla solita proiezione di sempre, senza infamia e senza lode. E senza un futuro accettabile per nessuno.

1 commento

I colori della polemica

L’esordio incolore della nazionale di Donadoni è stato sapientemente organizzato nella città rossa di Livorno, culla e levatrice del tecnico bergamasco, il giorno appena dopo ferragosto. Chi, tra gli organizzatori, ha lamentato una scarsa affluenza di pubblico poteva anche ingegnarsi prima e meglio. Non era poi così difficile. Sul petto degli eredi degli eroi di Berlino mancava la quarta stella… “Un mese e mezzo non è bastato ai fornitori per aggiornare la maglia” – è stato il sorprendente commento dei responsabili.
La curva amaranto, tra un “bella ciao” e un “bandiera rossa”, si è rifiutata di supportare gli Azzurri, rendendo plateale la protesta contro la Federazione e i suoi vertici, contro i processi sommari e le sentenze “a tarallucci e vino”, sintomo ed effetto di un cancro sociale che ha colpito mortalmente anche lo sport più bello. Associarsi al malcontento è doveroso per chiunque si ritenga amante dello sport. Ed io lo faccio a buon grado. Non posso accettare tuttavia che si fischi l’inno nazionale e che lo si faccia nel day after di una vittoria mondiale. Ai livornesi, che troppo spesso confondono la curva degli stadi con gli slarghi delle piazze, voglio dire che potevano starsene a casa. Non si era mai vista una nazionale campione del mondo fischiata dal pubblico di casa. Italiani, popolo di avanguardisti.

2 Commenti

Via Solferino e i sacri vasi

Da qualche anno l’amministrazione in carica ha rivisto l’organizzazione urbana, perfezionando il piano del traffico ed intervenendo sull’arredo urbano. La storica contrada Sassello è stata dunque arricchita di fioriere di ghisa, posate in coppia (un vaso da una parte, uno d’altra) per i due terzi della sua lunghezza. La scelta, se non discutibile, è risultata perlomeno alquanto opinabile. Personalmente non l’ho gradita, ma l’ho accettata di buon grado, ammettendo che potesse avere una sua logica. Il rallentamento del traffico, la salvaguardia dei pedoni, ed infine l’abbellimento estetico della via, sono “ragioni di stato” che possono giustificare l’interventismo in materia da parte della giunta.
Il punto è che se una decisione scaturisce da dei presupposti, e con essi si giustifica, allora occorre ammettere che se i presupposti vengono meno, anche la decisione perde la sua valenza e deve mutare.
I vasi, posti quasi sempre a ridosso dei muri, costringono i pedoni a sconfinare nella carreggiata anziché procedere al fianco delle case. La sicurezza di chi cammina non è dunque granché salvaguardata.
Progressivamente ho assistito alla transumanza coatta e silente di buona parte delle fioriere. Deportate per svolgere la stessa funzione in altre vie, o per abbellire le piazze in occasione di qualche evento mondano, hanno spopolato via Solferino, sconfessando il principio della miglioria estetica.
Oggi la contrada, che scende sinuosa tra le case del vecchio borgo, conta poco più di dieci piante, poste qua e là in maniera casuale e disordinata. Il tutto, lungi da pianificazioni o studi di sorta, sembra lasciato in balia di se stesso e dell’implacabile oblio del destino. Desolazione e pena, altro che abbellimento!

2 Commenti

I due padri del gettito fiscale

Rimbomba l’eco della notizia secondo cui nel primo semestre del 2006 le entrate fiscali sono aumentate di oltre il 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Impazza al contempo la corsa per l’attribuzione di questo record straordinario (straordinario perché extra-ordinario, ovvero oltre, lontano, dalle circostanze usuali). A sinistra e a destra ci si preoccupa di riconoscere l’inaspettato merito. In una gara alla paternità, la preoccupazione più incipiente è quella di accaparrarsi questo figlio imprevisto, ma incredibilmente bello. La banda di Berlusconi è certa che si tratti del frutto partorito dalla semina economica del governo uscente; Prodi, dal canto suo, sostiene che l’iniezione di fiducia targata ulivo abbia spinto gli italiani a pagare le tasse: “se si è certi che non ci saranno condoni, si è più propensi a non evadere”.
La battaglia per il conseguimento del merito, e per la cavalcata della popolarità, offusca le ragioni reali ed esplicative dell’incremento. Nessun economista o sociologo ci ha seriamente spiegato i motivi di questo dato sorprendente. Resteremo a discutere per giorni su chi ha “ottenuto più entrate”; eviteremo di chiederci come possa un governo, in carica da ottanta giorni, influire sulle entrate del semestre precedente; ed eviteremo anche di domandarci come sia possibile che una coalizione in carica per cinque lunghi anni ottenga maggiori entrate nel periodo della sua morte fisiologica. Discuteremo su quello che la classe dirigente desidera che discutiamo, abboccando ancora una volta all’amo.

Nessun commento