I soliti accordi
Dopo il meeting di Arcore, anche l’Unione ha stilato in fretta e furia una proposta per la revisione della legge elettorale. Segno che i tempi sono maturi e la scadenza assai prossima.
Facile annuire ed essere d’accordo con gli scenari presentati. L’inciviltà della legge precedente rende apprezzabile anche la proposta di Calderoli. E tra mille criticità criticabili, anche la “bozza Chiti” può essere considerata un buon punto di partenza.
Non è un caso che i due poli stiano cercando una sorta di convergenza al proposito. Non è improbabile neppure che riescano a trovare un accordo nel giro di poco tempo. La legge elettore serve, dunque mettersi al tavolo per lavorarci è il minimo che si possa fare.
Si è trovata la convergenza su sistemi più o meno proporzionali, che personalmente aborro, ma che ritengo positivi se unanimemente condivisi. Sbarramenti e premi di maggioranza vari non costituiranno alcun ostacolo ad un’intesa partecipata. Insomma, l’accordo si troverà.
È triste che tra le miriadi di proposte nessuno abbia avanzato quella dell’ineleggibilità di condannati e inquisiti. Anche su questa “non proposta”, l’accordo sarà unanime.
Illusioni di un Cavaliere
Ha ragione Pierluigi Battista quando definisce un “errore del Cavaliere” il voto di ieri della CdL sul rifinanziamento delle missioni italiane all’estero. Eccerto. In primis perché Berlusconi & Co, in barba ai proclami di sempre nei quali ponevano l’interesse nazionale al di sopra di tutto e di tutti, si sono rimangiati voto e parole nella speranza di raggiungere gobbamente e goffamente un risultato di quartiere (la caduta di Prodi). In secondo luogo perché il gioco non è valso la candela ed al danno si è aggiunta la beffa di vedere Prodi sempre ancorato al suo timone. Hanno sbagliato i conti, insomma, e poco valgono le giustificazioni del giorno dopo, quelle in cui si dice che l’astensione al Senato è scaturita da motivi ideali, perché il provvedimento da approvare era troppo “timido” per essere sostenuto. Balle. Il voto di ieri poteva ammettere solo il pollice verso della sinistra estrema. Chi non appartiene a questa schiera e ha voltato le spalle, lo ha fatto per raggiungere altri fini.
Ora però Berlusconi dovrà cercare di spiegare e giustificare il tentativo maldestro. Come può convincere gli Italiani di volere anzitutto il loro interesse, avendo dimostrato ancora una volta in maniera eclatante di badare principalmente al proprio tornaconto?
Difficoltà interna e rilancio dell’europeismo
Fanno sorridere le denunce di secolarizzazione del continente europeo, tacciato sempre più spesso di spiaggiarsi alla deriva di un’arida laicità senza ritorno. Prima l’appello alla riscoperta delle radici cristiane, poi il monito di Razinger a contrastare il laicismo dilagante ed imperante. Argomenti d’ampio raggio e respiro, sensati, interessanti e certamente stimolanti.
Gli stessi partiti nazionali si fanno carico di questi appelli, trasportando nel dibattito europeo questioni che in casa propria non riescono neppure ad affrontare.
A cinquant’anni dai trattati di Roma, è stato fatto molto per delineare una Nuova Europa, ma ancora troppo poco. Ce lo siamo detti più volte. Manca un’unità politica, una vera Costituzione, un autentico spirito europeista che le istituzioni, nazionali prima e transnazionali poi, dovrebbero infondere ed alimentare nelle coscienze dei cittadini. Nonostante questa zoppia, la crociata anti-secolarizzazione sembra raccogliere ampi ed accesi consensi. Come se il palcoscenico europeo servisse da secondo teatro: una platea a cui rivolgersi in seconda istanza, solo dopo aver fatto fiasco in casa propria. Il Vaticano e i partiti italiani si dimenticano costantemente dell’Europa, salvo ricorrervi al momento del bisogno. Quando non si trova il bandolo delle matasse interne, quando non si riescono a dare le risposte perché non si capiscono le domande, allora si cambia scena. Una scelta zoppa, una scelta di comodo.
L’etica del riscatto, il riscatto dell’etica
Tra gli assordanti frastuoni che la gioia immensa per un ostaggio liberato trascina inevitabilmente con sé, ed in mezzo ai dibattiti politici sulla condizione e conduzione delle guerre in medioriente, in pochi hanno sottolineato un aspetto tutt’altro che secondario della vicenda di Mastrogiacomo. Le parole di stima e riconoscenza per l’intelligence italiana e per l’attività di mediazione di Emergency hanno commosso l’opinione pubblica, mitigando un altro amaro nocciolo contenuto nella questione. È passata in sordina la notizia che per riavere il giornalista, è stato necessario liberare cinque terroristi talebani. Un do ut des, che altro non è che il pagamento di un riscatto. Mastrogiacomo è stato rapito al fine di ottenere dei prigionieri in cambio. E solo scarcerando dei prigionieri si è arrivati alla sua liberazione. Né più né meno dell’accoglimento di una richiesta, di un pagamento.
Questa “scesa a patti” con i rapitori non può non riaprire l’annoso dibattito sull’etica dei rapimenti. Lo stesso dibattito che raggiunse l’apice con il sequestro Moro negli anni di piombo. Allora tutte le forze politiche fecero fronte comune, sostenendo la necessità di non venire a patti con i rapitori, perchè l’istituzione, lo Stato, non può mai negoziare con l’anti-stato. Allora si disse che accettare ricatto e riscatto avrebbe significato autorizzare altre azioni dello stesso stampo. Moro, suo malgrado, avrebbe dovuto pagare da solo il prezzo di una scelta d’intransigenza che avrebbe giovato al futuro di tutti gli italiani. Sacrificare una vita per non doverne sacrificare molte altre. E così fu.
Di fronte alla possibilità di perdere una vita umana oppure di salvarla con un semplice atto di disposizione istituzionale, il dibattito è tutt’altro che banale e unidirezionale. Al suo interno, ogni posizione è lecita e sostenibile, proprio perché fondata su saldi principi etici, benché diversi.
Tuttavia resta da chiarire perché queste domande non vengano discusse e scorporate di fronte all’opinione pubblica. Perché trent’anni fa furono tutti concordi nel negare a Moro la possibilità di vivere, mentre oggi il dubbio sulla moralità dello scambio non è neppure paventato? Le due Simone, Torsello e Mastrogiacomo sono stati liberati solo perché si è deciso di patteggiare con i rapitori. Ma nessuno si è posto il dubbio ed anzi si è cercato di celare la verità dello scambio, puntando piuttosto i riflettori sull’esultanza per le liberazioni.
Dunque gli ostaggi, o la merce di scambio, hanno pesi e valori diversi oggi rispetto ad allora? Credo piuttosto che sia cambiata l’indole della classe politica. È molto più semplice e populista pagare per risolvere la questione, che impantanarsi in vicoli ciechi senza ritorno: almeno a livello di immagine e popolarità il tornaconto è assicurato.
Domenica bestiale
Domenica ti porterò sul lago
vedrai sarà più dolce dirsi ti amo
faremo un giro in barca
possiamo anche pescare
e fingere di essere sul mare.
Sapessi amore mio come mi piace
partire quando Milano dorme ancora
vederla sonnecchiare
e accorgermi che è bella
prima che cominci a correre e ad urlare.
Che domenica bestiale
la domenica con te
ogni tanto mangio un fiore
lo confondo col tuo amore
com’è bella la natura
e com’è bello il tuo cuore.
Che meraviglia stare sotto il sole
sentirsi come un bimbo ad una gita
hai voglia di giocare,
che belli i tuoi complimenti
è strano, non ho più voglia di pescare.
Amore mio che fame spaventosa
dev’essere quest’aria innaturale
è bello parlare d’amore
tra un fritto e un’insalata
e dirti che fortuna averti incontrata.
Che domenica bestiale
la domenica con te
ogni tanto mangio un fiore
lo confondo col tuo amore
com’è bella la natura
com’è bello il tuo cuore.
(Una domenica bestiale – F. Concato)
Ho provato una profonda tristezza ieri, nel vedere code infinite di auto raggiungere a passo lento il centro commerciale di Desenzano. In una bellissima domenica primaverile, mentre raggiungevo la pittoresca Salò, sono rimasto traumatizzato di fronte a centinaia di cappotte luminescenti che riflettevano il caldo sole di marzo, parcheggiate strette strette di fianco a file di carrelli, o a vetrine colorate. Auto di fidanzati che hanno scelto un modo barbaro di trascorrere una domenica. Auto di famiglie che hanno perso una buona occasione per mostrare ai figli una parte di mondo.
Avverso profondamente questi luoghi angusti e frastornanti anche in circostanze normali, ma l’idea di trascorrerci una domenica mi fa rabbrividire. Meglio barricarsi in casa e godersi il piacere del sonno.
Ammazziamoci pure, ma con sportività
Seppellito velocemente il morto ammazzato di Catania e dimenticata misteriosamente la rissa al sangue di Valencia, nei mediatici “bar dello sport” tiene banco la vicenda di Mutu. I teatrini dell’informazione accusano l’attaccante della Fiorentina di antisportività. Con un avversario a terra, la colpa del romeno sarebbe quella di non aver interrotto il gioco ed anzi di aver proseguito segnando una rete fondamentale per il pareggio viola. Si scordano facilmente però che l’avversario di turno si è infortunato da solo, successivamente ha ripreso il gioco ed ha terminato la partita, e che Mutu, prima di segnare il gol, ha contrastato e superato altri due difensori.
Per gli infortuni gravi (questo non lo era) l’arbitro ha la facoltà di interrompere in ogni istante il gioco. Tutto il resto è folklore. Folklore solo italico. L’azzoppato, il finto malato o il simulatore non hanno alcun diritto. Invece nel bel paese del garantismo ad oltranza, del perbenismo dilagante, degli indulti silenziosi e dei condoni istituzionalizzati, chi rispetta le regole e non urla “poverino” diventa presto il carnefice, mai la vittima. Chi non interrompe il gioco è “antisportivo”, mentre chi simula un fallo “usa esperienza”.
Il genio di Cochi e Renato
“Amami, amami, stringimi, sgonfiami
e amami, sdentami, stracciami, applicami
e dopo stringimi, dammi l’ebrezza dei tendini
prendimi, con le tue labbra accarezzami.
Rino, non riconosco gli aneddoti
e schiodami, spostami tutte le efelidi
aprimi, picchiami solo negli angoli,
brivido, no non distinguo più i datteri.
Silvano e non valevo le ciccioli
Silvano mi hai lasciato sporcandomi
e la gira la gira la röta la gira
e la gira la gira la röta la gira
e la storia del nostro impossibile amore continua…
anche senza di te.
E amami, amami, stringimi, sgonfiami
e allora amami, sdentami, stracciami, applicami
e stringimi, dammi l’ebbrezza dei tendini
prendimi, con le tue labbra fracassami.
Rino, sfodera scuse plausibili,
girati, scaccia il bisogno del passero,
lurido, soffiati il naso col pettine,
Everest, sei la mia vetta incredibile.
Silvano, e non valevo le ciccioli
Silvano mi hai lasciato sporcandomi
e la gira la gira la röta la gira
e la gira la gira la röta la gira
e la storia del nostro impossibile amore
continua anche senza di te”
(Silvano – E. Jannacci)
Per pagare un pegno natalizio, ieri Gianluca mi ha portato a vedere uno spettacolo di Cochi & Renato a Marmirolo.
Conservo ancora con fierezza i postumi di una profonda ubriacatura di umorismo ed ironia. Immensi, irresistibili, insuperabili. Lui, Renato, ridicolo anche quando fa il serioso, con una faccia e un portamento che sono un’assicurazione sulla vita… per la sua comicità: se rimanesse zitto e immobile, rideremmo lo stesso. L’altro, Cochi, dotato di un voce e una dizione sconosciuti alla maggior parte dei suoi colleghi, capace di monologhi e canzoni partoriti con l’arte del vero attore teatrale. Nel corso del tempo ho imparato ad apprezzare maggiormente proprio quest’ultimo. Resto estasiato dalle sue doti canore, dalla sua recitazione e dalla sua visone globale sulla scena. A distanza appare lampante che è lui a trascinare il duo: Renato appoggia la voce alle movenze vocali del partner, si lascia guidare nei passi, nel dialoghi e nelle canzoni. Ed insieme si completano e si valorizzano vicendevolmente, fornendosi reciprocamente la spalla e non rubandosi mai la scena. Perfetti.
Quando, come accade me, si arriva a conoscere a memoria ogni loro canzone, a ripetere mentalmente ogni gag ed ogni battuta, allora l’estasi della risata apre lo spazio anche a qualche riflessione più approfondita. Pensavo oggi al loro ruolo nella tradizione della grande scuola comica milanese. Sono stati, e sono, due dei più grandi interpreti di un filone comico spesso sottovalutato e declassato. La corrente dei Gaber e degli Janacci per intenderci. Parolieri e musichieri di razza, troppo spesso ignorati, eternamente incompresi.
Ho aperto con la canzone “Silvano”, proprio per mostrare l’esemplarità della sua complessità. Significati reconditi e precise scelte dialettiche celati solo in apparenza da demenziali “no sense”. Potremmo giudicarla idiota e senza significato oppure parlarne per ore intere. Sta proprio in questo la loro genialità.
La trave e la pagliuzza
Spettacolo raccapricciante ieri sera a Valencia. La rissa di fine gara tra i calciatori ospitanti e quelli dell’Inter ha un sapore davvero amaro. Dopo il morto di Catania e la sospensione del campionato, dopo gli accorati e dilatati appelli alla distensione ed al “clima nuovo” da proporre ed imporre, alla prima occasione di una vetrina europea ci presentiamo con la peggiore delle credenziali. Un’inutile sbornia di belle parole e di alcolica retorica.
Non serve discernere tra vittime e carnefici, né pesare le diverse scale di colpevoli o istigatori. Il punto non è “chi ha cominciato e chi ha reagito”, e neppure “chi ha menato di più e chi di meno”. Non è ammissibile che chi viene pagato unicamente per vincere o per perdere scivoli in barbare debacle di questo livello.
Si cominci a fare ordine da lì, poi, se sarà il caso, continueremo con le prediche ai tifosi.
D&G, tra censure e pubblicità
L’emancipatissima Spagna vieta l’ultima pubblicità di Dolce & Gabbana e anche in Italia infuria avida la polemica. I movimenti per le pari opportunità, e quelli per la difesa dei diritti della donna in generale, incalzano in una serrata denuncia.
Conveniamo tutti sul fatto che ogni forma di comunicazione pubblica, reclame in primis, debba esser regolata dal rispetto di principi diffusi. Buon costume o comune senso del pudore, per intenderci. Però censure di questo genere hanno poco senso.
Nel frattempo l’immagine del branco di modelli (si badi bene: modelli, non balordi di periferia) che attornia l’aitante top model ha fatto il giro dei telegiornali, con l’evidente plauso made D&G. Ma allora, a che gioco giochiamo?
La caduta di Prodi e l’inizio della fine
Che il governo di Romano Prodi fosse nato sotto la grigia nube della provvisorietà è un dato di fatto. Auspicavo tuttavia che nel suo breve mandato potesse affrontare di petto alcune delicate questioni. Liquidare i problemi più urgenti per poi tirare a campare, nel semplice, ma razionale giudizio che ogni ulteriore intervento sarebbe stato un surplus di tutto guadagno. Così non è stato. Il Governo ha disatteso le promesse, non ha affrontato i temi più veri e sentiti della sue battaglie (conflitto d’interesse in primis) pur trovandosi di fronte alla più ghiotta delle occasioni. Ha preferito la strada dell’impopolarità, battendo terreni dove sapeva che sarebbe stato difficile camminare compatti. Non ha combattuto le guerre comuni, ma ha intrapreso battaglie di quartiere, in luoghi diversi e con avversari diversi. Si è occupato di indulto, di pacs, di una finanziaria dura. Troppo difficile, anche per chi ha (e Prodi non le ha) legioni forti e compatte. Per usare un gergo meno forbito, ma più chiaro, potrei dire che se l’è cercata. Questa caduta di Prodi rammarica proprio perché con qualche accortezza in più poteva essere evitata.
Ora le ipotesi di futuribili si riassumono sulle dita di una mano:
– L’eventualità più accreditata è quella del “Prodi bis”. Il professore che ottiene un reincarico, fa un piccolo rimpasto e naviga a vista, in attesa del primo scoglio. Sarebbe un governo fotocopia, che non può spingersi nei mari delle riforme importanti, che non può pestare i piedi al Vaticano né scegliere linee nette di politica estera. Sarebbe una “non soluzione”, perché il problema reale verrebbe solamente rimandato di qualche mese e l’agonia degli Italiani proseguirebbe senza ragione.
– È più augurale, seppur poco probabile, la strada del cambio di maggioranza. Se si riuscisse a formare un governo confinando la sinistra radicale, potrebbero nascere i presupposti per una legislatura più longeva e creativa. Ma se non si vuole attingere dall’Udc (e nemmeno l’Udc vuole fungere da stampella), la strada diventa un vicolo chiuso.
– L’avvento di un gabinetto di tecnici o quello di un governo di minoranza stile prima repubblica, avrebbero un identico effetto. Il primo opererebbe con le mani legate, col secondo trionferebbe il cerchiobottismo fine a sé stesso. Un guaio statico.
– Il peggiore degli epiloghi sarebbero le lezioni anticipate: Berlusconi tornerebbe al timone e con lui le barbarie ad personam e le nefandezze della sua Giustizia. Purtroppo, infatti, il miraggio di una destra affrancata dal Cavaliere appartiene ancora all’ambito dell’irrealtà.
Dovunque la si guardi e comunque la si prospetti, tutte le ipotesi risolutive future sono accomunate dal paradossale denominatore del peggioramento. Non si tratta di catastrofismo, ma la debacle prodiana rappresenta solo l’inizio di una lunga fine.