Mastella e i panni sporchi

Ho sempre avuto un’avversione razziale per il Ministro Mastella. Leader dell’Udeur e dell’equilibrismo politico, il Nostro si è sempre caratterizzato più per il trasformismo performante che per le battaglie politiche tout court. Se la classe politica italiana soffre di un cronico attaccamento alla poltrona, possiamo dire che Mastella cura con la colla il proprio malessere, finendo per essere un tutt’uno con la poltrona stessa. Comoda o scomoda che sia, l’importante è stare seduti.
Colpevole quanto e più di lui, è chi negli anni gli ha garantito spazio e vita. Con la manciata di voti dei suoi parenti è arrivato a capo di uno tra i più importanti dicasteri: in pochi sono riusciti meglio. A chi ancora non crede all’idea della casta, chiederei di spiegare la vita politica ed i meriti che hanno portato Mastella nel salotto delle istituzioni.
È di qualche mese fa la firma che ha acceso la fiamma dell’indulto, a dimostrazione che i piromani, se si alzano dalla poltrona, possono fare ancora peggio. Clemente nel nome, e un po’ troppo nei fatti.
Nei giorni scorsi, la puntata-inchiesta di Annozero ha palesemente screditato l’operato del Ministro, intento ad insabbiare le indagini scomode, più che a ricercare la Giustizia che dovrebbe presiedere. Giudici troppo curiosi allontanati dalle indagini allorquando arrivano a bussare alle porte sbagliate. Le controcampane della trasmissione non sono riuscite a confutare un solo argomento delle tesi accusatorie. Capitola la reputazione del Ministro e con lui quella della casta di governo. Ma l’indomani Mastella tuona e chiede provvedimenti contro Santoro, pena la sfiducia al Cda della Rai: robe da regime. Robe da totalitarismo imbavagliante. E Prodi, sulla stessa falsariga, appoggia il Suo Ministro. Lo stesso Prodi che aveva pianto lacrime quando la Banda Berlusconi, in una sorta di epurazione di sistema, aveva soffocato la voce di Santoro, oggi razzola peggio. Se allora fu un atto antidemocratico e dittatoriale, perché mai oggi dovrebbe essere lecitamente accettabile?
La verità è che le coscienze sono sporche, tutte quante, e questo spinge i politici a sopprimere i promotori della pulizia. L’impressione è che ancora una volta i panni si laveranno in famiglia. Mentre fuori, in cortile, si vedrà il solito bucato bianco, ben steso ed immacolato a prendere il sole.

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Nel cielo d'Irlanda

Oh Irlanda, non sei forse così maestosa come una sposa riccamente adornata?
E con tutto il mio amore represso nel cuore, ti dico addio!
(J. Locke)

Nell’animo mi sono sempre sentito profondamente irish. È vero, e qualcuno lo ha già obiettato, che sono un tipo molto british. Il fatto è che sono british fuori, nel modo di apparire e di approcciare la vita. Il distacco, l’ironia e quella fastidiosa aria di superiorità non sono forse tipicamente inglesi? Ma nel sentimento, nella malinconia e nella romanticità delle parole, nell’amore per la genuinità e per la tradizione, nell’affetto verso le piccole gioie della vita e dell’amicizia… io sono irish, fino in fondo.

Riempie lo spirito, percorrere i prati e abbandonarsi alla frescura dell’aria. Perdere lo sguardo nel cielo che s’inventa un grigio mai visto, e poi respirare profondamente con la sensazione ancestrale di aver attinto ad un nettare divino. Parlare col mare e col suo impetuoso blu, per condividere la gioia e le tristezze, nel turbine inequivocabile di percepire una risposta. Percorrere le strade strette e ricurve è come entrare nella dimensione folle di un vortice che non ha tempo, dove lo spazio sembra infinito e la libertà diventa l’unica forma di natura. Guardarsi negli occhi nella vastità demarcata di un affollato pub, ascoltare il silenzioso suono del suo frastuono, che solo le situazioni magiche sa regalare. Questa è stata per me l’Irlanda, un viaggio di sensazioni e percezioni che hanno appagato la fame del mio spirito.

Mercoledì – La pioggia di Bergamo è mandata dal destino, le gocce sui vetri dell’aeroporto sembrano una somministrazione omeopatica per adattare i nostri spiriti alla transumanza d’oltre confine.
Dall’alto, la foce del fiume Shannon apre le sue braccia d’acqua al nostro arrivo, mentre un timido sole fa capolino tra le nuvole cariche di grigio.
Le prime foto sono tutte per i resti della Quin Abbey, uno dei tanti conventi francescani nati nel tardo medioevo e distrutti dal trascorrere del tempo. Acclimatati nel vicino pub di fronte ad una Smitwick’s rossa, ci avviamo verso Knappugue Castle, perfettamente anonimo nel suo genere. Virata verso nord ovest. Sulle sponde dell’Atlantico, dove le terre calpestate da arrembanti bovini si ergono veementi sul mare cobalto, incontriamo la bellezza più esclusiva del viaggio, le Cliffs of Moher (foto sotto). Enormi scogliere a picco sull’oceano, che mozzano il respiro e richiamano subitanee la grandezza dell’Onnipotente. Si ha subito l’impressione di aver toccato l’apice del viaggio. Guardo gli occhi Giorgio inebriati da tanta grandezza e gli chiedo: cosa può esistere di più grandioso?
Serata nel piccolo e suggestivo villaggio di Doolin.

Giovedì – Ci svegliamo guardando il mare e la sparuta manciata di case che sovrasta il litorale. Abbandoniamo da subito l’idea di raggiungere le isole Aran, poiché il tempo troppo spesso impone delle scelte. Le isole sono famose anche per i maglioni di lana grezza e si racconta che le mogli dei pescatori li fabbricassero per i mariti con ogni sorta di fantasia, in modo che se fossero stati inghiottiti dall’impeto del mare, sarebbe stato facile riconoscerne i corpi anche dopo molti giorni di deriva. A Sud di Galaway, incontriamo il Dunguaire Castle, che riporta alla mente il seducente Eilean Donan, a nord di Edimburgo.
L’ingresso nel Connemara segna l’approdo ad una nuova dimensione. Paesaggi incantati e colline rosse, intervallati da laghi di lapislazzuli e cumuli di torba. Qualche casa qua e là ci ricorda che siamo ancora in un pianeta di umani.
Entriamo nella fortezza di Aughanure Castle, lambita dai raggi del sole e dai vasti prati. Un cane da caccia scorazza tra i muretti a secco, regalandoci un’altra immagine dell’Irlanda che t’aspetti.
Sull’oceano, la spiaggia caraibica di Lettermullan ci fa passeggiare sui coralli: è stupefacente vedere la mutevolezza di questi luoghi. La serata scivola nei pub di Galaway, tra le vie colorate, la musica dei violini e le buone birre. La città che ospita il Festival internazionale dell’ostrica non può esimerci dall’assaggiare il piatto locale. Troppo azzardato l’abbinamento con la Guinness, ma paese che vai, usanza che trovi…

Venerdì – Restiamo delusi dal consiglio della guida sul paesino di Adare. Quattro tetti di paglia non possono costituire “il villaggio tipico dell’Irlanda”. Tutt’altra sensazione di fronte alle rovine del convento domenicano di Killmallock, dove l’eterno connubio tra i grigi della viva pietra ed il verde dei pascoli rigogliosi appaga anche gli sguardi più esigenti. La cena è a Killarney, con uno splendido filetto al sangue, mentre si gufa contro i cugini gallesi, impegnati in un match di rugby contro le Isole Fiji.

Sabato – Iniziamo il Ring of Kerry, percorso obbligato per chi visita le coste gaeliche, consapevoli che le nostre deviazioni dall’itinerario standard accresceranno lo spessore del viaggio. La vasta baia nei pressi di Glenbeigh sembra uscita da una pubblicità. Qui l’oceano non ha né limiti, né traguardi e ti senti piccolissimo nel bel mezzo dell’immensità. Poi le strade ad arco ci scagliano come frecce impazzite verso panorami inesauribili. La costa frastagliata nasconde a tratti insenature riparate o manipoli di case bianche, mentre altre volte mostra isolette lontane ed inarrivabili.
Spossati ci buttiamo nel centro di Cork alla ricerca di una sistemazione, ma il traffico caotico e la scarsa disponibilità di alloggi ci fanno desistere presto. Stremati, ripieghiamo verso sud, ancora una volta ascoltando il richiamo del mare. Kinsale, abbarbicata attorno al suo porticciolo è la più classica delle cittadine marittime. E metaforicamente rientriamo a riposare nel nostro porto, dopo una lunga giornata di furiosa bufera.

Domenica – Rapida visita ancora all’abitato di Kinsale, capitale gastronomica d’Irlanda e teatro di una storica battaglia tra Irlandesi ed Inglesi. Il vicino Charles Fort, fortezza seicentesca tra le meglio conservate d’Europa, dona all’atmosfera un accattivante tono militare con bellissimi panorami e una mordente decadenza. Veloce passeggiata nell’insipido centro di Cork e visita alle carceri del Cork City Goal completamente al di sotto di ogni attesa. Riprendiamo la marcia attanagliati dalla delusione.
Nel paesino di Cahir, prima di scattare qualche foto al castello, ci concediamo la sfida di rugby Irlanda – Argentina, in mezzo al tifo degli abitanti locali. Il pub che trasuda di birra e di passioni ci ospita con affetto ed orgoglio. La sconfitta della nazionale non intacca l’entusiasmo e la gioia dei supporters. Il terzo tempo, da giocare tra pinte schiumose e frasi strampalate, è un’emozione senza eguali.
A Cashel troviamo velocemente un’ottima sistemazione, proprio ai piedi della rocca che visiteremo l’indomani.

Lunedì – Rock of Cashel si erge maestosa sopra l’omonimo paese. Le mura circondano quel che rimane della fortezza e dell’abbazia. In mezzo all’imponenza degli edifici del potere, una piccola cappella romanica si ritrova circondata da tombe e croci celtiche. Uno sguardo d’insieme è l’ennesimo ricordo del furore di Cromwell.
Nel pomeriggio deviazione inutile al monastero di Kell, poi arrivo a Kilkenny. L’ennesima sosta al pub ci preclude l’accesso al castello. Solo la buona musica della sera ci ripagherà dello scotto subìto.

Martedì – C’è tempo solo per una fugace visita al monolite più grande d’Europa (il Browne’s Hill Dolmen), tanto grande quanto deludente, e per fare due passi nell’ormai conosciuto quartiere di Temple Bar a Dublino.
Il cuore è carico di colori, odori ed emozioni. Resterà praticamente tutto.

Cliffs of Moher

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Dopo un anno

Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.
Da quando sei partito, c’è una grossa novità:
l’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va.

(L. Dalla – L’anno che verrà)

Un anno. È difficile immaginare che due amici affiatati possano restare separati per un intero anno. È difficile rappresentarli distanti per tanto tempo, senza che possano vedersi o sentirsi, senza che riescano a parlarsi o almeno a scriversi.
Se questo accadesse, cioè se potessi rivederti dopo un lungo anno, rincontrandoti ti chiederei innanzitutto che razza di fine hai fatto. Conoscendomi, ancor prima di rivolgerti il saluto, mi scaglierei polemico contro di te, ti attaccherei chiedendoti come hai potuto permetterti di partire senza avvisare, senza spiegare, senza salutare. Quale viaggio può mai giustificare il silenzio nei confronti dell’amico che resta? Anche il viaggio più strano, o il più corto, contempla dentro di sé un momento di congedo da chi resta. Semplicemente perché per arrivare da qualche parte, occorre partire da qualcosa o da qualcuno.
Litigheremmo probabilmente. Orgogliosi e permalosi, entrambi scaglieremmo le nostre insicure scuri contro lo sterno fragile dell’altro. Vicendevolmente ci percuoteremmo a suon di voraci ironie, spietatamente, consapevoli che la parola ferisce molto di più di qualsiasi gesto, anche del più eclatante.
Poi, meditando e rimuginando, accantonerei l’ira e la collera e come sempre farei il primo passo. Sarei curioso, ti chiederei dove sei stato, che cosa hai visto, che cosa hai fatto. Certamente per te, che viaggiavi poco, sarebbe un insopportabile interrogatorio. Ma racconteresti, ne sono certo, con l’aria stanca di chi ha continuato nell’abitudine di sempre, orgogliosamente attento a narrarmi i momenti salienti, evitando gli insolenti ed inutili dettagli, che fanno d’ogni racconto una noiosa litania.
Torneremmo a parlare di ristoranti e soprattutto di grandi vini rossi. Nell’eterno dibattito se un cabernet barricato possa mai raggiungere i livelli del Tancredi siciliano, forse arriveresti a darmi una risposta. Mi piacerebbe tanto sapere se mentre eri via hai ascoltato l’ultimo disco di Van De Sfross; certamente mi stupiresti. Ricordando qualcuna delle sue splendide frasi dibatteremmo a lungo sul significato da dare a quelle metafore: semplice saggezza popolare o filosofia di vita, tangibile nel quotidiano?
Vorrei chiederti dove hai festeggiato l’ultimo compleanno, dove hai seguito la finale di Champion’s e perché al sabato sera hai smesso di uscire con noi.
Dopo un anno, invece, sono costretto a rimandare ogni domanda. Nell’assurda speranza di riuscire un giorno a trovare delle risposte.

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La volta buona?

Che sia la volta buona? Non lo so.
Sto ascoltando Ballarò ed il tema della puntata è la mala politica, la sua casta e i suoi costi, lo scollamento con la società civile, vittima, quest’ultima, delle sue domande che restano sempre più senza risposte. Il terremoto Grillo entra in tv, in prima serata. Non credo ai miei occhi ed alle mie orecchie.
I politici si arrabattano, da destra a sinistra, cincischiano, rispondono in politichese, circuiscono il problema. Fanno giochi di prestigio, nascondendo le carte e cercando d’imbonirsi il pubblico. Partono sconfitti. Non ammettono, ma fantasticano. Non sanno che così facendo notificano le loro colpe, che col qualunquismo si audenunciano, che col populismo mostrano che i loro inquisitori hanno ragione.
Io per natura vedo solo i bicchieri mezzi vuoti, ma mi piacerebbe tanto che il sistema iniziasse davvero a traballare. Che fosse davvero la volta buona.

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Più voce al Grillo parlante

Turba ed oltremodo sconcerta la reazione unisona della classe politica di fronte all’iniziativa del V-day promossa da Beppe Grillo e dal suo entourage. I distinti signori delle stanze dei bottoni, che non trovano l’accordo sulle riforme economiche per sanare un paese malato, che litigano sulle priorità da perseguire, che affondano i colpi delle offese e delle calunnie su ogni questione, che litigano sempre ed ovunque, senza mai raggiungere una sintesi proficua e soprattutto condivisa, oggi pervengono all’epico e lesto accordo di una posizione comune contro la protesta popolare che il V-Day ha impietosamente sollevato. Non sanno darsi una legge elettorale, né trovare una ricetta condivisa per la disoccupazione, per il debito pubblico, per lo sviluppo, ma sanno trovare un’intesa veloce contro chi mina la loro credibilità ed i loro privilegi. Parlano all’unanimità di antipolitica.
E invece no. La proposta di legge popolare per un Parlamento pulito è quanto di più vicino alla politica ci possa essere. Se l’etimo delle parole ha ancora un qualche significato, allora politica altro non è che l’attività del cittadino finalizzata al bene pubblico. Cosa c’è dunque di più concretamente politico di una proposta di legge avanzata da trecentomila cittadini? Cos’è più politico di tutto questo? Le leggi ad personam, la querelle sulle candidature di una partito che non esiste, i fanghi dei pubblici appalti, l’occupazione dell’informazione pubblica o il nepotismo delle istituzioni?
Questa non è un battaglia contro i mulini a vento, né lo svolazzamento scialbo di bandiere utopiche o contestatrici. Non è la solita “protesta contro”. Non sono i no-global, i pacifisti o i secessori di turno. Questo è un passo tangibile e bene circoscritto, che senza informazione di supporto ha raccolto un consenso ampio e vigoroso. È una proposta, non solo una protesta.
Ci siamo trovati d’accordo sui mali della classe dirigente, ed il ceto dirigente stesso si è sempre mostrato ipocritamente concorde con la società civile, allorquando ha dovuto riconoscere i drammi della mala politica. Dalle parole ai fatti. È opinione condivisa (tra gli altri citerei Sartori) che l’unico modo per scardinare il sistema attuale sia quello di colpire direttamente il Parlamento. Negare l’accesso dei condannati, ridimensionare il mandato e riprenderci il diritto di eleggere direttamente i nostri rappresentanti non è una battaglia di parte, ma un’obiezione di senso civico.
Io non vedo altre strade. Se potete, date voce a questo Grillo parlante.

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Festivaletteratura 2007, secondo tempo

Andrea Vitali ha il dono del racconto. Senza fronzoli o bizantinismi strani, riesce ad infondere serenità e gusto antico attraverso l’aria della sua narazione. È piacevole ascoltarne il tono pacato e vagamente retrò; l’atmosfera magica del lago di Como regala alle sue parole la perfetta enfasi del fascinoso tempo passato.
Parla, Andrea Vitali, e racconta le finzioni e le macchette che in riva al lago hanno avuto la forza e la fantasia di nascere. È ironico, sottile, rassicurante. Ha l’eloquio dei libri più belli, quelli che stanno sul comodino e che quando li apri ti trasportano rassicuranti nel sonno più pacifico.

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Festivaletteratura 2007, primo tempo

Se mi chiedeste di scegliere un intellettuale nel quale identificarmi, relativamente al pensiero politico, senza dubbio vi risponderei che Giovanni Sartori incontra alla perfezione il mio credo.
Ascoltarlo al Festivaletteratura è stato semplicemente ammaliante. Permea di cultura, di acume, di intelligenza. Difficile non lasciarsi emotivamente trasportare dalla sua “mira” politica, impossibile rimanere indifferenti alla sua simpatica verve.
Sarà che gli argomenti nel piatto, ovvero la teoria politica ed i tecnicismi istituzionali, sono per me pane da divorare, ma ascoltare le sue parole mi stringe la coscienza.
Una di quelle persone con le quali parleresti per ore. Invece, c’è solo il lampo di una battuta. “Professore, mi fa una dedica sul libro?” “Oh…vvia! La dedica no, mi pare un po’ toppo. Al massimo una firma”.

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Grilli voltesi

Non collaboro personalmente all’iniziativa, anche se mi sarebbe piaciuto farlo. Apprendo solo ora quanto accadrà domenica a Volta, quindi posso solo provvedere, nel mio piccolo, a divulgare la pregievole iniziativa.
Volta Mantovana aderisce al Vaffanculo-Day proposto da Beppe Grillo. Per chi volesse saperne di più… www.grillivoltesi.it

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Occhio alla pompa

So di scoprire l’acqua calda. So bene che molti di voi sono arrivati da anni alle conclusioni che incontrano oggi la mia tardiva sorpresa. Come so bene che molti altri resteranno indifferenti alle mie annotazioni, ritenendo il consiglio banale o scarsamente utile.
Solo da qualche mese ho iniziato a guardare con spirito critico i prezzi dei distributori. Fino a poche settimane fa mi bastava utilizzare il self service, dove il rifornimento in genere costa meno, ed affidarmi alla compagnia che restituisce i “punti” in contante, in luogo degli usuali bollini pro borsone cancerogeno, ombrello multiplastic o cappellino da Topo Gigio.
Mi sono invece accorto che in molti casi le differenze tra un distributore e l’altro sono piuttosto consistenti. All’interno della stessa compagnia (ad esempio tra un distributore Agip di Valeggio ed uno di Goito) si arrivano a risparmiare anche più di 5 centesimi per ogni litro di gasolio. Per un rifornimento di 50 litri ci possono dunque essere differenze di 2,5 – 2,7 €. Ipotizzando di fare circa 750 km con 50 litri di gasolio, per una percorrenza di 30000 km annui, si arriverebbe ad un risparmio superiore ai 100 €. Non è pochissimo.

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Il salto per l’asta

Questa sarà una notte insonne. La più bianca di tutto l’anno. Una di quelle notti che prevedi già ad occhi sbarrati, senza possibilità di preventiva revisione, o di recupero almeno parziale. Cambiarne il destino sarebbe come chiedere alla pioggia di non cadere o ai terremoti di non far tremare la terra.
Nulla a che fare con l’insonnia alla vigilia di una vacanza o con la digestione post pizza di Carmelo. La notte che precede l’asta del fantacalcio è per sua stessa natura notte di dubbi e di interrogazioni. Banali, retorici, filosofici. La strategia messa a punto viene messa in discussione per almeno un paio d’ore, senza peraltro raggiungere un’alternativa soddisfacente. Ci si alza almeno tre volte per controllare se i documenti stampati siano esaurienti ed abbastanza “criptati”. “Il pupillo segreto vale davvero la candela?”, “Il portiere?… cazzo il portiere me lo fregano di certo, cosa faccio?”
Le domande incalzano e l’ansia cresce, facendo dimenticare il sonno ormai perso. Poi verso mattina mi chiedo “chi me lo fare”; allora mi insulto e guardo l’orologio alla luce dell’alba ormai prossima. Non ho dormito, senza motivo.
Ma siamo bambini. Ed i bambini, si sa, di notte dormono poco.

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