“Del maiale non si butta niente”: cronaca di una giornata d’altri tempi
Posted by Giullare in Cose di paese on 12 gennaio 2007
Tutto inizia con Marcello, scaltro nel verificare per interposta persona la mia disponibilità a collaborare in un giorno in cui il sottoscritto avrebbe dovuto essere al lavoro. Manda in delegazione sua moglie Luciana, essendo lui troppo orgoglioso per ammettere di aver bisogno d’aiuto (in questo ricorda vagamente il figlio). Da qui comincio ad entrare in un’atmosfera particolare, fatta di ricordi, odori ed emozioni.
Rivedo tutti miei zii attorno ad un tavolo, con io, piccolo, che gioco con i cugini e faccio domande su ogni attrezzo, su ogni processo. Penso a mio nonno, che mi ha lasciato troppo presto e che adorava vedere i propri figli, e i figli dei figli, riuniti a lavorare davanti ad un unico focolare. Una scia di episodi mi investe come un faro abbagliante su una strada di aperta campagna: i cuginetti inconsapevoli, inviati per scherno a comprare lo “sgüra rece”; le mani sapienti della zia (camiciaia d’origine controllata e garantita) che legavano i salami ad una velocità sconvolgente; le costine alle due del pomeriggio, quando tornavo in corriera dalla lunga mattinata al liceo, tra consecutio temporum ed enjambement senza sapore. Ripenso anche ai valori in via d’estinzione, alla famiglia, all’unità, al lavoro manuale, al sacrificio e alla soddisfazione… cose che la tradizione contadina ci ha trasmesso e che ormai irrimediabilmente stiamo perdendo.
L’ansia che investe i bambini il giorno prima della gita, fa trascorrere la notte insonne a mio padre. Alle cinque lo sento alzarsi, dopo un quarto d’ora lo immagino operativo con la moka di caffè sul fornello e un sottogola da rifilare proprio in mezzo al tavolo. Scendo in campo in un orario per me assurdo ed inizio ad armeggiare con coltelli a varie misure e un costato che pare quasi umano. Il pallino della medicina legale è ancora vivo: me la cavo con discreta disinvoltura tra muscoli da sezionare, girelli da riconoscere e tessuti lardosi da scorticare. Un mestiere primitivo, manuale, brutale. Un’essenza e un fascino particolari e reconditi, difficili da apprendere, ma impossibili da scordare. Disossiamo, separiamo carni, maciniamo ed insacchiamo quello che il giorno prima era un povero maiale e che ora è carne. Solamente carne.
L’odore acre del macello e della carne fatta a pezzi si mescola alla pesante sensazione di fatica, allo spossatezza infinita dello sforzo fisico: se non fosse per l’ambiente chiuso, diresti proprio di essere in un campo di battaglia. Ecco allora che deponiamo le armi e seppelliamo gli ultimi nemici, che col passare delle ore sono divenuti gloriosi trofei.
Ci riposiamo, chiacchieriamo un po’ con lo zio giunto in extremis al momento di insaccare, giusto per non dare l’impressione di aver scroccato la cena e per mangiarsi anche una fettina di gloria.
Poi arriva la cena, dove i ricordi bussano incessantemente e dove le coscienze aprono volentieri la porta. Penso a quel libro rosso, che tutti i parenti firmavano è completavano dopo ogni “battaglia”, che ora giace esanime in un cassetto polveroso. Mi tornano alla mente i soliti discorsi sulla resa del maiale e quei conti strampalati, tracciati alla stregua di un droghiere su un foglio di Gazzetta o sopra il sacchetto del pane. E soprattutto ricordo il vecchio Lele, che dall’età della ragione non ha mai perso l’occasione di vivere a casa mia la celebre “cena degli ossi”. Ogni anno presenziava, col fare sornione e l’approccio del lupo di mare appena rientrato in porto, tra il calore degli amici più veri. Il suo usuale dibattito filosofico sulla maniera di cucinare il risotto, i suoi commenti sul vino, la sua diffidenza verso il dolce: lui, insomma.
Ecco perché “del maiale non si butta niente”: perché alla fine conserviamo anche le suggestioni e le emozioni che immancabilmente lo sfortunato verro suscita e trascina con sé.
Erba di casa mia
Se, come sembra, dei dirimpettai di casa arrivano ad uccidersi per banali screzi di vicinato, allora significa che la questione merita una riflessione molto attenta, che superi insomma il qualunquistico “stiamo tutti impazzendo”. La strage di Erba non può non porre seri interrogativi sociologici, perché occorre di fatto andare oltre la tragicità del singolo evento. “Moventi e perché” altro non sono che l’espressione di qualcosa di più profondo e radicato e purtroppo di grottescamente diffuso. Gli omicidi avvenuti in riva al Lago di Como non si spiegano semplicisticamente con se stessi. Va fatto un discorso ampio e generale: non tanto per prevenirne altri, ma per correggere, laddove possibile, un malessere dilatato e latente.
Ho ascoltato attentamente le parole di uno dei tanti sociologi intervenuti sull’argomento. A suo dire possiamo rimanere colpiti da accadimenti simili, ma non meravigliarci. In una società che subisce mutazioni improvvise e radicali della sua essenza, non ci si può più stupire di reazioni smodate e sconsiderate.
La cronaca degli ultimi anni è piena (sembrerebbe più di prima) di atroci tragedie di provincia. Coinvolge soprattutto tranquille province del nord, transitate in pochissimi decenni dalla povera monotonia del mondo agricolo, alla ricca frenesia di quello industriale. Imprese cresciute come i funghi, soldi spuntati sotto i cavoli e benessere diffuso. Ricchezza improvvisa per una società abituata a ritmi lenti ed abituali. Tutto e subito, commutando i vecchi sacrifici e i sorpassati principi. Ma anche stress e noia allo stesso tempo. E allora ecco bambini che lanciano sassi dai cavalcavia, giovani che frequentano la cocaina più dei loro amici, adulti che sterminano famiglie.
Sono eventi che non hanno una spiegazione certa, o per lo meno non ne hanno una univoca. Tuttavia partire da qui, cercando di non scivolare nell’inutilità della retorica, è già un buono spunto.
Un diamante chiamato Lubecca
“Lubecca è un piccolo diamante incastonato nel mezzo del fiume Trave”. Con queste parole ho salutato sul diario di viaggio, il nostro arrivo nella cittadina tedesca. Nessun consiglio da parte di amici, nessun servizio alla tv o altri reportage da rivista patinata. Lubecca l’ho scoperta da solo. Scegliere le mete di viaggio guardando la convenienza degli scali Ryanair è un metodo poco ortodosso, ma spesso risulta efficace. Memore poi degli studi universitari (perché qualche volta l’università serve a qualcosa), ho ricordato che Lubecca fu sede della Lega Anseatica, ovvero del primo modello di associazione tra città economicamente evolute. Città ricche ed indipendenti che nel XIII° secolo decisero di difendere vicendevolmente i propri commerci e i rispettivi profitti. La novità del prototipo anseatico è rappresentata dal fatto che non si trattò di un accordo finalizzato alla conquista di territori o all’intraprendimento di battaglie (come fino ad allora accadeva): fu solo un patto che molte città del centro Europa stipularono per definire le regole e fornire il reciproco aiuto contro l’imperare dilagante di piraterie e brigantaggi.
Lubecca è un’isoletta nel mezzo del fiume, a ridosso del Mar Baltico. Il piccolo centro storico, cui si accede dalla storica porta Holstentor, ospita diverse chiese gotiche, un austero municipio e un susseguirsi infinito di edifici in cotto. Tutta la città venne costruita con questo materiale, per sopperire alla mancanza di pietra nel territorio a ridosso del mare. I bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno distrutto molto del suo patrimonio, ma la ricostruzione minuziosa ha permesso a Lubecca di entrare a far parte del patrimonio dell’Unesco.
Da Lubecca abbiamo raggiunto in treno Amburgo, città completamente ricostruita dopo i disastri del secondo dopoguerra. Tuttavia la visita al campanile di St. Petri, ci ha permesso di ammirare un panorama completo, da 123 mt di altezza. Molto suggestivo anche il vicino paese di Ratzeburg, raggiungibile da Lubecca con un comodo autobus, collocato anch’esso su una sorta di isolotto, nel mezzo di quattro laghi.
La visita a Lubecca non impegna più di due giorni, pertanto consiglio a chi volesse avventurarsi verso queste lande di considerare anche altre mete aggiuntive. Ho l’impressione che la stagione migliore sia la primavera, per godere al meglio del paesaggio circostante e dei parchi a ridosso della città. Per noi l’inverno piovoso è risultato d’impedimento.
Da ultimo un consiglio sul vitto. Amo, ed amiamo, spulciare e scoprire i vari locali tipici, che ogni territorio immancabilmente ospita. Per la verità Lubecca non ne ha moltissimi, ma abbiamo avuto la fortuna di entrare nella birreria Bei Ulla. La qualità del cibo, i prezzi e soprattutto la gestione affidata a sei signore attempate ci ha fatti innamorare di questo posto. Rapiti dal suo fascino, siamo ritornati più volte fino a quando, nell’ultimo giorno, un cliente ci ha rivelato la bontà della nostra scelta. L’abitante del luogo ci ha infatti confessato che si tratta dell’unico locale interamente gestito da nativi di Lubecca, abituale ritrovo dei compaesani e degli amanti della vera tradizione.
Appelli alla pace nel trionfo della violenza
Si sciupano, in questo finale d’anno, gli auguri mielosi per un 2007 di bontà e di pace. Ma questo augurio, che i capi di stato, o i politici in genere, brandiscono nel vano tentativo di apparire originali, stride pesantemente con l’esecuzione capitale di Saddam Hussein avvenuta oggi.
Non è facile comprendere come il Presidente degli Stati Uniti possa auto-proclamarsi “esportatore di democrazia” e contemporaneamente sostenere la pena capitale. Non si capisce neppure come i vertici della Comunità Europea possano convincersi che il loro onere sia solamente quello di promuovere disinteressati appelli. Come se tacciare di abominio l’arretratezza culturale della giustizia irachena fosse sufficiente a salvare una vita. D’altro canto il Tribunale dell’Aja, preposto dalle Nazioni Uniti per giudicare i crimini contro l’umanità, ha perso l’occasione di dimostrare la sua efficienza e il suo ruolo sopra le parti: il processo di Saddam è stato tolto alla sua giurisdizione (ma allora a che cosa serve?) e affidato alla autorità giudiziaria irachena.
C’è di più. L’esecuzione di Hussein mi ha restituito un’amara sensazione di déjà-vu. La crudezza nelle riprese dei suoi ultimi momenti, le immagini dure del tiranno ucciso, la repentina profanazione del suo corpo, e i festeggiamenti incessanti che hanno coinvolto le principali città, mi hanno riportato alla mente Piazzale Loreto. Come se il popolo non si accontentasse di abbattere il tiranno, di condannarlo e di fargli espiare la pena. In preda alla sua ferocia, sembra piuttosto volere altra violenza: vuole uccidere, calpestare, deridere e profanare perché solo in questo modo si sente riscattato. Non era pace quella di Saddam, ma non può esserlo neppure questa. Buon 2007.
Viva Saddam, Saddam viva!
Può sembrare anacronistico chiedere la sospensione della pena inflitta a Saddam Hussein e forse lo è davvero. Dopo essersi accaniti contro il tiranno, dopo avergli mosso guerra, dopo aver sostenuto le accuse atte ad incriminarlo e averne caldeggiato una condanna severa, avallare chi chiede di sospendere la sua pena se non è contraddittorio è quantomeno dissonante. Ma difendere la salvezza della sua vita è comunque un atto dovuto, non negoziabile.
La comunità internazionale, di cui gli stati occidentali fanno parte attiva ed integrante, si fonda sul principio universale e condiviso dei diritti umani. Pretendere di democratizzare, di esportare il diritto ed imporre prototipi di sistemi politici senza accettare il comune denominatore del diritto umano non è ammissibile. La superiorità presunta della comunità occidentale, la sua presunta autorità ad ingerire negli affari particolari dei singoli stati, scaturisce esclusivamente da questo principio. Io, ONU, ti impongo di indire regolari elezioni o di smobilitare i tuoi arsenali bellici in virtù della forza che la comunità internazionale mi ha affidato: e questa assegnazione di poteri deriva dal fatto che io, ONU, mi sono impegnata a difendere un principio condiviso da tutti: quello dei diritti umani, appunto. Sostenere la pena di morte, che in via di principio non può essere difesa a posteriori per alcuni e non per altri, significa derogare a questi principi e derogare a questi principi significa rinunciare ad avere autorità. In sostanza: se non reputo fondamentali i diritti umani, in virtù di quale autorità posso permettermi di interferire negli affari interni delle nazioni non democratiche? È per questo semplice e basilare motivo che chi sostiene l’ONU, la sua attività e le sue agenzie, e chi sostiene la necessità di democratizzare i territori in via di sviluppo non può allo stesso tempo sostenere la pena di morte per (in questo caso) Saddam.
Dice bene Pannella dunque, che più spesso dovrebbe impegnarsi su questi temi anziché rincorrere droghe libere o pacs, quando urla: “Viva Saddam, Saddam viva!”
Opus day 2006, ancora un successo ed un significato nuovo
Posted by Giullare in Cose di paese on 27 dicembre 2006
Era impossibile pensare che gli animi potessero rimanere sereni e spensierati come nelle undici edizioni precedenti. Quello che è accaduto tre mesi fa ha sconvolto le nostre vite, lasciando un alone indelebile attorno ad un vuoto per sempre incolmabile. Sono certo che ognuno, in cuor suo, abbia esaminato la reale possibilità di lasciar perdere tutto. Abbiamo invece deciso di continuare la tradizione del consueto pranzo “Opus day” di Santo Stefano, nella convinzione della sua necessità ed imprescindibilità.
Occorreva continuare per due motivi. Dapprima dobbiamo convincerci che quanto è successo non può fermare le nostre vite. Le tragedie, nostro malgrado, ci condizionano, ma non possiamo smettere di vivere. Dobbiamo andare avanti, con spirito diverso e più ricco, per dare un senso a quanto di atroce e crudele ci è accaduto. In secundis è doveroso continuare a testimoniare quello che il Lele tanto amava ed adorava. In occasioni come queste egli dava il meglio di sé, ammaliandoci con la sua simpatia, affascinandoci con il suo talento culinario, abbracciandoci con le sue ali amiche.
La messa in memoria del Lele, celebrata la mattina stessa, mi ha ricordato che lui era lì, a guardarci dall’alto col suo calice colmo e col solito ghigno dubbioso. Ho percepito la sua vicinanza fisica per tutto il giorno.
Ringrazio voi, ragazzi, perché mi fate sentire bene. Sapere che ci tenete a questo raduno annuale è per me la più bella delle gioie. Accantonare i problemi e le difficoltà personali per poter esserci, non è da tutti. Lavorare responsabilmente in gruppo per raggiungere un risultato è una qualità che appartiene solo ai migliori. Ritrovarvi, parlarvi e percepire questa atmosfera da “circolo di sangue” mi inorgoglisce ed allo stesso tempo mi disarma. Apro il cuore e poso ogni corazza perché sono tra grandi amici.
Hic sunt leones
Posted by Giullare in Cose di paese on 20 dicembre 2006
Hic sunt leones era il modo che i Romani utilizzavano per definire i confini meridionali del Sacro Impero. L’epigrafe “Qui ci sono i leoni” indicava che il desertico e selvaggio territorio dell’Africa era inesplorato e pericoloso: il mondo terminava lì, andare oltre era un’incognita assoluta. Un territorio sconosciuto agli uomini, dimenticato dagli dei e sconsigliabile ad entrambe le categorie.
L’ultima luminaria pubblica che si incontra salendo da via 1848 è collocata alla fine di piazza Italia, laddove inizia la pericolosa discesa di via Solferino. Le luci che improvvisamente si fermano hanno lo stesso sapore dell’iscrizione Romana: qua finisce l’Impero, termina il mondo civile… non andate oltre.
Se via Solferino è il naturale pseudo-cardo che si snoda dal centro del paese, perché non illuminarla? Perché decorare tutto il centro e abbandonare la principale direttrice d’uscita che porta a Mantova? Forse perché a Sassello pochi commercianti hanno sovvenzionato i ridicoli agghindamenti natalizi?
Al posto dell’ultima striscia di pendenti luminosi, una insegna lampeggiante con scritto “Hic sunt coiones, buone feste” sarebbe stata più appropriata.
Fiat lux
Posted by Giullare in Cose di paese on 18 dicembre 2006
Capisco benissimo che il periodo natalizio trascini con sé una certa propensione a tutto ciò che contempla una qualsiasi idea di luce. È assodato, e per questo ben comprensibile, che durante le festività la mente delle persone sia attratta da qualsiasi oggetto luccicante, luminoso, lucente… Siano insegne, luminarie pubbliche, luci al neon o semplici candele poco importa: associamo il segnale luminoso all’idea di Natale e di festa e attraverso questa percezione ci compiacciamo e ci commuoviamo. Automatico.
Come detto, comprendo benissimo tutta questa predisposizione. Però non si può continuare a tollerare il trionfo del cattivo gusto che impera indisturbato tra le strade di ogni paese, tra le case di ogni via, sulle finestre e sugli alberi di molte abitazioni. Cespugli senza foglie addobbati con squallide palle luminose, pini perfetti agghindati in un delirio scintillante senza forma e senza senso, file di luci ingarbugliate a casaccio su balconi imbarazzanti, porte di casa più simili ad ingressi di night di quarta categoria… La morale pubblica ed il comune senso del pudore dove sono finiti? Fosse per me imporrei multe pecuniarie ingenti, paragonabili alle sanzioni amministrative di chi inquina o disturba la quiete pubblica. Possibile che a Natale tutti si facciano prendere da questa fobia insensata e sentano l’incontrollabile istinto di illuminare l’illuminabile, in qualsiasi modo ed a qualsiasi costo?
E ho parlato solo della chincaglieria luminosa. Se comincio coi babbi natale appesi sulle grondaie…
Il Centrosinistra e il vallo dei diritti civili
Avrà dei seri problemi Romano Prodi ad affrontare le delicate questioni della tutela dei pacs e dell’eutanasia, argomento, quest’ultimo, rientrato in voga grazie alla vicenda Welby.
Le contraddizioni intestine della sua maggioranza verranno al pettine e non potranno essere superate. L’ala sinistra, che va da Rifondazione ai Verdi, ha già iniziato a sbandierare l’esistenza di un programma elettorale condiviso, in virtù del quale verrebbe legittimato un intervento in materia. Nulla di specifico, perché il programma che raggruppava l’Unione della campagna elettorale contemplava l’intento di agire, ma poco diceva riguardo agli interventi precisi da intraprendere. È comunque un patto, al quale ogni sottoscrivente si è volontariamente legato. La frangia Radicale, dal canto suo, pare aver accettato l’alleanza in funzione quasi unicamente di questa possibilità: l’obiettivo delle riforme liberali in materia di diritti civili è da sempre il cavallo di battaglia ed il fine ultimo della triade Bonino-Pannella-Capezzone. Scettica ed intransigente appare invece la componente cattolico-centrista della coalizione. Al di là dei motivi più che comprensibili dell’ostilità alle riforme, gioca un ruolo chiave la tempestiva, chiara ed intransigente presa di posizione del Vaticano. Non c’è infatti alcuno spazio per cincischiare, temporeggiare o barcamenarsi nell’incertezza: Razinger ha dettato le regole per i buoni cattolici; ipotizzare comportamenti diversi da parte di Margherita e Udeur diventa piuttosto pindarico.
Essendo le questioni di natura “morale”, è impensabile un cambio di rotta da parte di uno dei due schieramenti: un partito può cambiare idea sulla politica economica, su sanità o lavori pubblici, ma è inverosimile che pieghi la schiena sui diritti civili. Dovrebbe inevitabilmente mettere in discussione la propria ideologia e questo in Italia non avviene mai, perlomeno non apertamente e dichiaratamente.
Cosa accadrà dunque? Certamente per questo non cadrà il Governo. Accadrà che le questioni verranno affrontate blandamente, cercando di accontentare un poco gli uni senza scontentare troppo gli altri. Non accadrà nulla di epocale o trascendentale, nulla di vagamente “zapatereggiante”. Insomma nessun epilogo alla spagnola, ma come sempre tutto all’italiana.
Casini in vista
“Tutto il Casini fatto per averti,
per questo amore che era un frutto acerbo,
adesso che ti voglio bene io ti perdo”
(E. De Crescenzo – Ancora)
Diciamolo chiaramente: lo strappo di Casini non segna tanto la decisione di brandire una nuova strategia d’opposizione, come il diretto interessato ripete ad libitum, quanto piuttosto la messa in discussione di un preciso schema gestionale, quello del Centrodestra, e della sua leadership. Una messa in discussione, quest’ultima, che ha origini antiche e che oggi si istituzionalizza. Nel senso che dopo aver covato il germe di folliniana memoria, trova ora l’ufficialità nell’affrancamento sancito da Casini.
Colgo con piacere e curiosità questa scelta. Mettere in discussione Berlusconi, significa chiaramente rinunciare ad un preciso cliché. Il modello padronale della gestione centralizzata, che il leader di Forza Italia ha imposto con successo in questi anni. Il modello del carisma illuminato (o finanziato), che ha permesso al Cavaliere di coagulare intorno a sé persone e partiti, quindi numeri, in nome della sua autorevolezza o del suo potere. Ho già avuto modo di parlare di questo argomento (tra gli altri, La strategia del Cavaliere), inutile ripetersi.
Oggi questo leader, acclamato ed impalmato dal suo popolo meno di una settimana fa, viene messo in discussione da un alleato. Poca cosa. A meno che non si tratti dell’inizio della fine.
La vicenda sibillina di Casini non svela alcun epilogo. Parlare contemporaneamente di “Grande Centro” e di “Imprescindibilità del bipolarismo” aiuta poco chi desidera chiarezza. È vero, sarebbe difficile pensare ad un centrodestra senza Berlusconi, ovvero senza il leader plebiscitario della coalizione, senza il capo del primo partito italiano, senza il collante naturale della CdL. Ma ipotizzare un polo alternativo alla sinistra e libero dalle catene degli interessi berlusconiani è un’idea davvero suggestiva.