Correggere o non correggere, questo è il dilemma

Da un recente dibattito epistolare (ormai divenuto rigorosamente e tristemente solo elettronico) col mio alter ego Gianluca, mi sono ritrovato ancora una volta assalito e assillato dall’annoso dubbio che lega la mia vita alla fotografia.
L’avvento del digitale ha rimpiazzato metodo e qualità con praticità e quantità. È innegabile. Resistono poche eccezioni. Ma le eccezioni, si sa, non fanno altro che confermare la regola. Personalmente cerco di dare sempre nuova linfa alla vena creativa, ma è lampante che anziché studiare per minuti la giusta inquadratura o la migliore messa fuoco, appaia più semplice moltiplicare gli scatti: si procede per tentativi; quello che poi non va, si butta. Dunque anche il buon risultato è sempre più simile ad un effetto “statisticamente possibile”, più che ad un’esecuzione unica e perfetta.
Questo sistema comodo e dinamico, che di fatto ha cambiato l’approccio alla fotografia, contempla anche il ritocco delle immagini, la correzione dei colori, la miglioria di effetti come la luce o il contrasto. Ora, può dirsi eticamente e deontologicamente corretto intervenire post su quanto si è immortalato ante? La fotografia non è forse l’arte di immortalare, di cogliere l’attimo irripetibile, di fermare il tempo in un’immagine? Intervenire sul risultato di un click, non è dunque una mistificazione della realtà? Certamente sì.
Ma allora il fine del bello, cioè arrivare a creare un’immagine piacevole (che è anche il fine della fotografia stessa), che ruolo ha? Se il fine è il bello, non posso giungere a giustificare il mezzo che uso per conseguirlo? Anche se il mezzo è costituito dall’artificio di un computer?
È a questo punto che subentra la nozione di “giusta misura”. L’espressione indica che potrei accettare di intervenire post, ma solo nel caso di un’ingerenza minimale. Se cambio luce o colori, cambio quello che da fotografo ho visto e “fermato”. Ma se mi limito a tagliare i bordi dell’immagine, non muta quello che ho realmente visto al momento dello scatto. Se un pittore sceglie la dimensione della tela e decide dove posizionare il soggetto, al centro o al margine, un fotografo potrà pur scegliere la misura della sua foto e ritagliarla affinché il soggetto acquisti centralità o marginalità, potrà pur eliminare con la forbice i dettagli inutili o i particolari fuorvianti. Oppure no? In fin dei conti lo spartiacque è sempre l’intervento a valle: il pittore agisce mentre dipinge; il fotografo, qualunque sia la sua interferenza, interviene in un momento successivo, per cambiare un “dipinto” già eseguito.
Non è facile dirimere la controversia.

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Padre, Figlio e Spirito Santo

È da un accenno giuntomi oggi, e relativo al Convegno ecclesiastico di Verona, che prendo spunto per muovere le mie osservazioni.

Esistono effettivamente tre livelli di Chiesa. Mi permetto di descriverli dal mio punto di vista e di attribuire ad ognuno di essi un nome, convinto che questo possa essere esaustivo delle loro caratteristiche intrinseche.
IL PADRE. È il livello più alto, quello istituzionale. È il livello delle conferenze e dei convegni, delle visite di stato, dei cum clave e degli urbi et orbi. È la Chiesa circondante il Papa e circondata dai “paponi”, cioè corteggiata dai poteri forti, dai gruppi politici, dalle lobby economiche. È la Chiesa che non consiglia, ma comanda, blandita (sic) e coccolata dagli altri e numerosi interessi che compongono lo Stato. Il livello del Padre appare sempre sotto la luminosa luce del giusto e del corretto: non sbaglia, ma giudica, non insegue, ma è inseguito. Compromettente contraddirlo, pericoloso schierarsi contro. Essendo appunto Padre, per definizione deve stare sopra a tutto: quindi non solo si eleva rispetto alla dimensione del “Figlio”, ma addirittura fatica a colloquiare con esso. Un Padre degenere, insomma.
IL FIGLIO. È il livello della società civile, l’alter ego dell’istituzione. Comprende i movimenti, le associazioni, il volontariato, i fedeli semplici e i comuni mortali. Da anni lo spettro della secolarizzazione, ossia del fenomeno che vede allontanarsi i fedeli dalla “religioneistituzione” e viceversa, ha scoperchiato il malcontento di questa dimensione della Chiesa. Sopra si parla una lingua diversa, inadeguata a capire i bisogni della società e dunque incapace di fornire risposte soddisfacenti. Accade quindi che per naturale forza centrifuga, il popolo si stacchi e perda aderenza. Il Figlio, insomma, prima o poi se ne va a vivere da solo.
LO SPIRITO SANTO. È la dimensione privata ed individuale, quella gestita dalla singola persona. Intima, specifica, inimitabile ed autentica. È il risultato finale, il prodotto dell’influenza e dei condizionamenti dei precedenti. Dogmi e principi, combinati con la vita della società civile, con la realtà delle cose, con la dimensione concreta, portano l’individuo a vivere (o non vivere) la fede in maniera sartoriale (perché “su misura”).
Inutile aggiungere che la condizione ottima per chi crede sarebbe che le tre dimensioni viaggiassero di pari passo. Inutile dire che questo non accade. Non ho le conoscenze per spiegarne i motivi, tantomeno detengo le doti acrobatiche per rivelare le soluzioni. Mi sono solo divertito a riflettere e a digredire in quest’ambito, a volte ostico e spesso tralasciato dai dibattiti più ricorrenti.

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Tu chiamale se vuoi… emozioni

Parlando di “alti e bassi”, stamani ho scritto ad una persona amica quanto segue. Mi è parso, dopo, degno di riflessione.

A volte vorrei avere un guscio e chiudermi dentro, senza sentire i rumori e le persone. Vorrei ascoltare solo la mia mente, coccolarla, capirla. Anche col rischio di stare male.
Altre volte vorrei condividere con gli altri i dolori e le gioie che provo. Vorrei urlare: vorrei piangere stringendo corpi o ridere guardando occhi che ridono con me.
È tutto molto strano, come ti dicevo.
Ringrazio Dio di avermi dato una vita carica di emozioni. Belle o brutte importa poco in questo ragionamento. Perché tutte mi fanno assaporare i gusti diversi della vita, mi fanno capire cosa sia la vita e la bellezza che essa riserva.
Non sopporterei di vivere senza queste emozioni.

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Auf Wiedersehen

Parrebbe brutto non parlare di un campione che lascia per sempre la Formula Uno, dopo sette mondiali vinti. Parrebbe brutto non parlare di un campione che ha reso grande la Ferrari, come non mai, riportandola ai fasti di un evo dimenticato. O forse, e più semplicemente, pare brutto farlo.
Non l’ho mai amato e non l’ho mai tifato. Primo, perché la Formula Uno è uno sport al quale non ho mai saputo appassionarmi (non me ne intendo, né intendo intendermene). Secondo, perché ho trovato pochi sportivi antipatici come Schumacher (forse solo Vieri e Biaggi). Terzo, perché quando tutta Italia tifava “Schumi, Schumi”, mi sembrava deontologicamente scorretto accodarmi alla massa.
Oggi dunque non piango il suo ritiro. L’evento, anzi, mi lascia piuttosto indifferente.
Diceva Enzo Ferrari che “è la Ferrari che rende grande un pilota, non un pilota che rende grande la Ferrari”. Per questo motivo d’orgoglio, egli non avrebbe mai scelto un uomo come Schumacher per arrivare a vincere. Resterò tra i pochi che conserveranno più nostalgia per parole come quelle che per piloti come questo.

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New York, sette vizi capitali

Ecco sette motivi per visitare New York ed altrettanti sette per non farlo.

1) È una città multietnica. In realtà è difficile capire se sia davvero popolata da centinaia di nazionalità, oppure se gli abitanti vadano considerati tutti apolidi. Sta di fatto che si respira un’atmosfera strana: non esiste il diverso, perché il diverso è la normalità.
2) La maggioranza dei tassisti non capisce nulla di quello che si dice loro. Insomma puoi permetterti di decidere tu le regole dello slang, tanto il tassista non ti capirebbe comunque e se ti capisce è per il gesto con la mano che gli hai fatto. Alla fine scendi dal taxi convinto di aver parlato un perfetto dialetto del South Dakota e per qualche minuto pensi che potresti insegnare benissimo italiano alla Columbia Univerisity. Al primo “fuck off” ricevuto, ritorni con i piedi per terra.
3) I grattacieli. Appena arrivato a Manhattan inizi ad evocare le teorie falliche dell’architettura classica oppure ad interrogarti sul bisogno recondito dell’uomo di tendere verso Dio. Capisci cosa poteva provare un mercante del 1200 quando arrivava alle porte di San Giminiano.
4) I jeans. Poter entrare in un negozio Levi’s con la disinvoltura dell’ingresso in tabaccheria è una soddisfazione che occorre togliersi. Se guardi il prezzo non è per decidere quale modello è consigliabile scegliere, ma solo per capire se prendere uno o due paia dello stesso modello.
5) La sicurezza di Manhattan. È impressionante rendersi conto di quanto una città così ricca sia altrettanto scarna di rischi. Paradossalmente mi sono sentito più in pericolo parcheggiando a Mantova che passeggiando per la quinta strada.
6) La frenesia della gente. Ti ritrovi turista statico in una città dinamica. Tutto corre e tutto scorre, e dovunque tu ti muova, ogni cosa o persona è sempre più veloce di te. La sensazione è quella dei birilli gommati che sorvegliano le carreggiate dei flipper. Piacevolmente inebetente.
7) Il fuso. Pensare che quando vai letto, i tuoi colleghi stanno per alzarsi… non ha prezzo. Val bene un lungo viaggio.

Motivi per non andare:
1) È una città multietnica. In realtà è difficile capire se sia davvero popolata da centinaia di nazionalità, oppure se gli abitanti vadano considerati tutti apolidi. Chi cerca “l’America” rimane deluso. Al suo posto una versione free-style di Cina, Pakistan, Portorico, India…
2) La maggioranza dei tassisti non capisce nulla di quello che si dice loro. Sali con la speranza che prestino attenzione almeno alle dita che usi per indicare il numero della street. L’ottava volta che ti ritrovi a Brooklin, mentre volevi visitare Central Park, capisci che il metrò non è poi così malaccio…
3) I grattacieli. Appena arrivato a Manhattan ti assale la “sindrome da costruttore edile”. Fotografi qualsiasi palazzo grigio che sovrasti la tua testa. Riempita la scheda sd della fotocamera, ti rendi conto che anche qualche scatto con la tua faccia potrebbe essere gradito ai genitori.
4) I jeans. Entri in un negozio Levi’s e temi di essere finito al mercato della frutta. Prendi coscienza quando inizia a chiedere una bilancia per pesare i tuoi 501.
5) La sicurezza di Manhattan. Se a piedi sbagli un semaforo, rischi il carcere a vita oppure il trapianto di femore.
6) La frenesia della gente. Dopo una settimana ti viene il dubbio: o sei tu che hai problemi seri di deambulazione, oppure sono questi che mettono le anfetamine nei bigmac.
7) Il fuso. All’andata poco male. Al ritorno rimani rincretinito per giorni. Dopo pranzo vorresti il tè coi biscotti, mentre alle quattro di mattina ti svegli con una gran voglia di hamburger e patatine.

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Canzone per un amico

Lunga e diritta correva la strada,
l’auto veloce correva.
La dolce estate era già cominciata,
vicina a lui sorrideva.

Forte la mano teneva il volante,
forte il motore cantava.
Non lo sapevi che c’era la morte
quel giorno che ti aspettava.

Non lo sapevi, ma cosa hai pensato
quando la strada è impazzita.
Quando la macchina è uscita di lato
e sopra un’altra è finita.

Non lo sapevi, ma cosa hai sentito
quando lo schianto ti ha uccisa.
Quando anche il cielo di sopra è crollato,
quando la vita è fuggita.

Vorrei sapere a che cosa è servito
vivere, amare, soffrire.
Sull’autostrada cercavi la vita
ma ti ha incontrato la morte.

Voglio però ricordarti com’eri,
pensare che ancora vivi.
Voglio pensare che ancora mi ascolti,
che come allora sorridi
.”

(Canzone per un’amica – Nomadi)

All’epoca delle superiori-università quante volte ho ascoltato questa canzone? In macchina col Cugi, con l’Andrea, col Tui? Quante volte l’ho cantata insieme al Lele, storpiando le voci e accompagnati solo dalla chitarra onnipresente del Paio? Cento, duecento volte? Forse di più.
Non l’ho mai ascoltata come si dovrebbe, non l’ho mai presa sul serio. La utilizzavamo cinicamente come overture dei lunghi viaggi. Tra le risate del Tui e le testa scossa del saggio Cugi…
Mi è tornata alla mente in questi giorni, da sola, senza alcun bisogno di sfogliare le pagine di un canzoniere né di ascoltare improbabili cd. Mi è tornata alla mente e ho pianto, benché non avessi più energie per piangere.
Ho pianto, pensando che sono stato l’ultimo a pagare al Lele l’aperitivo (cioè l’atto di vita sociale che più gradiva). Ho pianto, soffermandomi su “cosa ha pensato quando la strada è impazzita”, su “cosa ha sentito quando lo schianto l’ha ucciso” (si può sentire e pensare a qualcosa in quegl’istanti?). Ho pianto, perché a lui che amava tanto vestirsi bene, non è stato possibile neppure fare indossare l’ultimo abito.
Ora ho paura di rileggere le sue e-mail, ho paura di ascoltare il cantante che solo noi due adoravamo.
Qualcuno che lo amava ha chiesto a me se il Lele ora è da qualche parte. Che ne so io? Perché lo chiedi a me? E poi… si va davvero da qualche parte? Chi l’ha detto? Come si fa ad affermarlo con tanta sicurezza?
Non lo so, se sei da qualche parte o se proprio non ci sei più: “voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti, che come allora sorridi.

A breve (troppo a breve) andrò a New York, in un viaggio che pianifico da almeno quindici mesi e che sogno da almeno quindici anni.
Il Lele non amava viaggiare, ma so che New York era una delle poche città che lo affascinava. Porterò con me una sua foto e la lascerò là. Nel patetico e stupido tentativo di fargli fare il viaggio che non potrà più compiere.

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Ciao Lele

Ti ringrazio Lele, perché mi hai insegnato che l’amicizia non vuole gesti eclatanti, ma ha bisogno piuttosto delle piccole cose della vita. L’amicizia è come un fiore che va coltivato giorno per giorno, con piccole dosi di affetto quotidiane, con l’equilibrio e la misura che appartengono solo ai giardinieri più bravi. Un fiore, per crescere e creare un seme, ha bisogno di acqua tutti i giorni, non di temporali. Ha bisogno di luce tenue e continua, non di un fuoco che lo bruci. E così è l’amicizia.
Ti ringrazio Lele, perché mi hai insegnato il valore dell’ospitalità. Mi hai insegnato che per stare vicini non serve alcuna occasione, alcuna scusa. “Ci troviamo da me” era il tuo modo per chiamarmi “amico”.
Ti ringrazio Lele, perché mi hai insegnato che l’allegria salverà il mondo. Mi hai insegnato che non si può perdere l’allegria, che l’allegria dimostra che l’uomo è un essere pensante.

Scrive Paulo Coelho che “il Guerriero della Luce non ha bisogno che qualcuno gli rammenti l’aiuto degli altri: se ne ricorda da solo, e divide con loro la ricompensa”.
Adesso, che sei lassù, per favore, aiutaci e spiegaci perché può accadere tutto questo.
Noi da soli non riusciamo a capirlo.

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Verba volant

Le mie parole sono sassi, precisi, aguzzi,
pronti da scagliare su facce vulnerabili e indifese.
Sono nuvole sospese, gonfie di sottointesi,
che accendono negli occhi infinite attese.
Sono gocce preziose indimenticate, a lungo spasimate, poi centellinate.
Sono frecce infuocate che il vento e la fortuna sanno indirizzare.
Sono lampi dentro un pozzo, cupo e abbandonato,
un viso sordo e muto che l’amore ha illuminato.
Sono foglie cadute, promesse dovute,
che il tempo ti perdoni per averle pronunciate.
Sono note stonate, sul foglio capitate per sbaglio, tracciate e poi dimenticate.
Le parole che ho detto, oppure ho creduto di dire, lo ammetto…
Strette tra i denti, passate, ricorrenti inaspettate, sentite o sognate…

(Le mie parole – Samuele Bersani)

Proprio oggi due persone, senza conoscersi neppure lontanamente e muovendo le loro argomentazioni da situazioni ben diverse, mi hanno spinto a riflettere sulla scrittura. Lo faccio con piacere.

Con l’aulica scusa dello “scripta manent”, corriamo a suggellare con la forma scritta ogni intesa ed ogni patto, siano essi di natura contrattuale, organizzativa o di semplice amicizia. Firmiamo contratti scritti, lavoriamo sulla scorta di istruzioni “word”, ci aggreghiamo e ci confessiamo con lunghe e-mail e divertenti sms… Ci siamo convinti che “se non è scritta non vale, se non lo scrivo non mi ricordo”. Siamo caduti rapidamente in una inconsapevole trasumanza: dal “verba volant”, al fugace “scripta manu”, fino all’inevitabile ed irreversibile “scripta tastu”. Conversazioni telefoniche, lunghe chiacchierate, intese di sguardi ed equivoci vocali: eravamo questo. Soli con noi stessi, con le nostre emozioni e con le nostre capacità. Non l’ausilio del ricordo artificiale di una mail antica, non la maschera di un messaggio sibillino. Non avevamo bisogno di archiviare la conversazione, al limite ripetevamo alla nausea gli stessi concetti, pazienza… Non avevamo bisogno di nasconderci dietro l’sms algido, al limite esitavamo una volta, ma la seconda… Parole dette da una voce che suona, pensate da un cuore che pulsa, accompagnate da occhi che guardano, facce e gesti che esprimono. Eravamo questo. Eravamo NOI. Ora usiamo il telefono per scrivere ed il computer per parlare; ci siamo convinti che il nostro “viaggio” ci abbia portato ad un’ambita meta. Io non scrivo più con la penna, esterno ciò che penso attraverso un blog, parlo ai colleghi e agli amici con l’impersonalità della posta elettronica. Non è che con questo viaggio siamo andati indietro?

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La calce del muratore

Un paio di giorni fa è apparso su La Repubblica un articolo-indagine molto interessante. Descrive personaggi molto comuni nella realtà vicina a noi. O almeno, a me è parso naturale pormi delle domande in riferimento a persone che conosco e che saluto abitualmente.
Lo so è lungo, ma non l’ho scritto io quindi… è di facile lettura.

Si drogano per abbattere la fatica. E aumentare la produttività. Tirano cocaina e ingrossano lo stipendio. Si sentono indistruttibili. Sgobbano anche quindici ore di fila in cantiere. Dall’alba fino a sera. Da lunedì a venerdì. Poi, il fine settimana, si devastano nei locali. Ancora polvere bianca, e alcool. Stavolta per sballare. E così l’orologio gira alla rovescia: in giro la notte, a letto, sfatti, di giorno. È il doping dei nuovi muratori. Una generazione avvelenata cresciuta nel Nord onnivoro e opulento, dove il cemento non dà solo da vivere.

È anche un’occasione di riscatto sociale. Cotto e mangiato il sabato sera nei privé delle discoteche del Garda. Uno su cinque, dicono fonti attendibili di medicina del lavoro, ne fa uso. Almeno tra i giovani. Sono manovali dipendenti, ma soprattutto cottimisti: più lavorano, più guadagnano. Tremila, quattromila euro il mese. Abbastanza per pagare le rate della Mercedes. Comprano la “neve” a 30 euro a dose dai marocchini del Carmine, 20 se sei cliente fisso. La scorta la fanno il sabato notte. Nella casbah del centro storico, o alla stazione. Così sono a posto per tutta la settimana. Si alzano dal letto e se la sparano dopo il caffè. Prima di andare in uno dei 15 mila cantieri che si aprono ogni anno nel Bresciano. «Questi nuovi drogati sono il frutto avvelenato della deregulation dell’edilizia – dice Ettore Brunelli, medico del lavoro, assessore verde alla Mobilità di Brescia – . La nostra è un’economia dopata che genera doping. Basta farsi un giro nei paesotti della bassa bresciana. Guardare i macchinoni. E sopra questi ragazzi muscolosi con gli occhi schizzati di fuori. Le stesse facce le vedi all’alba sui furgoncini. Sembrano indemoniati, sembra che vadano in guerra. E invece vanno a costruire case».

Cose che succedono nel quadrilatero del mattone e della coca. Bergamo, Brescia, Verona, Milano. Duecentomila muratori tra regolari e “in nero”. Centoventimila imprese censite. Più le altre, quelle fantasma che servono a riciclare il denaro della malavita siciliana e calabrese. A spremere come limoni gli schiavi apprendisti venuti dal Sud e dall’Est del mondo. Sono sempre sopra le righe questi operai dopati. È come se le loro braccia andassero a batteria. Invece vanno a coca. Movimenti in automatico, accelerati. Energia a getto continuo. Incomprensibile agli occhi dei padri delle costruzioni, i loro nonni, gente tosta venuta su a capriolo, polenta e cemento. Al massimo alzava un po’ il gomito la vecchia guardia del calcestruzzo, ché «un bicchiere di vino non ha mai ucciso nessuno». Calavano dai crinali della Valle Camonica. Prima di loro vedevi arrivare le mani; dei nipoti, invece, noti soprattutto l´innaturale sopportazione della fatica. La tempra artificiale.

Dice Francesco Cisari, segretario provinciale della Cgil: «Il settore è completamente destrutturato. Si lavora con ritmi pazzeschi. C’è un cottimismo sfrenato e così, per essere sempre pronti e in forza, i nuovi muratori usano gli stupefacenti». Aggiunge: «Una volta la piaga del settore era l’alcolismo. Ma quello fiaccava il corpo. La coca invece ti fa sentire potente. In grado di sopportare orari di lavoro massacranti». E anche di produrre danni irreversibili. «I muratori che si fanno di coca sono pericolosi per sé e per gli altri», spiega Maurizio Marinelli, direttore del centro studi sulla sicurezza pubblica, un osservatorio sulle dinamiche impazzite della società. Ma non bisogna stupirsi. «Sono la naturale conseguenza di un territorio malato com’è quello del Nord. Le imprese coi loro profitti gonfiano le banche, e dietro ci sono fenomeni inquietanti come questo», ripete il parlamentare diessino Franco Tolotti.

A Brescia sembra di essere tornati agli anni %u201890, quando dai paesini dell’hinterland, Castel Covati e Travagliato, batterie di carpentieri specializzati salutavano gli amici al bar e partivano per tirare su case in Africa e Iraq. «Lavoravano come matti tre o quattro mesi, poi tornavano e per altri quattro mesi andavano in giro a fare la bella vita, a rovinarsi di droga e alcol», racconta ancora Ettore Brunelli. Come fecero, si suppone, i cottimisti che costruirono il terzo anello dello stadio di San Siro. I Mondiali di Italia %u201890 erano alle porte. Il giorno della paga i poliziotti fecero irruzione allo stadio. Circondarono gli operai mentre venivano saldati dai caporali. Nella buste del salario, assieme ai soldi, trovarono decine di dosi di cocaina e eroina. «Di quella storia non si è più saputo nulla – ricorda Marco Di Girolamo, responsabile di Fillea per la provincia di Milano – . Ma di certo segnò una pagina oscura nel nostro settore». Sono passati sedici anni. È come se il Nord avesse fatto di colpo un passo nell´800. Allora erano i governi che pianificavano la distribuzione della cocaina ai soldati e agli operai delle fabbriche per aumentare la produzione. Oggi sono i padroncini che si fanno di roba. Autonomamente. Per girare con il portafogli gonfio. «È anche un problema di identità. La coca per i muratori è una forma di partecipazione sociale. Come dire: ci sono anch’io». Caterina Gozzoli insegna psicologia del lavoro all’università Cattolica di Brescia e di Milano. Lei parla di modelli sociali da inseguire. «Non è solo questione di soldi. È l’emarginazione cui ti costringe la società se non stai al passo. Diventa un circolo vizioso».

Nel cantiere dei muratori drogati ognuno lavora per tre. La mente si spegne come un grande interruttore. Si sentono solo i rumori dei macchinari. L’abbaio assillante del martello pneumatico. Gli affondi della ruspa che rovista nel fango. Loro, gli operai, farebbero a meno anche del panino. Dicono che della “schisceta” non ce ne sarebbe nemmeno bisogno. Hanno occhi sbarrati o mobilissimi. Le parole che s’infrangono una addosso all’altra. Un dialetto torrenziale balbettato in fretta. «Mica perdiamo tempo noi», dice in bresciano stretto toccandosi i bicipiti tatuati un uomo sulla trentina che si chiama Leo mentre impasta la malta in un cantiere di Castenedolo. Chiedergli della droga sul lavoro è un boomerang: «Queste cazzate tenetele per voi che è meglio».

I suoi colleghi di mattone li puoi incrociare la mattina all’alba. Sulle strade provinciali che tagliano le campagne di Orzinuovi e di Chiari, che seguono il corso del fiume Mella indicando la via del lavoro alle utilitarie e ai Transit con su la manovalanza. Oppure nell’immensa cintura di Milano coi suoi 55 mila operai, quasi tutti pendolari bergamaschi. E certo nella placida bassa bergamasca, che non ha niente a che vedere con le valli dove negli anni %u201880 era l’eroina era l’estrema via di fuga dal mal di montagna. «Molti incidenti sul lavoro, o per strada, oggi coinvolgono muratori che hanno assunto stupefacenti – dice Alessandro Fusini, segretario Fillea della Cgil – . Fanno in una giornata quello che uno farebbe in due giorni. Magari lo fanno male, ma lo fanno. E se sopra di loro non hanno capi, se sono lavoratori autonomi, fanno quello che vogliono. Non devono rispondere a nessuno». Nemmeno al loro corpo.

(“I muratori che tirano coca” di Paolo Berizzi, da “La Repubblica” del 20 settembre 2006)

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La ragione della religione

Ho letto integralmente (e lo sconsiglio a chiunque non abbia parecchio tempo a disposizione) il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI. L’ho fatto per capire, senza condizionamenti o filtri mediatici, quale fossero le reali parole pronunciate dalla bocca del Pontefice e quale fosse il senso generale del suo discorso. L’ho fatto per verificare se palesemente, o almeno tra le righe, vi si potesse scorgere un attacco all’Islam e alla dignità degli islamici.
Il lunghissimo intervento è una dissertazione filosofica piuttosto complessa sull’eterno rapporto tra religione e ragione. Con mille ragionamenti, sviluppati e condotti in una giungla di tesi ed antitesi, Razinger arriva alla conclusione della necessità del dialogo razionale tra le religioni, giacché la “non ragione” è di per sé contraria alla natura divina.
L’ampia esposizione utilizza come espediente introduttivo la richiesta, contenuta in una testo medioevale, fatta dall’imperatore bizantino Manuele II ad un erudito persiano: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. Egli premette che la frase appartiene ad un resoconto di parte, ovvero avverte l’ascoltatore che il testo in questione non si preoccupa di raccogliere le osservazioni del persiano. È tuttavia uno spunto per iniziare un dissertazione sulla necessità di contemplare la ragione tra le prerogative della cultura religiosa.
Ora, la reazione del mondo islamico per le parole del Papa appare evidentemente non sproporzionata, ma addirittura insensata. Non vi è nessun attacco, trattandosi di una semplice citazione (peraltro efficacemente illustrata) necessaria ad aprire una conferenza riguardante tutt’altro concetto. Vi è di più. Il lungo ragionamento che sfocia nell’appello al dialogo interreligioso dovrebbe far intendere il contrario: non un attacco, bensì il riconoscimento dell’importanza del dialogo stesso e la disponibilità a parteciparvi.
L’Islam ha bisogno di pretesti, è chiaro. Ma cucirsi la bocca per non offrire il fianco, o rettificare ogni parola contestata, non può essere la soluzione al problema. Se poi un pontefice deve giungere a giustificare quello che “non ha detto”, è chiaro che il limite della ragionevolezza è stato abbondantemente oltrepassato. È se le parole di Razinger suonano come un affronto, una mancanza di rispetto alla fede musulmana, che dire delle uccisioni e del terrore seminato dall’altra parte? Si tratta forse di un atteggiamento congruo o quantomeno di una reazione commisurata?
Continuerò a dirlo: la soluzione può venire solo dall’Islam stesso, poiché il dialogo si fa in due. Se uno dei due interlocutori non vuole conversare, il secondo potrà sforzarsi fino allo strenuo delle forze, ma resterà per sempre a parlare da solo.

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