La tragedia è il condono

Ischia, quattro morti in una frana. Si scopre già dalle prime indagini che tra le concause dello smottamento vi è l’errata o eccessiva cementificazione del versante crollato. Abuso edilizio si dirà poco dopo. Oltre diecimila domande di condono all’interno della sola isola.
Ma se non c’è controllo sulle concessioni e sugli abusi in luoghi come Ischia, dove altro dovrebbe esserci? Se non si tutelano i “paradisi” ambientali, quali altri territori pensiamo di salvaguardare? La tragedia che ha coinvolto le quattro vittime e le loro famiglie è terribile, ma ancor più terribile è lo scempio del territorio, perché coinvolge un numero infinitamente più grande di individui. E perpetrare nelle politiche del condono, figlie di una cultura criminale, è, se possibile, ancor più tragico.

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Quel 24% che non capisco

La Cassazione oggi ha confermato la bontà degli scrutini elettorali, approvando ufficialmente e definitivamente la vittoria, seppur stringatissima, da parte dell’Unione e di Romano Prodi. Si può dunque dibattere con serenità e certezza a proposito dei risultati delle politiche 2006.
Ho compreso benissimo le motivazioni che hanno spinto metà degli italiani a votare per il centrosinistra. Comprendo altrettanto bene le ragioni che hanno portato l’altra metà a votare per il centrodestra. Visto che ci si aspettava una vittoria più netta da parte dell’Unione, è forse l’analisi delle preferenze alla CdL a meritare più attenzione, a richiedere una spiegazione più articolata.
È comprensibile la percentuale raccolta da Alleanza Nazionale. Chi si sente più o meno profondamente ispirato ai valori della destra, difficilmente poteva affidarsi alla sinistra. Men che meno a questa sinistra. Anche chi è rimasto deluso dall’esperienza del governo uscente, se animato da un cuore a destra, ha probabilmente deciso di estremizzare il proprio voto, appoggiando AN e fornendo un supporto meno diretto al Cavaliere.
È comprensibile la percentuale raccolta dall’UdC. Moderati di destra, cattolici impauriti dallo spettro comunista, “folliniani di secondo pelo” (ossia moderati di centrodestra che hanno capito col tempo che Berlusconi è un debito, non una risorsa) non potevano che confluire nei proseliti di Casini.
È comprensibile la percentuale raccolta dalla Lega. L’elettore del Carroccio ha due sole esigenze: il federalismo (meglio se fiscale) e la lotta all’immigrazione (clandestina o meno). Gli stanno a cuore solo questi due temi e relega tutto il resto nel contenitore della bassa priorità . Se trova risposte su questi argomenti, allora è disposto ad accettare qualsiasi compromesso, ovvero ad appoggiare chiunque. Potrà definirsi visione limitata, oppure visione efficace. Ma tant’è, il risultato non cambia.
Ciò che non mi risulta comprensibile è l’altissima percentuale raccolta da Forza Italia. A parte coloro che credono ciecamente nell’opera del Cavaliere e nella sua leadership carismatica (sempre più in via d’estinzione), chi altri ha votato per Forza Italia? Non le persone appartenenti all’autentico pensiero della destra, non gli estremisti, non i moderati cristiani e/o democristiani. Per tutti costoro ho già elencato le naturali case di appartenenza, gli approdi più ovvi. Ma allora perché un elettore su quattro ha preferito il partito di Berlusconi, facendone il primo movimento italiano? Seriamente, ed oltre ogni polemica, sarei grato se qualcuno mi spiegasse chi ha formato quel famoso 24%.

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Abbiamo perso tutti

I giornali titolano “Italia spaccata in due”. Ed effettivamente le percentuali di voti pressoché identiche tra i due schieramenti danno esattamente questa immagine. Un paese schierato su due file, uguali per numero e dimensione, opposte per forma e sostanza. Non c’è nulla di strano. Nelle democrazie moderne, gli schieramenti si affrontano e si battono, anche per manciate di voti. Le maggioranze si alternano e si sostituiscono. Laddove le distanze sono risicate, chi governa viene giudicato effettivamente per quanto di buono produce, o bocciato se sbaglia. Anche se sbaglia poco. Al suo posto succedono altri, che subiranno lo stesso spietato, giusto giudizio Si chiama democrazia dell’alternanza ed in situazioni normali è un fattore vincente, un elemento di ricchezza, una peculiarità rara e da preservare. In una sorta di principio darwiniano, giocando sul filo del rasoio e rincorrendo ogni singolo voto, i candidati migliorano le prestazioni, rispondono meglio alle domande degli elettori, sono più propensi a fare il bene comune. Tutto questo in situazioni normali, come dicevo… in Italia no.
Quanto è accaduto segna la sconfitta del paese, non la sua maturazione. Abbiamo perso tutti, semplicemente per questi motivi.
L’abominevole sistema elettorale (sapete che sostengo il maggioritario da tempi non sospetti) ci ha consegnato un parlamento spaccato, ci ha impedito di avere una maggioranza. Peggio, ci ha impedito di avere governabilità . Ci ha restituito una bipolarità falsa, spuria. Inutile.
Il centrosinistra non sarà in grado di governare. Potrà tirare a campare, potrà riuscire a confezionare una finanziaria, ma non produrrà alcuna grande riforma. Non farà alcun cambiamento in materia di diritti civili (per il blocco della sua componente cattolica), non farà riforme liberiste (per il blocco della sua parte più estrema), non riformerà la costituzione, non riformerà la scuola e probabilmente nemmeno la giustizia, non produrrà grandi opere e di fronte alle scelte di politica estera dovrà elemosinare i voti ovunque. Sono note le sue divisioni intestine, croniche, inevitabili. Con questi numeri il centrosinistra appassirà in un lento gioco di veti incrociati. Una maggioranza risicata per il centrodestra avrebbe forse portato a qualche risultato migliore (in termini di quantità e forse anche di qualità ) bloccando evidentemente le spinte più egoistiche e personaliste (leggi ad personam od obbrobri infrastrutturali) in favore di qualche argomento più largamente condiviso. Ma, più probabilmente, sarebbe cambiato poco.
Il mio timore è quello dunque che l’Italia affronti le prossime sfide, nazionali ed internazionali, sotto una campana di immobilismo cronico. Importa chi sta al governo, certo, ma importa ancora di più mettere in movimento il nostro paese. Temo insomma, che tra un anno ritorneremo sventuratamente a votare. Sarebbe un pesante passo indietro, in un passato che speravamo di avere superato.

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I candidati che vorrei

Qualche sera fa ho osservato con estrema attenzione il confronto tra i due candidati premier alle imminenti elezioni politiche. Lascio ad altri l’analisi ed il commento dei contenuti espressi, delle promesse e delle accuse, limitandomi a fare un’osservazione di forma, più che di sostanza.
Dal loro “faccia a faccia” ho avuto ancora una volta la conferma di una tesi diffusa (non solo mia, per carità ) che sostengo da tempo. Ovvero che entrambi i candidati siano inadeguati oggettivamente e soggettivamente a ricoprire il ruolo capo-coalizione e quindi di ipotetico primo ministro.
Berlusconi rappresenta il partito più grande del centrodestra, ma Forza Italia non ha mai effettuato un’elezione all’interno di un proprio congresso. Il suo potere deriva direttamente da se stesso: questa sarà pure un’unzione lecita, ma di certo non democratica.
Prodi non rappresenta alcun partito. E’ stato impalmato come leader di una coalizione, operazione che con il sistema elettorale proporzionale lascia un po’ il tempo che trova. Al contrario del suo dirimpettaio, è stato eletto dal popolo del centrosinistra, tra una schiera di possibili candidati. In questa schiera che si presentava alle primarie dell’Unione mancavano Fassino, D’Alema, Rutelli, e molti altri… Alla farsa delle primarie si è cercato il plebiscito per un candidato già candidato. E plebiscito è stato.
Sul piano soggettivo, ovvero legato più strettamente alle peculiarità della persona, Berlusconi appare inadeguato soprattutto perché non è un politico. Questo dettaglio spesso coincide con una qualità , ma nel suo caso l’incombenza degli interessi extra, quelli personali, cozza troppo con quelli dell’azione di governo. Sappiamo che il problema è vecchio e noto. Rimane tuttavia anche attuale. Sfuggendo all’etichetta di politico di professione poi, sfugge anche ad ogni regola e protocollo che la politica richiede. Esternazioni, superamento di limiti, imposizione di ordini sono gli esempi più lampanti. È sostanzialmente cosa altra, rispetto al candidato ideale.
Soggettivamente Prodi è certamente più idoneo, benché la sua difficoltà a comunicare, a fare sintesi e la sua “a-politicità ” (uomo che ha frequentato i salotti dell’economia, non quelli della politica attiva) non lo rendano il modello completo del premier perfetto.
Indipendentemente dalle posizioni ricoperte e dalle idee professate, ritengo che Fini e Fassino sarebbero candidati più naturali a rappresentare le rispettive coalizioni. Politici scafati e capaci, radicati nel pensiero delle proprie parti e prototipi chiari di centrodestra e centrosinistra. Non vie di mezzo, non prestanome, non “belle facce” da rappresentanza, non premier per se stessi.
Questi sono i candidati che vorrei. Per lo meno non si darebbero l’un l’altro dell’idiota o dell’ubriaco.

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Quale aliquota

Impazza nella campagna elettorale il tormentone sulla tassazione delle rendite finanziarie. L’accusa di un pericolo “new tax” sembra l’argomento più interessante ed importante sul quale incentrare ogni dibattito pubblico. Accusa e difesa sembrano concordare sulla imprescindibile centralità del problema.
Esistono due modi tradizionali per fronteggiare le necessità economiche nell’amministrazione di uno stato: il primo contempla il taglio delle spese (non ultime quelle sociali) e comunemente guida le politiche della destra; il secondo prevede l’aumento delle imposte e fa riferimento, in genere, al pensiero che ispira la sinistra.
Dalla presunzione di quest’ultima linea di governo, il centrodestra ha ipotizzato che i tagli del cuneo fiscale annunciati da Prodi non potessero non scaturire da una nuova imposta sulla rendite finanziarie. Il fatto poi che la parte più estrema del centrosinistra concordi da tempo su questa posizione, annunciando in ogni occasione detto intento, ha gettato ulteriore benzina sul fuoco della polemica.
Ma come stanno attualmente le cose? Per il momento i redditi in questione sono tassati in Italia con due aliquote diverse. Su depositi, conti correnti bancari e obbligazioni inferiori a diciotto mesi vi è una imposta sostitutiva del 27%. Sulle rendite derivanti da titoli di stato, buoni postali, obbligazioni superiori a diciotto mesi e azioni l’aliquota è del 12,5%. Le ipotesi sul tavolo sono dunque quella di uniformare le aliquote con una percentuale media (23%?), o di elevare a 27% anche l’aliquota più bassa. Oltre ovviamente alla possibilità di lasciare tutto invariato.
Nell’Unione Europea alcuni paesi come Gran Bretagna e Slovenia applicano un’imposizione ordinaria, ovvero personale e progressiva sul reddito. Altri, come Francia e Germania utilizzano aliquote uniche. In genere sono più alte del 20%, ma esistono parecchie casistiche di esenzione rispetto all’Italia. Nell’Europa del Nord (come sempre… più “avanti”) l’aliquota sui redditi di capitale è la stessa applicata nell’imposta personale progressiva sul reddito.

Da un lato dunque l’accusa del centrodestra, che sostiene la “deleterietà ” di un aumento d’aliquota nei redditi di capitale. Questo affosserebbe gli investimenti in titoli (anche di Stato), paralizzando Stato e Società quotate, oltre ovviamente a penalizzare i risparmiatori: gravarli di tasse maggiori non giova alla ripartenza. I capitali fuggirebbero all’estero, con buona pace della nostra ricrescita.
Dall’altro la difesa del centrosinistra, possibilista nell’idea di aumentare i dazi in nome di un’armonizzazione comunitaria e in virtù della convinzione che chi doveva “scappare” all’estero… lo ha già fatto. L’ipotesi poi di colpire i grossi speculatori, tanto amaramente popolari negli ultimi tempi, pone l’attenzione ulivista sull’eventualità di differenziazione nella tassazione dei capitali investiti.

Personalmente credo che l’Italia non abbia la necessità di subire nuovi aggravi fiscali. Aumentare il prelievo sul risparmio delle famiglie non mi pare la via maestra per recuperare danari da reinvestire nella macchina statale. Chiunque parla di lotta all’evasione e di tagli agli sprechi. Visto che i due problemi permangono, nonostante il passare dei governi, o si tratta di demagogia, oppure di incapacità . Oppure di entrambe le cose. Sarà retorica, ma se tutti pagassero le tasse e non si buttassero quotidianamente nel cestino una marea di danari pubblici, forse non ci sarebbe sempre il bisogno di affondare le mani nelle tasche del povero e “cabasiso” signor Rossi.
D’altro canto è indubitabile l’iniquità della situazione: mentre a me detraggono in automatico il 23% del mio stipendio, a Mr. Ricucci chiedono a malapena il 12,5% per il suo business (quando va bene).
Perché mai dunque uniformare l’aliquota dei redditi da capitale a quella dei redditi personali (aumentando la prima e abbassando la seconda) non potrebbe essere la soluzione ottimale?

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Il punto Cardinale

Il Cardinale Ruini, durante il consiglio della Conferenza Episcopale Italiana, ha recentemente definito le priorità della Chiesa cattolica per l’agenda politica del quinquennio entrante. Non ha espresso chiare preferenze di schieramento e neppure di partito, ha “solo” indicato quali temi stanno a cuore alla Chiesa, manifestando un’opinione sulle issues da inserire nei programmi di governo. Di fatto, però, è intervenuto nella campagna elettorale.
L’intervento è più che lecito. Mi meraviglia che la tradizione liberale dei radicali e il garantismo della sinistra più estrema non accettino l’ingerenza clericale, tacciando l’ennesimo intervento di Ruini come il tentativo di condizionare il voto. Se si accetta il principio che chiunque possa e debba manifestare un’opinione, perché mai un’istituzione come la Chiesa cattolica non dovrebbe farlo?
Il punto è un altro. O meglio altri due. Il primo riguarda l’evidente contraddizione di Ruini. Premettendo di non voler intervenire nel dibattito politico, e anzi appellandosi ad ogni platea e ad ogni attore (come chiunque ormai) per placare i toni del dibattito e della campagna elettorale, ci si aspettava da lui un coerente e logico silenzio. Se una persona non intende partecipare né essere trascinata in una disputa, cercherà innanzitutto di non entrarci.
Il secondo punto concerne il merito del pensiero espresso. Tra le altre cose, Ruini si è apertamente schierato contro le unioni di fatto, manifestando l’auspicio di un sostegno solido alla famiglia tradizionale. Si è spinto anche oltre, esprimendo la sua preoccupazione di fronte alle scelte a tutela dei pacs, promosse da alcuni consigli regionali. Se si pensa che Prodi è stato il primo candidato premier a sbilanciarsi in favore dei pacs, col beneplacito di tutto il centrosinistra (escluso lo zoccolo duro catto-ipocrita), che Lega ed An combattono da tempo battaglie in direzione opposta e che i consigli regionali citati sono tutti di amministrazioni “rosse”, è abbastanza comprensibile a chiunque che il pensiero cardinalizio ha un invito piuttosto esplicito. A ciò va aggiunto che la citazione di questi argomenti è avvenuta a discapito di altri: non si è fatta menzione ad esempio della pace nel mondo, o della tutela dei meno abbienti.
La riflessione da fare è se davvero sono quelli indicati da Ruini gli argomenti più importanti che al giorno d’oggi la Chiesa deve affrontare.

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Se anche i piccioni fanno ohh…

Di tutta la querelle di Sanremo, ho seguito poco più di dieci minuti. Per partito preso non lo guardo più da anni ormai. Così come non mi azzardo neppure a fare zapping, se so che c’è nell’aria il Grande Fratello, Buona Domenica o roba simile. Proprio per una semplice e antipatica presa di posizione, per un non so che di snob, per l’impressione di una presunta superiorità . Mi pare di abbassarmi troppo, di prendere a pugni l’etica. Non ho problemi ad ammetterlo: è un atteggiamento arrogante e altezzoso, forse anche stupido, ma è così.
Mi è capitato tuttavia di imbattermi in uno dei momenti più bassi che la televisione italiana abbia raggiunto, l’intervista a Totti. Non spenderò altre parole al proposito. Nell’articolo che precede temporalmente questo, si evince chiaramente la mia opinione riguardo al Pupone. Che lo si paghi profumatamente per farfugliare anche a Sanremo mi sembra offensivo per chicchessia, che guardi o meno la televisione. Superospiti col supercachet, che sembrano deridere i tagli alle trasmissioni culturali. Il wrestler John Cena che parla ai bambini?
Alla radio ho poi ascoltato la canzone vincente di Povia. La somiglianza con quella dell’anno precedente è fin troppo percepibile anche all’orecchio meno allenato, anche al fan più ottuso. La stessa cantilena, inno alla banalità e all’ovvietà , un insulto alla riconosciuta tradizione dei cantautori italiani.
Se dunque anche i piccioni “fanno ohh”, cioè se è sufficiente cambiare due parole ad una canzone che ha fatto successo per vincere Sanremo, mi sembra anche inutile intavolare dibattiti sulla (presunta) bellezza di Sanremo, sull’immutato fascino del Festival, sulla “missione” della canzone italiana nel mondo. Vince una canzone definita “da Zecchino d’oro” e perdiamo ancora tempo a disquisire nel merito del Festival. La verità è che siamo davvero alla frutta. Ma purtroppo in fondo non sembra esserci neppure il dolce.

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Che cce frega der Pupone?

Dopo anni di cadute plateali ad ogni tocco e rintocco avversario, dopo campionati di tristi sceneggiate con l’ugola gemente e piangente ancor prima di subire il fallo, dopo epoche di teatrali recitazioni nel ruolo della vittima e di proteste ambientaliste in nome della salvaguardia del talento, Totti si è fatto male davvero. È capitato. È capitato che in un’anonima domenica di febbraio, una domenica di quelle fredde in cui pensi che non accada nulla, uno sconosciuto fabbro di Empoli commettesse il reato di ferire sua santità , di abbattere il simbolo di Roma e (ahiloro!) della romanità *.
Ne sono susseguite settimane di polemiche, battaglie verbali, attacchi al calcio aggressivo e appelli alla nonviolenza. Non c’è guerra o atto terroristico che in Italia abbia avuto una tale risonanza pacifista. Va bene, è stato colpito un genio del calcio, un campione. È stata trafitta l’allegoria di un calcio champagne, di un gioco geniale che va tutelato, non costretto alla cattività . Ma tutto il resto?
Ho letto domande assurde, offensive per qualsiasi intelligenza media, ingiuriose per chiunque possegga più neuroni della vittima in oggetto. Come faremo ora senza Totti, senza il suo talentuoso apporto? Come farà la Roma, priva dell’innato carisma del suo capitano? Potremo davvero partire per Germania 2006 senza di lui?
Nei ricordi di qualche lustro fa, emerge il triste addio al calcio giocato di Van Basten per motivi analoghi. Non gridai allo scandalo allora, vi pare che possa farlo oggi? La Roma continua nel suo record di vittorie consecutive, anche senza il faro luminoso e illuminante (poco illuminista) del suo capitano. Se Totti non recupererà in tempo, è probabile che andremo ugualmente in Germania a giocarci il mondiale, anche senza Pupone. Certamente perderemmo il valore aggiunto di un uomo maturo e intelligente. Perderemmo il grande simbolo che ci ha rappresentato di fronte agli occhi di tutto il mondo. Perderemmo frasi come “l’arbitro Moreno era premunito nei nostri confronti” e difficilmente riusciremmo a mostrare che siamo ancora capaci di sputare all’avversario, nell’elegante vetrina del calcio mondiale.
Rimanga pure comodo a guardarsi Ilary a Sanremo, io tanta fretta di rivederlo non ce l’ho.

*L’espressione ”simbolo di Roma e della romanità ” sarebbe eufemisticamente divertente se l’avessi coniata io. Appare invece drammaticamente triste (per i Romani almeno), dal momento che è usata dallo speaker dell’Olimpico per annunciare il nome di Francesco Totti.

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La chimera dell’Integrazione

Pochi giorni fa in Turchia, un sedicenne, armato di pistola, è entrato in chiesa uccidendo un sacerdote italiano. Ha confessato l’omicidio, giustificandolo con la profonda indignazione, scaturita dalla pubblicazione di vignette satiriche su Maometto da parte di un quotidiano danese. Per lo stesso motivo, l’episodio era stato preceduto da rivolte insanguinate nel medio-oriente. Poi diverse decine di morti in Libia, in Nigeria, un po’ in tutta l’Africa. Sono questi gli ultimi atti, in ordine di tempo, della guerra radicale islamica nei confronti dell’occidente cristiano.
Il problema non è se la satira contro la religione, quand’anche sfoci nell’abisso del vilipendio, possa o meno giustificare la violenza, o meglio, l’omicidio. Giacché la tesi da sostenere non potrebbe essere che una sola. La questione è piuttosto se sia ancora possibile sostenere la cultura islamica come ricchezza per il mondo occidentale. Se sia ancora possibile vedere l’Islam come opportunità e non come minaccia. La cultura xenofoba, nel senso più letterale del termine (ovvero l’avversione agli stranieri) e la difesa della particolarità , dei propri usi e dei propri costumi, hanno sempre incontrato in Italia l’antitesi di chi sosteneva che l’Islam potesse rappresentare un patrimonio culturale, un’occasione di confronto per la tradizione cristiano-occidentale: aprire le porte, aprire la mente; accogliere non in nome della carità , ma del progresso.
Ma di fronte all’intransigenza e all’estremismo arabo, per carità pilotato a dovere da chi ha ancora il potere di plagiare le folle inerti, ha ancora un senso parlare di opportunità ? Di fronte ad una mancanza totale di disponibilità al dialogo e di accettazione delle regole comuni, ha ancora un senso parlare di Integrazione (con al I maiuscola)?
Non sto parlando dei doveri di carità ed accoglienza che ciascun individuo, prima ancora che lo Stato, dovrebbe espletare. Sto parlando di Integrazione. Quel fenomeno che unisce e fonde, al fine ultimo di completare. Noi ne abbiamo davvero bisogno? E loro lo vogliono realmente?

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Il vizio di forma della Lega

La Lega ha avuto l’indubbio merito storico di fare da madrina ad un importante processo di cambiamento che ha spinto l’Italia attraverso gli anni bui di tangentopoli fino alla seconda repubblica e all’apogeo del maggioritario. Non sono tutte vittorie dirette della Lega. Anzi, per la verità quasi nessuna. Tuttavia è incontestabile che i malcontenti di fine anni 80, ovvero le contestazioni ad una classe politica che non solo era sempre più “inquinata” e corrotta, ma che non poteva più garantire il benessere degli anni passati, insieme alla fine delle ideologie, che poneva termine allo schieramento aprioristico per un partito piuttosto che per un altro, furono polarizzati ed espressi dalla neonata (quindi candida, perché chi non ha passato non può avere fedina penale sporca) Lega Lombarda. Le alte percentuali di voto della Lega di quegli anni non sono riconducibili solo al malcontento dei cittadini settentrionali nei confronti del parassitismo meridionale e del centralismo romano. Sono piuttosto l’espressione, come spesso avviene in questi casi, di una fiducia incondizionata nell’unico soggetto che può rappresentare un taglio radicale col passato. Questo più o meno il ragionamento comune: poiché tutti gli altri alla fine sono uguali, mi fido solo di chi, sulla carta, appare diverso.
La Lega, dunque, ha avuto il merito storico di capeggiare e riunire il malcontento comune, impedendo che lo stesso si esaurisse e che il vecchio sistema si autorigenerasse in un inscardinabile circolo vizioso.
La fiducia degli elettori è sempre scaturita dall’impressione che nella Lega si convogliasse la protesta generale ad un sistema marcio, l’antagonismo ai mali congeniti del sistema, l’antisistema. Lo stesso Bossi, all’epoca, si presentava come uomo di rottura: l’uomo del popolo, l’uomo medio che da governato diventa governante, senza mai diventare politico. I toni accesi e tutt’altro che moral-populisti, diametralmente opposti al buonismo e alla demagogia imperante, hanno prodotto voti, fino a trascinare gli uomini leghisti nelle alleanze di governo. Da movimento extraparlamentare, tra alterne fortune e cangianti vicende, la Lega è entrata in parlamento ed è assisa infine ai banchi dell’esecutivo. Ed è a questo punto della sua storia che ha dovuto fare i conti con il proprio successo.
Non tratterò qui le ideologie leghiste, i paradossi e i limiti che le compongono e nemmeno la liceità e la correttezza delle loro ragioni incipienti o delle cause che ne stanno alla base. Dirò solo che condivido poco o nulla del suo pensiero e ancor meno dei suoi metodi. È però interessante riflettere sulla capacità di gestire il successo (che significa gestire il potere) da parte della sua classe dirigente. L’impressione è che la nomenklatura del Carroccio, abilissima nel contestare il sistema, nel fare opposizione, nel manifestare e discutere ogni errore e limite dello status quo, non sia altrettanto preparata per ricoprire incarichi di vertice, istituzionali. Altre forze politiche votate geneticamente all’opposizione sono incapaci di proporre e attuare la riforma di quanto contestano, proprio per loro definizione e vocazione. Si pensi a Rifondazione, ad esempio. Ma oltre a questo limite di sostanza, la Lega ne mostra anche uno di forma, ovvero sembra incapace, per propria natura, di ricoprire qualsiasi ruolo istituzionale. Le gaffe di Calderoli, le parole di Borghezio sembrano denunciare più un’incapacità di svolgere un ruolo, che una volontà a polemizzare. L’uomo della Lega non sa parlare da politico, non sa agire da statista, non sa operare da diplomatico. Sa urlare il suo malcontento, ma non sa sussurrare la sua soluzione.
L’episodio di Calderoli fotografa in maniera cristallina il concetto. Il tentativo di strumentalizzare l’episodio internazionale delle vignette su Maometto, al fine di ribadire il sostegno a chi osteggia il pericolo Islam, è naufragato tristemente. E anche la giustificazioni di aver agito da uomo e non da politico fa acqua da tutte le parti. Il vero politico non può mai disgiungersi dal suo ruolo istituzionale, né dimenticarsi dell’incarico che copre. Se non è capace di curare la forma che l’istituzione richiede, allora torni a fare l’uomo comune.

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