Buona forchetta – Ranari
Posted by Giullare in Buona Forchetta on 29 settembre 2008
A mio avviso è il miglior ristorante di Mantova. Badando sempre al rapporto qualità/prezzo, non ho trovato eguali.
Pochi coperti in un ambiente ristretto; è consigliabile la prenotazione. Propone piatti tipici mantovani, talvolta lievemente rivisitati. Oltre ai soliti tortelli di zucca e maccheroni, trovate un’ottima selezione di salumi e di formaggi.
Le rane fritte sono un po’ troppo pastellate e alla costata di angus è preferibile la tagliata (se si trova nel menù). Imbattibile il solito Merlot Prendina, sfuso o in bottiglia che sia. 7€ alla bozza, laddove le altre etichette superano i 20, non è male. Dolci all’altezza della situazione.
Do un giudizio generale, perché ci sono stato più volte: con antipasto, primo (o secondo) e dolce, si spendono suppergiù 25€.
Voto: 7,5
Osteria Ai Ranari – Via Trieste 11, Mantova
Consapevole assenza
Posted by Giullare in Cose di paese on 26 settembre 2008
Poi nella vita ci si abitua a tutto:
al rumore e al silenzio che lacera,
al buio nudo, alla luce che acceca,
e alle persone e alle non persone.
Il lago si svuotò mentre chiusi gli occhi:
mai più il tuo pavido sorriso accorto,
lo sguardo schivo di assenso nel silenzio,
nessuna parola e nessun sottointeso.
Ma oggi le immagini si confondono:
scema la memoria delle nostre parole,
non ricordo quasi la voce né il senso,
si appannano i vetri dei nostri volti.
Rimangono lo spazio ed il tempo spenti:
solo la presenza di un’assenza cieca,
l’immortalità dell’inesistente,
solo scarna sicurezza di non esserci.
Ferrata versione 1.0
Ho trovato una ferrata semplice e adatta a chi volesse muovere i primi moschettoni. La Sallagoni, a Drena, appena sopra Arco, è fantastica per questo scopo. Facilissima, a tal punto che le braccia più esperte potrebbero annoiarsi, ma paesaggisticamente molto bella. Un’ora in mezzo ad un canyon molto pittoresco, con ben due ponti tibetani. Esposizione e pericolo pari a zero. Facillima e piacevole.
Buona forchetta – Al Macello
Posted by Giullare in Buona Forchetta on 22 settembre 2008
Ampi spazi e molti coperti, cose che io detesto, ma ambiente tutto sommato caratteristico. Meglio la sala veranda a sinistra, che le due stanze a destra.
Il risotto con le rane non è sgranato alla pilota (è “menato”, per capirsi), ma è discreto. Nulla a che fare con quello del Castello (vedasi giudizio dedicato). Carne a prezzi giudiziosi, ma il filetto era un po’ troppo grasso. Gambellara sfuso poco onorevole.
Primo, secondo e un dolce: 22€ a testa.
Voto: 6,5
Trattoria Al Macello – Via Vittorio Veneto, 54, Castel D’Ario (Mn)
Il solito pastrocchio all’italiana
Un’enorme presa in giro, ricca di fronzoli e accuratamente imbelletta. Prima sono state stravolte le leggi vigenti, per scorporare i debiti dell’Alitalia dal totale dell’azienda. Un creativo espediente per consentire al gruppo di amichetti di mettere le mani sulla parte buona della torta, mentre il rancido veniva gettato sotto il tavolo, ai rabbiosi cani comuni, noi, che digeriranno anche questa. Poi il fallimento dell’operazione per portare in tavola le fette.
Il governo, intento a proteggere gli amichetti, non si preoccupa affatto di cercare acquirenti alternativi, a parità di condizioni. Se Air France era disposta ad acquistare tutto quanto, è proprio folle pensare che avrebbe comprato anche due mesi dopo, quando è rimasta solo la parte buona della compagnia? E valutare un azionariato diffuso? Non se ne parla proprio.
L’opposizione, con Veltroni troppo impegnato a dipingere l’appartamento della figlia a Manhattan, timidamente guaisce: almeno avranno trovato l’accordo sul colore delle pareti?
Gli imprenditori obiettano: non era questo il succulento affare che era stato promesso.
I sindacati insorgono: mai dire sì.
Risultato: il CAI sarà sempre e solo il Club Alpino Italiano.
Lehman, il destino è nel nome
Qualche anno fa, per me Lehman era soltanto un portiere tedesco, alto, biondo e inquietantemente scarso. Venne al Milan in uno dei tanti deliri della dirigenza rossonera, che ha la rara dote di scovare le mostruosità più inutili, negli angoli più disparati e disperati del pianeta. Doveva difendere la propria rete, ma il risultato fu tragicomico. Aveva le mani bucate, dicevano gli esperti. Riprese alla svelta il treno per Berlino e di lui rimane solo un amaro e sbiadito ricordo.
Oggi scopro che c’è un altro Lehman. Un altro gigante, americano stavolta. Lo chiamano Lehman Brothers, forse sarà bicefalo. A quanto si legge è addirittura più disastroso e catastrofico del primo. Pure lui doveva difendere la propria rete di clienti, ma l’esito è stato funesto. Grandi mani, bucate anche per lui.
Qua però, per arginarne gli sfaceli non basterà una nave diretta in America. Sono dell’ultim’ora le notizie di polizze assicurative garantite da obbligazioni Lehman e vendute dalle compagnie italiane a risparmiatori italiani. Una papera davvero mondiale.
Dietrologia dello spirito
Tuona l’intellighenzia italiana contro le parole di Alemanno e La Russa, rei di non aver condannato apertamente, totalmente ed inequivocabilmente la parentesi fascista. Sacrosanto, ci mancherebbe.
La stessa intellighenzia però, e l’opinione pubblica che inevitabilmente la segue a ruota, non accetta l’idea che possa essere messo in discussione il primato morale, etico e assoluto della Resistenza e dei suoi derivati. Non accetta che il dogma possa oscillare. Come l’infallibilità papale, la castità prematrimoniale. Molto più semplice e conveniente somministrare l’iniezione di una guerra tra bene e male, tra buoni e cattivi, nitidamente ed indissolubilmente separati. Di qua i pii, di là i lupi mannari. Invece si trattò di un fenomeno molto più complesso, di una vera e propria guerra civile, tra italiani divisi a metà e fomentati da sentimenti ed illusioni diversi. Non fu la guerra tra il bene ed il male, fu molto altro.
Saremo mai pronti e sereni per affrontare un dibattito simile?
Festivaletteratura, bilancio personale
Il Festivaletteratura non lascia mai indifferenti. Ci sono i patiti del genere, quelli che fanno le code al botteghino, che conoscono quasi personalmente ogni autore del programma e che attendono con ansia l’avvento dell’evento. Malattia grave, ma diffusa.
Poi ci sono gli antisnob, quelli che si lasciano volentieri scivolare la manifestazione di dosso, con l’orgogliosa rivendicazione di un anticonformismo sincero, sostenendo che i Mantovani non possono scoprirsi tutti intellettuali da un giorno all’altro. Insomma, cenere eri, cenere diventerai: in du öt andàr?
La terza categoria, detta dei bighelloni, vaga senza meta tra una piazza e l’altra, bevendosi i caffè a sbafo, accedendo ai rinfreschi, fermandosi di volta in volta per 30-40 secondi, ma solo davanti agli eventi gratuiti. “E io, che riguardai, vidi una ’nsegna/ che girando correva tanto ratta, che d’ogne posa mi parea indegna;/ e dietro le venìa sì lunga tratta”. Inseguono la scia umana del pubblico, senza spunto alcuno: in folle tra la folla.
Personalmente mi piace partecipare a qualche singolo evento, ma adoro passeggiare tra la città che vive, come mai in altri periodi, della linfa briosa delle numerose persone. Ebbi già modo di affermarlo che Mantova acquista una luce diversa, più calorosa ed accogliente.
Corrado Augias incanta per la sua cultura ed il profilo dei suoi discorsi. Alle origini del Cristianesimo è una breve conferenza per pubblicizzare il nuovo filone dei suoi libri. Alto registro, ma pur sempre spudorata reclame.
Alla fine mi accosto per farmi firmare una copia di un suo saggio. Percepisco la mia eccitazione: non generata dalla presenza del personaggio famoso, ma piuttosto dalla soggezione di fronte alla sua sconfinata ed indicibile cultura.
“Il suo nome?”
“Silvio”, rispondo con prontezza.
“Silvio. Silvio è un nome…” (silenzio)
“Attuale”, gli suggerisco io, nella speranza di conservare l’equilibrio e la pacatezza che avrebbe usato lui.
“Sì, diciamo attuale”, mi risponde con approvazione. L’equilibrato e diplomatico intellettuale mi sorride, mentre io mi sento per qualche secondo un paroliere improvvisato.
Carlo Lucarelli mi piace per il suo fare bonario ed intenso allo stesso tempo. Un giallista da rigatoni e sangiovese. Ammalia quando parla della sua scrittura e diverte quando racconta di sé. Purtroppo chi lo presenta, il pedante Dorfles (il professore di “Per un pugno di libri”), incalza con il suo noioso e pomposo umorismo. Nonostante ciò la serata scorre piacevole.
Mi delude alquanto il percorso all’alba della Mantova sottosopra. Un’idea geniale che dovrebbe accompagnare un manipolo di persone attraverso gli angoli nascosti della città. Cunicoli, cripte e sotterranei in cui perdersi e ritrovarsi al suono di musiche e rumori.
Peccato che all’alba il manipolo fossero circa quattrocento persone, tramortite e stordite dalle logorroiche spiegazioni. Troppa gente e troppa prolissità. Quattro ore per percorrere un percorso di pochi minuti? Avevo la labirintite, non per gli spazi angusti od intricati, ma per il frastuono delle interminabili spiegazioni.
Mi è andata bene almeno con le librerie di scambio. In luogo di un vecchio Armony di mia madre, ho trovato la guida alle Osterie d’Italia dell’anno scorso.
Se si rompono i Maroni
Lo tacceranno di leghismo tremens, di integralismo padano, di accanimento celtico. Ma i provvedimenti di Maroni, benché strumentali, sono addirittura troppo morbidi.
Dietro il velo dell’interventismo western, stile “tolleranza zero”, qualcuno vede l’occasione utile per attaccare l’”altrostato” terrone, il casus belli per punire l’intemperanza del Sud.
Tuttavia, di fronte a tutto questo, io perdo ogni brandello di garantismo e assumo cappa e spada del forcaiolo più accanito. Se ai delinquenti della scorsa domenica non si assicura la durezza, e poi la certezza, della pena, non ne usciremo più. Ricettine e ricettacoli senza spessore non servono a niente. Almeno questo, la storia insegna.
Alla conquista della Tofana di Rozes
L’appuntamento è in un minuscolo paesello ai confini tra le sperdute campagne di Vicenza e Padova. Mi accoglie un insolito e foriero cartello: “Grantorto, città della speranza”. Supero il camposanto (sic) con lo spirito d’osservazione di chi sa leggere i segnali del destino. Simone, il mio compagno d’avventura (di seguito “Vicensa”), mi aspetta pochi metri più avanti, con la sua aria fiera e dimessa insieme.
La strada per raggiungere il Rifugio Dibona (2053 mt) è lunga. Arriviamo verso il tramonto, giusto in tempo per l’ottima cena. Gustosi casunziei ed una polenta col formaggio fuso che ha il peso specifico del polonio. La pagherò cara durante la notte. La serata scorre tra grappe, pianificazioni d’itinerario e discorsi strampalati. Poi arriva la notte, poco silenziosa nelle russate della nostra camerata, ma portatrice di un discreto sonno.
Ci mettiamo in marcia alle 7.45, la giornata è meravigliosa. Guardandola da sotto, la Tofana di Rozes giganteggia con i suoi possenti strapiombi ed incute un certo timore. Mentre la aggiriamo attraverso il sentiero, pensiamo che fra qualche ora la conquisteremo e la domeremo. È una sfida. Vicensa ha riempito lo zaino di cianfrusaglie inutili, nel disperato tentativo di convincere la sua debole psiche di essere equipaggiato al meglio. Pantaloni lunghi in vigogna di Vimodrone, piccozza da minatore belga con manico piombato, farmacia da campo con barrette energetiche d’ogni sorta, pastiglioni dopanti e fiale da allevamento equino. Un leggerissimo dubbio lo convince a lasciare a valle i pesantissimi ramponi in ghisa.
La partenza della ferrata Lipella è una lunga galleria buia, retaggio della I° guerra mondiale. Saliamo agili con le pile, lungo il budello buio ed umido. La roccia trasuda e gocciola in continuazione. L’atmosfera, è talmente carica di storia, che il cunicolo sembra stillare lacrime di guerra e sofferenza. Ci chiediamo come si poteva percorrere una tale galleria negli inverni più freddi di cent’anni fa, vestiti solo di giacche di lana e con scarponi decisamente poco tecnici. Doveva davvero essere un patimento atroce.
Dopo cinquecento metri di buio, il tunnel termina con una splendida vista sulla val Travenanzes. Per ora il percorso è semplice e paesaggisticamente molto bello. La strada si fa pianeggiante anche se molto esposta. Spettacolare a vedersi, semplice a farsi. Ai piedi della parete ovest, il cavo metallico inizia ad impennarsi verticalmente. Qualche buon passaggio tecnico e molta fatica ci fanno capire che non sarà una passeggiata. Vicensa, mosso a compassione, decide di far passare qualcuno degli alpinisti che abbiamo dietro. In mezzora lasciamo transitare genti d’ogni razza, censo e religione. Sembriamo i portieri della Tofana: arriva la gente, salutiamo e facciamo il gesto del “lascia passare” con la mano. Eravamo i primi e giungeremo in vetta praticamente per ultimi, diavolo d’un vicentino maledetto!
È quasi ora di pranzo quando arriviamo al bivio delle Tre Dita (2680 mt), poco più di una cengia, in cui si può scegliere se attaccare la vetta con l’ultimo pezzo di ferrata, oppure accedervi attraverso il sentiero. Non prendiamo nemmeno in considerazione la seconda ipotesi e dopo un po’ di cioccolato e uva passa (io) e barrette al polistirolo (Vicensa), riprendiamo la marcia. È il tratto più ripido, più duro e più intenso di tutta la via. Un’enorme parete bianca, a tratti bagnata, che non finisce mai. Dicono che siano 300 mt in verticale, ma a me sembra una salita di chilometri, di giorni interi. Le braccia iniziano a vacillare e anche la lucidità di manovra non è più la stessa delle ore precedenti. La tecnica consiste nel procedere senza guardare troppo in su, altrimenti ogni sforzo sarebbe mortificato e vanificato da una fine che proprio non si riesce a scorgere. Ogni piccolo camino, o tetto che si supera, desta l’illusione che sia finita. Invece ogni volta c’è un’altra parete, poi un’altra ancora. Un piccolo spavento quando sulla roccia bagnata lo scarpone perde aderenza. Rimango appeso con le mani, non faccio neppure in tempo a lasciarmi penzolare dal cordino di sicurezza, ma mi brucio gli avambracci. Sotto, un vuoto di centinaia di metri.
Sono al massimo dello sforzo, perché il tratto è il più impegnativo ed il percorso inizia a farsi lungo, e ad un certo punto… suona il cellulare. A 3000 mt. la suoneria personalizzata per Rodella (“c’è un amore in ogni borsello…”) risuona per tutta la val Travenanzes. Non posso lasciarlo squillare a vuoto. Rispondo con un rantolo di voce: “Andrea, lasciami in pace, sono attaccato via a tremila metri!”. “Hai solo un attimo, ti devo parlare del fantacalcio?”. “Nooooo, ti chiamo dopo!”. Per un istante penso che siano le allucinazioni, poi mi accorgo che è tutto assurdamente vero.
Da sotto, Vicensa appare in evidente difficoltà. Gli scatto qualche foto e poi lo vedo fare coppia con un vecchio tedesco. Simone parla, si incita da solo, ed il tedesco, che gli affonda il fiato sul collo, gli risponde sempre: “Ja”. Sembrano amici da una vita, invece si parlano solo da qualche minuto. Io continuo, non lo aspetto. Dovrei cambiare il mio ritmo di salita ed in fin dei conti siamo quasi alla fine. E poi tutto sommato, Vicensa si è trovato un buon assistente sociale.
Arrivo al termine della ferrata, all’anticima lunare (3027 mt) che mai mi sarei aspettato. Mancano ancora duecento metri per giungere alla vetta. Dopo qualche minuto vedo avanzare il vecchio tedesco, col tipico cipiglio da recluta della Luftwaffe. Gli chiedo notizie del nostro compare e in un inglese traballante mi dice che è rimasto dietro. Attendo, ma un po’ mi preoccupo. Poco dopo, dalle rocce emergono nell’ordine: la punta della piccozza che sovrasta lo zaino, il caschetto bianco, gli occhialetti blu, l’espressione tramortita, ma viva. È lui! Non parla, si trascina i piedi e ciondola la testa. Un pugile suonato, tramortito. Riesco a malapena scambiarci due parole, poi ripartiamo per la vetta.
A 3225 mt il panorama incanta. Pensi a l’immenso, a Dio, a quanto siamo piccoli ed insignificanti rispetto all’universo. Da quassù la Marmolada, il Cristallo, le Torri del Vaiolet sono tutt’uno. È difficile articolare le parole, perché la vista del paesaggio annebbia i sensi e soprattutto la ragione. Si gira la testa a trecentosessanta gradi, di continuo, nell’insensata paura di non poter vedere tutto.
Mi godo i meritati panini, mentre Vicensa riprende le sue barrette e i pastiglioni dal sacchetto della farmacia. È un pranzo questo?
La discesa al rifugio Giussani (2600 mt) è attraverso un ripido sentiero ghiaioso. Vicensa si attacca silenzioso ed esanime alle mie calcagna (mi dirà di aver letto qualche centinaio di volte la scritta “tecnica” sul retro dei miei scarponi). Mentre scendiamo, notiamo un elicottero che insistentemente scruta le pareti della Tofana di Mezzo. Giunti al rifugio, scopriremo che stava cercando un disperso. Dal Giussani al Dibona è una gara per chi arriverà primo. I piedi esplodono negli scarponi, ma il dolore non può sovrastare il desiderio di vincere anche questa ultima sfida. Mi fermo a fare una foto e Vicensa scatta biecamente di corsa. Un distacco di cento metri che fatico a recuperare. Ma poi inizia la mia fuga, e per Vicensa rimane solo la polvere che si posa sul suo secondo posto.

